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Women Motors Bootcamp

“Un evento dalle donne per le donne”

[Dedicato a chi insegue le proprie passioni nonostante gli stereotipi.

Dedicato a voi, dedicato alle donne che con tenacia e pazieza cambiano il mondo ogni giorno.]

Questo è il claim che si legge non appena si apre il sito del Women Motors Bootcamp.

In verità ho trovato tracce di questo evento su Facebook, già mesi fa: se non erro aveva postato qualcosa Liz (Juno Cavalli – la fondatrice di Miss Biker) e, conoscendola, ho dato fiducia al suo link a occhi chiusi, senza nemmeo badarci troppo.

Quindi ho cliccato immediatamente e mi sono ritrovata su un nuovo pianeta!

Ma andiamo per ordine.

Non sapevo nulla del Women Motors Bootcamp fino a che non ne ho letto qualcosa: ero totalmente estranea alla sua preparazione, alla sua ideazione, insomma nulla di nulla! Come, probabilmente, centinaia di altre ragazze. Però sembrava qualcosa di interessante e quindi ho proseguito la lettura.

L’evento si terrà durante il weekend dell’8 marzo – che fortunatamente capita di venerdì – e nessuna data avrebbe potuto rivelarsi migliore di questa! Tra l’altro, non mancate di leggere il resoconto che scriverò per Women on bike!

 

Aeroporto di Boscomantico – Verona

Il WMB si terrà in un aeroporto… strano? Non per forza! Domitilla Quadrelli (founder del camp e con cui ho avuto il piacere di parlare di persona) ha costruito una tre giorni improntata sulle donne – motocicliste e non ancora – e ha scelto l’aeroporto, che sarà teatro di numerose attività. Un’area del genere ben si presta sia per dimensioni che per lo spirito cameratesco e gioviale che una drop zone può regalare. (Ecco l’indirizzo, tra l’altro, per chi non sapesse dove si trova: Via Boscomantico, 6, 37139 Verona VR).

E non solo. A differenza di un classico circuito, in aeroporto cosa si fa se non… volare?

Ecco. Tra le varie attività…

 

Biglietti

I biglietti sono acquistabili direttamente sul sito.

La particolarità di questi biglietti sta nel fatto che un acquisto è valido per tutti e tre i giorni. Quindi si paga una volta sola e si entra ogni volta che ci pare!

Ci sono solo due opzioni tra cui scegliere:

  1. ticket “semplice”, a 49 €
  2. ticket + volo in aereo a 99 € (a tal pro merita sottolineare che, ovviamente, le condizioni meteo non sono direttamente gestite dall’organizzazione del camp… Quindi, se dovesse essere davvero brutto brutto, il volo sul bellissimo lago di Garda sarà soppresso, ma con restituzione della quota versata in anticipo).

 

Activities!

 Il camp non è stato pensato per essere un “semplice” raduno. Nonostante sia statico – a differenza di quelli che organizzano motogiri vari – sarà al contempo dinamico. Perché? Perché l’intento non è quello di mettere insieme un tot di donne a far chissà cosa.

L’intento è quello di regalare delle esperienze, a queste donne. Esperienze diverse tra loro, così da diversificare gli interessi delle partecipanti o di attirarle verso qualcosa di nuovo, magari anche sconosciuto.

A tal proposito, merita una lieve digressione l’annosa questione: patente sì/patente no.

Se avete paura di non poter partecipare perché non avete ancora il famoso pezzetto di plastica rosa o la moto, scrollatevi di dosso ogni cruccio!

Citando direttamente le parole dell’organizzazione:

Tutte le attività sono rivolte sia a motocicliste esperte che a principianti

(essendo su suolo privato anche senza patente A!)

tutte le attività mirano ad aumentare le conoscenze in ambito motoristico, l’obiettivo è farvi divertire ed acquisire sempre più confidenza con moto di diversi tipi, cilindrate ed usi.

A tal pro, infatti, è stata stretta una collaborazione con #donneinsella, famose ormai per l’avviamento alla moto anche di ragazze inesperte e alle prime armi, in soli pochi giorni. Donne in sella si avvale di istruttori qualificati – con i quali ho avuto il piacere di fare un giro durante un evento che si è tenuto a Bologna l’anno scorso).

PS. L’organizzazione conferma che sarà sua premura fornire anche abbigliamento e protezioni adattatti.

Oltre a questo, ecco la lista di tutte le attività proposte – e chissà che non ne vengano fuori delle altre… dato che spuntano potenziali partnership ad ogni ora!

Moto

09:30
Registrazione e briefing

10:00 -18:00
Avviamento alla motocicletta, by Donne in Sella

10:00 -18:00
Corso propedeutico al flattrack, by Marco Belli

10:00 -18:00
Corso di meccanica e manutenzione, by ScuolaMoto offerta da Pakelo Lubrificants

10:00 -18:00
Corso di saldatura al TIG, by Saldatrici Arroweld

10:00 -18:00
Orientamento al Moto Rally, RoadBook e teoria dell’enduro by Lady Enduro Project

10:00 -18:00
Test Rides Moto + Tom Tom Rides

Aereo

Ogni 30 min
Voli turistici in aeroplano sul il Lago di Garda, by Aero Club Boscomantico (riservato a chi ha acquistato il biglietto da 99 €)

Ogni 40 min
Lanci con paracadute in tandem, by Skydive Verona (riservato a chi prenota, ma ad un costo aggiuntivo e con possibilità di farsi riprendere in volo. Lasciatevelo dire da chi lo ha fatto più volte… il paracadutismo è qualcosa di stu – pen – do!!!)

Auto

Ogni 15 min
Corsi di drifting in auto

Difesa personale

Ogni 30 min
Corso di difesa personale per donne con esercizi di Krav Maga, by Krav Italia

 

Photo contest

Il WMB non è un evento creato solo per “fornire” qualcosa. L’idea è anche quella di renderlo coinvolgente! E quindi è nato anche un piccolo concorso fotografico, così da permettere a tutte di essere protagoniste in ogni forma del camp.

Lo svolgimento è davvero semplice: ogni ragazza può partecipare scattando le proprie foto e postandole sui propri social quelle che ritengono le più indicate a raccontare il Women Motors Bootcamp, contrassegnandole con l’hashtag #wmbootcamp.

Le 12 foto più meritevoli – e qui non si valuterà la qualità dell’immagine con un occhio esperto. Non è una scuola di fotografia! – verranno premiate, omaggiando le 12 fotografe con alcuni premi messi a disposizione dai vari sponsor:

1 Navigatore TomTom Rider da moto (valore 350 €)
1 Interfono Sena (valore 285 €)
1 Giacca Dainese 72 (valore 400 €)
1 Casco AGV (valore 350 €)
4 Gioielli Rouille (valore 250 €)
1 Experience di Flat Track offerto dalla DiTraverso School (valore 350 €)
1 Corso di meccanica presso ScuolaMoto offerto da Pakelo (valore 1800 €)
1 Paio di leggins da moto Exagonn 66 con protezioni

 

 

Parcheggio

Data l’enorma richiesta, l’organizzazione ha adibito una zona apposita a parcheggio, situata all’interno dell’evento!

Come indirizzo per il parcheggio potete utilizzare come riferimento il Ristorante Pizzeria Boscomantico.

 

 

Trasporti

Mezzi Pubblici
L’aeroporto di Boscomantico dista 15 minuti dalla stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova. Purtroppo non ci sono collegamenti veloci in autobus. La soluzione ideale dalla stazione è il taxi.

Per il ritorno, oltre al taxi potrebbe essere bello che qualche nuova compagna automunita vi scortasse, consolidando un potenziale e nuovo rapporto di amicizia!

 

 

E i maschi?

E i maschi… stanno a casa! Tralasciando i pochi che appartengono all’organizzazione o in partnership, questo evento è stato creato dalle donne per le donne. Il che, a mio avviso, ha importanza sotto vari aspetti. Innanzitutto, aiuterà sicuramente a consolidare quella solidarietà femminile di cui tanto si parla. E poi, non è forse vero che tanti dei nostri timori derivino proprio dalla presenza o dagli sberleffi di tutti quegli uomini letteralmente stronzi – ups! Non si dice! – o invidiosi o insicuri? Beh. E noi ci coalizziamo, ci prepariamo e ci rafforziamo. Pronte a stupirli o, addirittura, a ignorarli. Tiè! 😀

 

 

E alla fine… ?

Fine attività, trasferimento al Ristorante Pizzeria Boscomantico per l’aperitivo per chi volesse restare!

 

 

Virgen de la Nieves

(La partenza da Granada è necessaria, e ne ho parlato già qui).

A meno di soste estemporanee, volendo risalire la vetta con alacrità, si può puntare verso Pradollano – frazione di Monachil.

Pradollano

Tanto per aiutare il navigatore nelle sue funzioni, almeno. E, proprio verso questo, la strada si ingrandisce. Sicuramente più nuova, a volte a due carreggiate e tre corsie, addirittura.

“Roba da piegone da ginocchio a terra” insomma!

Pradollano non è nulla di che, anzi… Non aspettatevi una cosina dipo Ponte di Legno o Folgarida, ecco! Più che bella è comoda, permettendo di villeggiare nel centro del parco nazionale della Sierra, potendo anche beneficiare dei vari corsi di attività invernali, escursioni e quant’altro a disposizione dei turisti.

La zona è prettamente sciistica: durante il mio raid estivo la neve mancava così come la marmaglia di turisti, rendendo la località desertica – e permettendomi di tagliare una fetta di strada percorrendo una zona del paese che, sinceramente, non ho ben capito se si potesse prendere in quel verso! Tant’è che a dicembre,  viceversa, quella via mi è stata totalmente interdetta.

Tuttavia la Spagna mi pare abbastanza diligente nell’indicare i percorsi, perciò con bretelle più o meno lunghe, superare la frazioncina per raggiungere il Veleta è davvero agevole, potendolo evitare senza problemi – e molto felicemente, oserei dire. Provate voi a entrare con un mezzo in un centro commerciale di domenica, a ridosso di Natale. Ecco!

Lungo la via non solo indicazioni, ma un altro virtuosismo iberico è la smisurata quantità di punti panoramici! A volte mi capita di non sapere più se godermi la strada, le curve o la vista, fermandomi di tanto in tanto.

L’ultima volta, grazie al clima invernale, sono riuscita a posteggiare e a dilettarmi in scivoloni e palle di neve, su pendii davvero poco scoscesi e molto ampi, tanto per non ritrovarmi a farlo nella calca della vetta.

Calca che, in realtà, era irrisoria.

Nonostante a settembre, quando anche per una sola foto ho dovuto elemosinare la carità cristiana di un turista greco, fosse semidesertico, a dicembre tuttavia non c’era un boom tale da rendere fastidiosa la permanenza.

Certo: bisogna mettere in conto di essere comunque in una località turistica, però probabilmente son solo stata fortunata. O, in realtà, gli spazi sono talmente ampi da non aver realizzato quante auto si sarebbero incolonnate poi, al rientro!

PS. Se incrociate automobili variopinte, tendenzialmente nere e bianche, con geometrie definite e a volte surreali, sono test. Nessun ente governativo o setta strana, solo prototipi testati sulla via!

O mia bella Madunina…

La sommità? Beh… giungendovi, sulla destra, c’è un piazzale sconnesso con alcune casette in legno dal tetto spiovente: qualche bar (se cercate caffè, scordatevelo!), negozio di souvenir… nulla di entusiasmante. Ancor meno quelli dall’altro lato della strada. Strada interrotta da una sbarra che delimita l’area carrabile e rende accessibile l’ultima parte del tragitto ai soli pedoni.

Si tratta di una piacevole passeggiata, comoda su una strada ben asfaltata e non in eccessiva pendenza. Giungervi non è faticoso, nemmeno in abbigliamento tecnico. Pertanto non fatene una questione religiosa quanto “turistica”: merita davvero.

La Virgen de la Nieves altro non è che un “monumento”: un altare sito ai piedi di una sorta di arco ogivale fatto in pietra, sul quale è stata collocata una Madonnina. Il tutto, come appena descritto, si erge su altezze impressionanti che permettono anche di godere di panorami a perdita d’occhio, decisamente fuori dal comune e spettacolari.

Come mancare una tappa caratteristica del luogo? Fatto 30…

Fatto 30 s’era fatto pure tardi e io dovevo raggiungere Antequera. La città dei Dolmen, dove avrei patito non poco per le viuzze strette, storte e dalla pavimentazione improponibile. Quattro ore di viaggio verso ovest, per poi raggiungere Ronda, Gibilterra e proseguire per il resto del periplo.

Stay tuned!

El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

Motoincontro del Monte Catria

25 \ 27 gennaio 2018. AgnelloTreffen.

Sì, lo so che l’articolo ha un altro titolo ma, invero, tutto parte da qui!

Non avevo mai partecipato a un raduno invernale e quest’anno, complice anche un clima temperato per essere gennaio, avevo deciso di spostarmi e di tentare.

Purtroppo, a causa di un imprevisto, sabato non ho potuto muovermi e pertanto l’idea di salire è sfumata. Tanto più che la mia rossa era – ed è tuttora – nel reparto di rianimazione della mia officina.

Così, pur di sfogare la mia voglia di moto… ho trovato un compromesso.

Il mio compagno mi ha proposto il raduno del Monte Catria che, nonostante forse non raggiunga le dimensioni dell’Agnello, tanto sconosciuto invero non è dato che è alla sua 42^ edizione!

Restava il problema moto. Che io non ami fare la zavorra è risaputo. Che sia pressoché incapace, pure… E così, quel santo uomo, mentre allestiva il suo GS ha ceduto a me il Domi.

Mitico Honda Dominator, classe 1992 – esattamente dieci anni più giovane di me – tirato “rally” e reduce dalla Gibraltar Race 2018, nonché futuro partecipante dell’edizione del 2019!

Insomma, un chicchino che per gli esperti del settore meritava almeno una sosta per rimirarlo e apprezzarne le modifiche.

Io, che di moto non ci capisco granché già con quelle mie o di genere simile, figuriamoci il resto, mi sono prestata a questo esperimento. Col terrore nei polsi!

Scuola guida!

Invero, la sera prima avevo già fatto delle prove nel parcheggio, con l’ansia nel cuore, la tremarella nelle zampe e la vergogna di chi mi guardava con occhio compassionevole! Non che sulla mia rossa possa vantare imprese d’eccezione, ma almeno ho passato la fase “facciamo le figuracce davanti a tutti”. Così, non solo ero a cavallo di un aggeggio a me poco consono, che mi faceva vergognare un po’ al passaggio di tutte quelle belle motine “stese” (carenate), ma incarnavo perfettamente il cliché della donna incapace di andare in moto. E se ci ho messo anni per scrollarmelo di dosso, ora non avevo voglia di arrivare al raduno a stento e tentennando!!!

Va beh. Se “Roma non è stata costruita in un giorno“, arrivare laggiù poteva anche diventare una passeggiata molto, ma molto lenta!

Allons enfents…

Così ho imbroccato la panoramica del monte Ardizio: sei sul mare, parallelo pressoché alla costa… aspettarsi dei bei tornanti è utopia, ma almeno verso la fine – prima di immettersi obbligatoriamente sulla statale adriatica –  qualche curvetta si propone, presentando un panorama sul mare d’inverno che lascia a bocca aperta!

Purtroppo ne è seguito qualche km di rettilineo, che tuttavia mi è stato utile per prendere confidenza con la bestia che avevo sotto il sedere.

La prima svolta sarebbe arrivata a Fano, verso Fossombrone, Niente superstrade, ma una antica via di epoca romana: la Flaminia (che, fantasia vuole, prende il nome da Gaio Flaminio Nepote). Avete presente il detto che “Tutte le strade portano a Roma”? Mbeh, ora sapete perché!

La Flaminia fu fortemente voluta per collegare l’Urbe alla mia Rimini (insomma, al “nord”), proseguendo ancora verso Milano sotto un altro nome, cioè Via Emilia.

Ma a me bastava fermarmi molto prima, possibilmente senza ruzzolareLa geografia non era una priorità, tanto più che seguivo quell’altro e, probabilmente, se avessi saputo prima cosa mi sarebbe toccato, non l’avrei fatto!

Un breve tratto di statale

Di certo una chicca interessante, in realtà, c’è. Laddove io ho deviato per raggiungere il luogo del raduno, si può invece proseguire sulla via maestra che, traversando gli Appennini, congiunge le Marche all’Umbria grazie al passo della Scheggia. Che no, non significa che te lo fai a razzo, ma piglia il nome da un paese che sta lì!

Il mio bisogno di caffè, che cozzava con quello di placare il tremore, ad un certo punto ha preso il sopravvento e così ho fatto una sosta tecnica a Fossombrone. Beh, belli miei… Che sia in moto, in auto oppure in pellegrinaggio, fateci un salto.

Fossombrone è romana anch’essa (Forum Sempronii), ma poverina ha subito più dominazioni lei del Madagascar a Risiko. Ora, non so gli abitanti come l’abbiano vissuta, nel secoli. Ma la città, da un punto di vista storico, architettonico e artistico, è ora una perla da conservare e ammirare. Tra tutto, la Rocca Malatestiana che si erge superba appena fuori il centro abitato, sul tragitto che porta ai monti delle Cesane.

Nonostante una conversione in gita socio-culturale avrebbe potuto ridimensionare il mio percorso, la sfida era in atto.

Ora, lasciandosi la riviera alle spalle e addentrandosi nel cuore del centro Italia, era scontato che dalla piana si passasse ai colli. E colli significa curve. E curve significa…?

Beh, per un momento ho temuto morte certa! Ci ho messo una vita a imparare le traiettorie e la modalità di guida della mia 3×9, che effettivamente ha dei toni bisbetici e ora mi sembrava di essere balzata su una mountain bike. Il mio primo pensiero è stato:

“Come diavolo si fa a progettare una moto col manubrio che si muove?!”.

No, non è che ballasse, ma questa moto ha uno sterzo che… sterza! Al contrario della mia. Più alta, porta a una postura decisamente differente e così, laddove mi veniva di spostare le chiappe che manco Stoner, dovevo invece ricordare che dovevo settare il  mio corpo in tutt’altra maniera.

Ah! Vi pare facile a voi! Forse sì, invece io a quanto pare faticavo a resettare la mente… Ma, tra una preghiera, una sudata, un qualche ciclista probabilmente sfiorato e tanta tigna… A ‘sto raduno ci sono arrivata.

L’ingresso al raduno

Finché, in cima, non ci siamo incolonnati. Un tizio si era frapposto tra me e Luca e non so cosa gli fosse passato per il capo, ma mi esortava a superarlo. Io che mi ero fermata e bloccata, pietrificata, non accennavo a muovermi nemmeno pagata finché quello – forse spazientito – non se n’è andato da sé. Quando Luca è tornato a prendermi, dato che non l’avevo seguito, ho fatto forse la cosa più saggia e pusillanime della giornata: ho messo il cavalletto. Ho piazzato la moto lì e gliel’ho mollata!

Fortuna, per la mia incolumità emotiva, che fossi tra le poche, pochissime donne motorizzate e che, come accennato, quella moto sia talmente “ganza” da aver convogliato tutta l’attenzione su di sé, distogliendola dalle mie maldestre manovre di autoconservazione!

E io, finalmente, ho potuto rifugiarmi nell’unico bar, al caldo, a sorseggiare ancora caffé.

La quota raggiunta non era alta, però il vento era forte, fortissimo tanto da aver ribaltato varie cose – e questo non mi confortava affatto… All’ennesimo suono di roba che si sfracellava, ho guardato il mio ragazzo e gli ho detto testuali parole (un po’ meno dolcemente):

“IO, giù – per le curve, con la neve e la fila – non ci torno! La moto resta qua. O scendi con la tua e risali, a piedi, e porti giù o io, comunque, un modo per tornare a casa lo trovo!”.

Po’rello…

Il vento l’ho sfidato diverse volte e ammetto che se non lo sopporto nemmeno a piedi, figuriamoci in movimento. In moto. E’ una di quelle situazioni che mi spaventano e sapere di non riuscire a toccare bene a terra, con una moto che non conosco, su asfalto scivoloso non era ciò che mi ero prefigurata.

Non sono una mammoletta, ma ci sono giorni in cui osare e altri in cui essere conservativi. E quello, faceva parte dei secondi.

Tanto per farmi dissipare adrenalina, tra una ciarla e una cazzata con amici ritrovati e astanti, sono andata – ma guarda un po’!!! – a mangiare! L’iscrizione prevedeva una lauta colazione, dolce e salata, così ho deciso che dar pace alla panza avrebbe risolto la metà dei problemi. Tra l’altro, tra i souvenir, a differenza di gadgets e cazzabubboli vari che spesso si regalano – e puntualmente si perdono o buttano poco dopo – il motoclub organizzatore ha pensato a delle – ottime pure – piadine! Un pacco di pida, che la sera non ho mancato di addentare nemmeno un leone a dieta da settimane.

Così ne ho approfittato anche per visitare il castello di Frontone, ove appunto si teneva la merenda, e osservare il panorama da ancora più in alto.

E, dall’alto, tutto acquista un altro senso… Io non sono una grande amante della neve, però apprezzo i luoghi (brulli), ameni e fuori dal mondo. E… e lì, ho trovato una risposta a tutte le mie domande. “Perché?!?!?” Perché guidare con incertezza e rigidità, come se non l’avessi mai fatto prima, e il timore di falciare ciclisti o di finire in terra con una moto non mia e a me forse poco congeniale!?!?

Per tutto quello che stava accadendo intorno a me.

Ed è per questo che, non avendo potuto farlo di persona perché si era tutti sparsi e non ne conosco i vertici, non posso esimermi dal ringraziare il Moto Club Ancona “G. Lattanzi” – La Casetta -ASD che imperterrito, con qualsiasi condizione meteo, si prodiga di anno in anno per mantenere viva questa tradizione.

Tradizione che, a pranzo, avrebbe portato a mangiare non so dove.

Io invece ho preferito gozzovigliare ancora un po’ per bearmi della vista… e perché, sulla strada del rientro, non nego che avrei facilmente trovato una qualche altra motivazione per un pit stop.

Il ritorno

Ora. La moto, effettivamente, l’ho guidata sin dai piedi del castello. Forte di un momento di calma apparente, mentre la gente sfollava per rifocillarsi, sono tornata giù.

Non nascondo nemmeno che ho anche confidato in taaaanta tantissima fortuna. Nella probabilità ce a quell’ora le persone fossero a pranzo (tutte, bimbivecchidonneeuomini) e che qualcuno vedesse me prima che io potessi vedere lui per… stracciare un paio di STOP che mi lasciavano un po’ perplessa. E no, non perché dovessi fermarmi, ma perché se l’avessi fatto non avrei toccato a terra! Addirittura, ad un semaforo, avendo messo la moto in folle son rimasta piantata finché il mio fido accompagnatore non è tornato indietro chiedendosi perché non mi muovessi. Insomma: non toccavo con il piede destro perché c’era un lieve dislivello, perciò se l’avessi messo a terra mi sarei sbilanciata e cadere – sulle auto parcheggiate – non ere una priorità.

Sì, lo so che per guidare un mezzo sebbene non si arrivi perfettamente a terra con le zampe il modo c’è, però io quel giorno non ero molto propensa all’apprendimento! E infatti ho continuato a poggiarmi a gradini e marciapiedi, per il divertimento di tutti…

Così, mesta, delusa, incazzata e nervosa – sì, perché avevo il timore di aver rovinato la giornata a lui e perché mai avrei pensato di poter fare tanto schifo! – sono tornata a casa. Viva.

Ma. Ma siccome sono testona. Ma siccome l’offroad inizia a diventare un tarlo. Ma siccome sono provocatoria e capatosta. Ma siccome è diventata una questione personale…

Stay tuned. Che magari la prossima volta ho da raccontarvi qualcos’altro! ;D

Elogio di una 999

In questi giorni, con EICMA di mezzo, mi è capitato spesso di interagire con motociclisti di ogni tipo i quali, sapendo della mia moto, hanno reagito – quasi tutti – in modo simile.

La 999, a quanto pare, è una moto difficile. Come ogni Ducati è scorbutica, non ama i bassi, tende a perdere pezzi – leggenda narra! – e, almeno questo modello in particolare, è difficile da gestire. Pesante, va domata fisicamente e i semimanubri non agevolano certamente le manovre o certe strade curve. Ha la frizione dura e, a furia di sfrizionare, si indurisce ulteriormente e la moto si surriscalda. Ed è scomoda.

Così, perlomeno, la si descrive. E parzialmente concordo.

Io non ho un gran confronto con altre moto. Ho iniziato con un vecchio Monster 600 a carburatori. Del 1996 che era anche un po’ sgarrupato, aveva un’accelerazione lenta e limitata ma, soprattutto, nonostante tutto è sicuramente più agile.

Da quando ho iniziato a viaggiarci, i riscontri sono stati pressoché gli stessi, a gruppi di due: gli “ammiratori” e i detrattori.

Avevo scorto da lontano un parcheggio enorme, con un castello a lato e una bellissima vista sul mare. Credevo fosse breccia, ed invece era sabbia!

Pacifica la sua descrizione, i primi – comprendendone appunto i limiti – mi fanno tanti complimenti perché, solitamente, non è una moto guidata da una donna – proprio per la fatica – e governarla è arduo. Specialmente quando tento di portarla allo stremo, su passi impegnativi – vedi Stelvio – o su terreni inadatti – vedi strade bianche, sassaiole, etc -.

I secondi, invece, si suddividono ulteriormente.
Quelli che credono lo faccia per una qualche forma di sfida, tanto per attirare l’attenzione. E sbagliano.
E quelli che continuano a cercare un modo, almeno uno, per farmi desistere e prendere una moto “comoda” o, perlomeno, adatta.

E questo mi innervosisce alquanto, forse più delle provocazioni di chi mi prende per quella che vuole fare “la fenomena”.

La moto adatta?

Sono anni che guido la moto. Io lo so. Lo so benissimo che esistono mezzi progettati per il turismo. Non sono mica così idiota da non averlo capito. So anche che la mia rossa ha dei limiti fisici che le rendono difficile certi percorsi o certi progetti.

So bene che la carena sotto non mi fa saltare gradini più alti di tot centimetri o che lo sterzo potrebbe essere poco conciliante su alcuni tornanti.  Insomma, la guido, me ne accorgo anche. Ma ciò che non comprendo, al pari di chi non comprende me, perché si insista, ostinati, a volermi far cambiare moto. Un po’ come stressare un fumatore perché smetta (e io sono una ex fumatrice): non lo farà mai perché tartassato, fidatevi!

Insomma, che fastidio vi do?!

Viaggio principalmente da sola, il che non rallenta nessuno lungo la via.
Sono caduta poche volte: da ferma, come ogni motociclista rispettabile. A causa della pioggia, sul dritto. E per colpa di un’auto che non aveva il freno a mano. Quindi non si può nemmeno dire che sia un intralcio, un intoppo agli amici con cui mi accompagno talvolta. Anzi, ad oggi ho dovuto io sorbirmi quello che, ritenendosi il Bayliss o Cairoli di turno, s’è aspettato perché stampatosi da qualche parte.

Dicesi che, con un’altra moto, potrei stare più comoda. O guidare meglio. Forse.
Beh, chiariamo anche un concetto. Io sono abituata a quella, pertanto non so cosa significhi stare “più comoda”. Ma io non sto scomoda! Insomma, se così fosse perché mai dovrei spararmi 1000 km in giornata o 10.000 in 6 settimane. Cosa avrò mai da espiare!

Io su quella moto ci sto maledettamente bene.

Mi ci incastro perfettamente. Adoro le gambe accovacciate, come quando ero in sella ad un cavallo solo. E la posizione reclinata: per me è un sollievo curvare la schiena, dato che quando cammino o sto seduta son ritta come un fuso. Inoltre, voi partite da un presupposto sbagliato: non pensate di star gobbi sulla vostra moto. Questa è fatta apposta, la percezione è ben diversa!

E i polsi… Ma ce l’avete tutti con i polsi.

Il mio istruttore mi ha insegnato a guidarla con le cosce e con il bacino: se avessi il cruise control potrei camminare senza nemmeno sfiorarli, i semimanubri. Non sto gareggiando, sono rilassata quando giro, io. Pertanto, non è infrequente vedermi addirittura appoggiata al serbatoio o con il telefono in mano per girare un video… ;D

E se non riesco a raggiungere un determinato posto, credo che il problema sia mio. E se rischio di insabbiarmi, come è accaduto in Portogallo, il problema è mio. E se invece ce la faccio, il problema è sempre mio perché qualcosa da ridire l’avrete sempre.

Ma a voi, in fondo, che diavolo ve ne importa?!?!

Passiamo a quelli che mi tacciano di sensazionalismo.
Io “faccio eco” ogni tanto per i motivi suddetti. Lo farebbe chiunque, non sono certo “così” speciale. A me non piacciono i limiti. E se ne trovo alcuni, spesso mi garba superarli. Lo faccio con la 999, lo faccio a piedi, lo faccio punto. Embè?

Io amo quella moto. Non andare in moto. QUELLA moto. Ad oggi è ciò che voglio, ciò che mi dà le sensazioni giuste e ciò che mi basta. La cambierò? Giammai. Ne prenderò un’altra? Sicuramente. Perché l’offroad mi è entrato dentro e so che posso farlo veramente, solo con la dueruote fatta apposta. Ma per ora, ogni volta in cui ci salgo, il cuore trabocca di felicità.

Inoltre, appena patentata, quasi chiunque mi ha consigliato di cambiare attività o di darmi all’uncinetto o… i più carini, di prendere una moto più facile da usare. Innumerevoli i miei pianti. Il nervosismo. La frustrazione. Eppure ci credevo. Credevo in me, credevo in lei e lo volevo. Quindi, ogni passo in più che riesco a fare su quella bestia, per me è una conquista. Girare il mondo (perché sì, voglio portarla ancora altrove) per me è stata una soddisfazione indecente e indescrivibile.

Non piego abbastanza? Non gratto le saponette? Beh, chissene. (E poi, demanderei queste “bravate” alla pista e non alla strada). Però, io, ho fatto quello che ho fatto. E non ne ho ancora visti tanti. E, comunque, arrivare a ciò, per me, è quel miracolo che tanto richiama il mio meccanico. La “magia“, mi definisce lui! Da quel dì in cui, appena comprata, mi ha vista scendere per le vie ondulate del Montefeltro, timoroso che non arrivassi alla prima curva intera e sulla moto (a ragione, eh!) ad adesso ne è passato. E noi, siamo felici così. La prima sfida l’ho vinta con me stessa. Tanto basti.

Io sono la 999.

Quindi, signori miei, avete abbondantemente rotto i coglioni.

Enough?

 

PS. Un grande grazie, invece, a quelli che mi hanno pazientemente sopportata in questi anni. Che mi hanno trascinata in giro, aspettandomi, quando ancora avevo paura già solo a tirare fuori la moto dal garage.

International Female ride day

Ovverosia: giornata mondiale delle donna motociclista.

A quanto pare ricorre ogni primo sabato di maggio ed esorta ogni donna motociclista a girare con la propria moto. E io, che casco sempre dal pero, non lo sapevo nemmeno!

Ne aveva parlato Catalina, invitandoci invero all’evento di Bologna, durante la nostra cena insieme a Riccione e a me, quando si parla di gironzolare – specialmente in moto – si rizzano tutte le antenne.

Così sono andata a spulciare su internet e su Facebook mi ritrovo l’annuncio della giornata organizzata da Andrea (Maida), che ormai io conosco fin troppo bene! Di corsi di guida con lui ne ho fatti due e mi mancava la pista, ma il mio scarico poco prima aveva deciso di esplodere letteralmente!

L’ultimo, proprio pochi mesi fa e allora, perché no? Un nome una garanzia, anche se in genere li organizzava, i miei, una mia amica. Avrei dovuto fidarmi di Andrea anche come PR oltre che come pilota e maestro?

Beh. Intanto sono arrivata la sera prima, alloggiando all’Hotel Cavalli, proprio a Loreo. La proprietaria è Paola, la moglie di Andrea e devo dire che la gentilezza è di casa, lì!!!

Essendo partita presto, ho potuto mettermi in camera a lavorare un po’, così da liberarmi il sabato. La sera ero già pronta ad una cena leggera, frugale e da sola (cosa che a me non pesa poi affatto), invece mi sono ritrovata a tavola non solo col Mister, ma anche con delle altre ragazze che avevano avuto la mia stessa idea di arrivare la sera prima e… E ci siamo divertite da matte!

Andrea è sempre stato bravo ad amalgamare le sue allieve. Che lo sia a sceglierle, ad attirarle o a integrarle, non c’è volta in cui mi sia trovata male. E venerdì non era da meno.

Finalmente il sabato!

Sabato mattina, sveglia all’alba perché il Boss inizia presto, eh! Io ho provato a evitare il piccolo briefing, essendo il IV, per dormire ancora un poco ma poi ho preferito far comunella insieme con le altre ;D

Assicuratosi che avessimo, più o meno, capito tutte tutto, Andrea ci ha finalmente messe in marcia. A coadiuvarlo, Serena: una ragazza dolcissima e bellissima che non ha mai, e dico mai, fatto pesare la sua bravura né con boria né con competitività. Serena è una delle istruttrici donne migliori che si possa trovare e menzione d’onore a Carlo, suo marito (ad ogni incontro con Andrea, c’è sempre un Carlo. Va beh) che ci ha fatto da chiudifila e che ci ha anche riprese con un drone.

Ah, dimenticavo: Serena è un “puro prodotto Made in Maida”, nel senso che è stata una sua allieva e questo dimostra quanto bravo lui sia. Un po’ di DNA motociclistico, un buon istruttore et voilà, un’assistente di prim’ordine!

Il giro si è rivelato davvero intenso e divertente, e non mancherò di parlarne ancora. Andrea l’ha suddiviso tra mattina e pomeriggio, con pranzo in hotel dove Paola ci ha nuovamente deliziati.

Tra l’altro, essendo ora tutte al completo, la “caciara” era aumentata ma anche la complicità e il divertimento.

E difatti, poi…

 

 

Il passo dello Spino

Siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Quando affronti le curve sai due cose: una che devi stare attento a qualsiasi cosa. Ciclisti, sterco, ciglio sporco etc. La seconda è che, se ti trovi davanti un veicolo molto più lento e non hai una gran visuale, te lo trascini per  km e km… Rallentando notevolmente e, a volte, creando la fila dietro.

Ed è per questo che, quando ho sentito qualcuno suonare, mi sono anche infastidita. Insomma: non si passava, cosa voleva facessi. Volare? Altrettanto quando ‘sto tizio mi si è affiancato; al più ho creduto fosse successo qualcosa alla moto.

Alcuni minuti dopo me lo sono ritrovato nuovamente sulla sinistra e mentre mi guardava con un fare misto tra il beota e il divertito, l’ho riconosciuto! Era Fabio, un mio amico che quando ha intravisto una 999 rossa, con su una donna e un GS giallo, con su un uomo ha fatto 2+2+: conoscendone i proprietari, ha capito fossimo noi!

Così si è deciso di fermarsi a bere qualcosa prima e di proseguire insieme (per poi fermarsi nuovamente a bere ancora) poi.

Lui aveva lavorato al mattino, decidendo di uscire solo all’ultimo momento. La cosa divertente era che io avevo scritto, proprio quella mattina, a (quasi) tutti i miei contatti per cercarne almeno uno che mi facesse compagnia. Tranne lui! Lo avevo dimenticato o ignorato bellamente, povero ragazzo mio.

Ma si dice che “ciò che è destinato a te troverà il modo” – o qualcosa del genere, no? –  e il kharma quel sabato aveva stabilito io dovessi star bene e divertirmi. E ci è riuscito.

La ripartenza

Al momento di ripartire, tra una foto e una battuta, ho notato che la moto non partiva. La batteria è nuova, non poteva essere quella. Ne abbiamo ragionato a lungo, ma pensare serviva poco e abbiamo dovuto spingere e spingere… finché la mia roscia non si è decisa. E meno male!

(Per la  cronaca, dovrebbero essere le spazzole del motorino).

Il resto del viaggio si è rivelato piacevole. Abbiamo attraversato vari luoghi della mia vita passata, il che ha suscitato un po’ di rimestamento di stomaco, però la cosa migliore da fare in alcuni casi è proprio la terapia d’urto, e portare nuovi ricordi alle zone che sono legate ad altri. E pensare al futuro!

Una volta tornati sulla Via Marecchiese, presa da un che di tamarro e adrenalinico – complice la conoscenza a menadito della strada – ho intravisto dei caschi. Con sorriso beffardo i sono avvicinata a Fabio, l’ho guardato e credo abbia letto il labiale:

“Li sverniciamo?”

Peccato che raggiungendoli non abbiamo notato essere ragazzini, con al massimo dei 125 cc, carucci carucci e fare loro il pelo sarebbe stato davvero da brutte persone! Mi sono limitata solo ad un pollice in su, con occhiolino, ad uno di loro con una Vespa. Tanta roba, la Vespa e dal sorrisone che quel giovane adolescente mi ha fatto, deduco che se lo ricorderà a vita. 🙂

Casa era vicina, ma andando andando si era deciso di fermarci al Primo Miglio, baretto in città per un aperitivo. Tra noi e Rimini, ancora un semaforo dalla coda solitamente interminabile. Io, che ho il dispetto nel DNA e la moto più piccola e snella (in quanto ad agilità, c’è un annoso dibattito in merito), ho seminato i miei amici svicolando tra le auto, i marciapiedi e le bici – parcheggiate – a mo’ di slalom gigante e distanziandoli con sorriso sardonico

Tentando il bis ad un altro rosso, molto più avanti, ad un certo punto ho sentito un rombo vigoroso e mi sono guardata accanto, perché era davvero difficile che provenisse dalla Clio viola appena superata. Beh. Fabio, che per rendermi la pariglia, aveva scavalcato un marciapiede raggiungendo la “pole” mentre io restavo imbottigliata come una sardina!

Non siamo così discoli, sappiatelo. Anzi. Ma ai semafori rossi non è proprio piacevole respirare tutti i gas di scarico dei veicoli intorno ;D

Marco in tutto questo non so dove fosse finito, però l’importante è che siamo arrivati tutti insieme a sederci, paghi strapaghi e contropaghi della giornata. Ognuna iniziata a modo proprio.

Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio. Ognuno diverso. E ognuno in fondo perso. Dentro i fatti suoi.

(cit. V.R. Amaracmand: non iniziamo con il tifo da stadio, eh! Io non lo amo particolarmente, ma questa è una canzone degna di nota).

E via, pronti per una serata con altri amici. Che, per me, significava pizza al metro a “L’Osteria” con un altro gruppo di disgraziati!

Giro in moto: Anghiari

Se una mattina di primavera un viaggiatore…

Il venerdì sera l’umore era migliorato grazie ad un amico di vecchia data che mi aveva fatto una sorpresa. Quelli che quando sei giù lo sentono e appaiono come per magia.

Il sabato, però, ero decisamente agitata. E quindi? Quindi via di messaggi per un giro in moto! Ovviamente non mi rispondeva quasi nessuno. Quasi… ;D

Poi l’illuminazione. Marco, che evidentemente non aveva una beata ceppa da fare o a sua volta era stato snobbato da chiunque, mi ha risposto e all’obiezione “sì, però…” stavo già tremando. Invece significava solo: “sì, però dammi almeno mezzora ché mi preparo”!

Certo che se avessi saputo prima che si muove su un GS vecchio e pure giallo – di un giallo brutto – probabilmente avrei desistito, però me l’aveva taciuto.

Perlomeno mi ha offerto la colazione 😀 E poi, in carrozza!!!

L’idea era di andare ad Anghiari, in Toscana, e semmai fermarsi a mangiare al Castello di Sorci, un piccolo fortilizio in località San Lorenzo – appunto ad Anghiari – nell’aretino.

La via da fare è nota ai motociclisti nostrani (e non): il famoso passo di Viamaggio!!! Ma per arrivare a prenderlo ci sono 2 strade: la famosa Marecchiese che sì, è lievemente mossa, oppure la variante per le Coste di Sgrigna, che sicuramente è più divertente e anche scenografica!

Solitamente, per chi parte dal mare o dalle vallate più lontane, e va verso la Toscana la tappa d’obbligo è al Pascucci di Novafeltria, dove la barista ormai mi riconosce da lontano.

“Tu sei quella del caffè, ristrettissimo, in vetro e la spremuta d’arancia, vero?!”. Ebbene, sì. I miei punti deboli! 😉

Sosta fatta, siamo ripartiti. allegri e pieni di belle speranze! Ma, soprattutto, già affamati!!!

Nonostante un paio di pit stop puramente “cartografici”, perché Marco non sapeva la strada, direi che abbiamo raggiunto il Castello anche agevolmente. Io ci sono già stata spesso, ma l’idea di fare strada non mi sfiora quasi mai l’anticamera del cervelletto

Beh. Prima ci si fa una stradina bianca, breve invero, e poi si arriva in questo posto semi sperduto, raccolto e avvolto dalla natura che lo rende non solo incantevole, ma pure davvero quieto e pacifico.

E quindi, us megna! Abbiamo declinato la proposta “menu completo” per decenza e per dieta, però non abbiamo proprio patito la fame, eh! Non sarebbe da noi!

Giunto il momento di pagare?

Eh. Io sono famosa perché amo i bancomat e odio prelevare allo sportello. Non che sia micragnosa, affatto, è solo che pagherei tutto virtualmente per comodità. Poi, però, quando il pos non funziona… So ca.. ca… cavoli!

Marco fortunatamente era denaro-munito, ma io che, però, ho sempre delle gran monete appresso ammetto di aver contribuito in qualche maniera. Sembrava avessi derubato un bambino della sua paghetta, però ammetto di aver racimolato un certo gruzzolo. (Dirò che per il concerto dei Guns’n Roses accadde la stessa cosa. Solo da un bicchiere ci cavai 60 eurini, mica male no!).

Forse la figura peggiore l’abbiamo (abbiamo… Ha, il mio socio) fatta parlando di cibo e di pizza. Io raccontavo di una recente esperienza in un posto, aggiungendo che a far male una pizza ci vuole davvero impegno!

Uno dei gestori ribatteva, concordando su alcuni punti e aggiungendo che per lui, la pizza, è buona pressoché sempre. Insomma, di bocca buona o, forse, poco capace di discernere tra una fatta bene e una fatta male. Tant’è che Marco, con molta, mooolta nonchalance, ha chiosato: “Ah, beh. Immagino che voi, la pizza, a questo punto non la facciate”.

Invece immaginate voi la sua espressione, quando il tipi ha risposto di sì! (Ahahahahahah!!!). Beh, ha anche aggiunto che la prepara il fratello, togliendo tutti dall’imbarazzo.

Ma le disgrazie non erano finite…

Al ritorno abbiamo cambiato strada. In fondo, a noi importava bighellonare e s’è preso per lo Spino. Ancora ricordo la prima volta in cui l’ho percorso con il mio ex ragazzo: avevo il Monster e ho patito tutto il tempo, incerta e impaurita. Ricordo anche una seconda volta con lui e mio babbo: tener testa a due fenomeni delle due ruote è faticoso: se poi hai appena comprato una 999 e non ci sai nemmeno andare, è da matti.

Ma questa è un’altra storia. Anche perché siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Donnavventura – le selezioni

Il 31 marzo mi sono presentata, con largo anticipo, alle selezioni che si tenevano a La Thuille, in Val d’Aosta, sotto il famoso “tendone” giallo Ricola.

Prima di giungervi mi ero “sparata” il piccolo San Bernardo in auto, mappando il terreno in attesa di arrivarci in moto e, superando il piccolo paesino anche a causa di indicazioni sbagliate, sono arrivata fin su su su godendomi un panorama paradisiaco (a cominciare proprio dal candore che mi avvolgeva) e scorgendo, finalmente, il gonfiabile.

Son ridiscesa pian piano pentendomi di non aver piazzato una actioncam sulla macchina e ho trovato parcheggio nonostante il flusso esagerato di persone. Pensare che spesso guido un RAM, mi chiedo dove l’avrei piazzato. Parcheggio creativo, necessariamente!

La mia Mokka andava benissimo e dopo mille manovre mi è stato dato piazzarla nel suo legittimo rettangolo blu.

Emozionata mi sono avviata verso il piazzale antistante l’hotel Planibel e ho chiesto informazioni. Erano in ritardo e la fame incipiente (il mio appuntamento era previsto per l’1:30. “Mio”, poi… la mia batteria di aspiranti, diciamo!) perciò ho deciso di rifocillarmi. I punti di ristoro sembravano strapieni e io ero già rassegnata alle mie barrette pesoforma che uso spesso quando non riesco diversamente, finché non adocchio una sorta di rosticceria apparentemente truce e becera.

Le lasagne mi avrebbero appagata, ma sono già ingrassata e poi rischiavo che fossero troppo unte e ho optato per polpette e patate al forno. Sebbene diffidi del macinato cucinato in giro, che avventura scorrerebbe nelle mie vene se arretrassi davanti a del cibo di dubbia provenienza?

Entrambe molto buone, però, devo ammettere!

Così all’ora X mi presento sul luogo preposto, ove Maurizio Rossi, seduto tipo capo indiano sul fuoristrada, ci ha dato alcune indicazioni rammentando che telefonini, fidanzati, cani e rapporti di qualsivoglia natura devono essere accantonati per tre mesi se si vuole partecipare.

Certo, non con questo tono grave e dittatoriale (anzi! Affabilissimo e socievole!), però serio abbastanza da trasmettere l’altrttanta Serietà di quelle che sono le regole del “gioco”.

Condicio sine qua non deve essere lo spirito di adattamento. Social, sì, ma con grande capacità di starsene un po’ fuori di casa senza appendici né troppi rimorsi.

Beh, io è una vita che vivo così. Non so più se definirmi vagabonda, oriunda, cittadina del mondo o cosa!

Orbene: si ritorna in fila e si compila un modulo, ritirando il proprio numero: se la paura fa 90, Donnavventura fa 238. Io preferisco i numeri dispari, ma chissà che questo non mi porti bene ugualmente!

L’attesa è lunga, quindi io chiacchiero un po’ con le altre, rifletto, medito e siccome “schifo” è una parola che mi appartiene relativamente, ho piazzato per terra la mia busta della  Volcom (rea di acquisti appena fatti) in cui ho avvolto una mega sciarpa e mi ci sono accomodata, osservando ciò che mi circondava, continuando a fare quello che stavo facendo e… riesumando la mia Settimana Enigmistica (ne sarei quasi dipendente!).

Il tempo in realtà è scivolato velocemente sulla V cornice concentrica di pag. 34, perciò ho lasciato le parole crociate, mi sono alzata e ho ritrovato una veterana, simpaticissima, che gioca con il mio cognome.

”Bertelli”…

“Come i cerotti!”…

Ebbene sì: i miei coetanei forse non ricorderanno, ma lei ha aggiunto di essere una farmacista, il che spiega tutto e ha allentato la tensione.

E poi, finalmente, il provino!

Provino al quale sono andata volutamente struccata (ho cercato di rimuovere quasi tutto il mio rossetto poco prima) peché durante un viaggio direi che tutto questo tempo per imbellettarsi non ci sia e poi perché loro vedranno donne molto più di me: se una è foto/telegenica se ne accorgeranno (forse a maggior ragione) se è acqua e sapone.

In fondo valuteranno il nostro volto per quello che è, non per come abbiamo seguito bene i tutorial di Clio Make-up!

Dopodiché un’altra ragazza, anch’essa sempre sorridente, mi ha fatto un po’ di domande e devo ammettere che per essere una PR e anche abituata a parlare (un filino pure in TV), mi sono emozionata e ho perso la mia verve.

“Tremo” all’idea di aver fatto brutta figura o di esser parsa impacciata, però ormai non posso farci altro, se non sperare 🙂

La calma è la virtù dei… calmi. Dicono.

Mal che vada ho fatto un viaggio. Non che avessi paura a tornare a casa a qualsiasi ora, da sola, in auto o di dormirci in qualche autogrill, ma ero lì so far away… perché sprecare il weekend? 😀

Donnavventura – la mia candidatura


La Thuille (AO), 31.03.2018

A settembre avevo inoltrato la mia candidatura sul sito di Donnavventura, certa che non ne avrei mai cavato niente.

Ero in una fase di ristagno, avevo bisogno di prendere decisioni che mi scuotessero e quel programma lo guardavo sin da quando ero ragazzina.

Oltre Overland, era uno dei miei preferiti anche perché io non solo amo viaggiare, scrivere e raccontare (del)le mie esperienze, ma mi piaceva l’idea della donna avventurosa.

Come per la moto, fino a un po’ di tempo fa c’era ancora questo retaggio per cui la “Femmina” dovesse stare in casa a far da mangiare mentre io, nata e cresciuta in una famiglia liberale, di ampie vedute, non ho mai potuto sopportare l’idea che certe attività mi venissero precluse solo per il mio genere.

E quindi, perché no?! Non senza, tra l’altro, aver specificato che guido auto, moto, quad, fuoristrada e che parlo 3 lingue e che mi occupo di comunicazione. Se cercano una che perlustri il globo e ne parli, beh: eccola! 😀

Poi, però, l’ho messa via, come si suol dire, convinta appunto che sarebbe stato un sogno e nulla più.

Selezionata per i primi casting

Due settimane fa, invece, ho ricevuto una mail ufficiale dall’organizzazione che mi invitava a prenotare giorno e ora per il provino che si sarebbe tenuto in Val d’Aosta proprio durante il weekend di Pasqua.

Eravamo davvero prossimi alla festa del primo (aprile, tra l’altro) e ammetto di aver vacillato perché temevo fosse una “bufala”. Ma via via che procedevo con l’iter le comunicazioni crescevano e tutte, ma tutte, riportavano al sito Donnavventura perciò, dentro di me, mi son convinta che fosse vero e che, al massimo, avrei fatto un viaggio. L’ennesimo! ;P

Il mio cruccio riguardava il mezzo di trasporto, perché la mia auto è momentaneamente scassata e la moto… La moto io la porterei anche sulla Luna (a proposito, NASA! Ci sta una 999 in uno Shuttle?), ma le previsioni davano anche neve e N gradi sotto lo 0.

Non che temessi il freddo, però non ho ancora l’equipaggiamento adatto e, se mai fossi scivolata e mi fossi infortunata, avrei rischiato di saltare la mia prova, compromettendo una bella occasione.

La ragione ha prevalso sul cuore (e vi dico solo che, a parte la bomba d’acqua durata anche poco, nei pressi di Aosta, dal giorno seguente al ritorno ho incontrato del tempo da fa – vo – la) e mi sono goduta una confortevolissima Opel Mokka che ho noleggiato qui a Rimini.

E, bella bella, mi sono avviata verso Pré Saint Didier, dove avrei soggiornato quella sera (ignara, invece, di come avrei trascorso le giornate successive. Dove, soprattutto. I prezzi in zona salivano vertiginosamente, ma ciò che un’auto dà, rispetto alla moto, è proprio quel riparo che se davvero non sai dove finire, ci dormi dentro e sei a cavallo!).

E io, in passato, la zingara l’ho fatta (ne narrerò, perché troppo divertente), sarei stata pronta a replicare.

Com’è andata?

To be continued…