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El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

Elogio di una 999

In questi giorni, con EICMA di mezzo, mi è capitato spesso di interagire con motociclisti di ogni tipo i quali, sapendo della mia moto, hanno reagito – quasi tutti – in modo simile.

La 999, a quanto pare, è una moto difficile. Come ogni Ducati è scorbutica, non ama i bassi, tende a perdere pezzi – leggenda narra! – e, almeno questo modello in particolare, è difficile da gestire. Pesante, va domata fisicamente e i semimanubri non agevolano certamente le manovre o certe strade curve. Ha la frizione dura e, a furia di sfrizionare, si indurisce ulteriormente e la moto si surriscalda. Ed è scomoda.

Così, perlomeno, la si descrive. E parzialmente concordo.

Io non ho un gran confronto con altre moto. Ho iniziato con un vecchio Monster 600 a carburatori. Del 1996 che era anche un po’ sgarrupato, aveva un’accelerazione lenta e limitata ma, soprattutto, nonostante tutto è sicuramente più agile.

Da quando ho iniziato a viaggiarci, i riscontri sono stati pressoché gli stessi, a gruppi di due: gli “ammiratori” e i detrattori.

Avevo scorto da lontano un parcheggio enorme, con un castello a lato e una bellissima vista sul mare. Credevo fosse breccia, ed invece era sabbia!

Pacifica la sua descrizione, i primi – comprendendone appunto i limiti – mi fanno tanti complimenti perché, solitamente, non è una moto guidata da una donna – proprio per la fatica – e governarla è arduo. Specialmente quando tento di portarla allo stremo, su passi impegnativi – vedi Stelvio – o su terreni inadatti – vedi strade bianche, sassaiole, etc -.

I secondi, invece, si suddividono ulteriormente.
Quelli che credono lo faccia per una qualche forma di sfida, tanto per attirare l’attenzione. E sbagliano.
E quelli che continuano a cercare un modo, almeno uno, per farmi desistere e prendere una moto “comoda” o, perlomeno, adatta.

E questo mi innervosisce alquanto, forse più delle provocazioni di chi mi prende per quella che vuole fare “la fenomena”.

La moto adatta?

Sono anni che guido la moto. Io lo so. Lo so benissimo che esistono mezzi progettati per il turismo. Non sono mica così idiota da non averlo capito. So anche che la mia rossa ha dei limiti fisici che le rendono difficile certi percorsi o certi progetti.

So bene che la carena sotto non mi fa saltare gradini più alti di tot centimetri o che lo sterzo potrebbe essere poco conciliante su alcuni tornanti.  Insomma, la guido, me ne accorgo anche. Ma ciò che non comprendo, al pari di chi non comprende me, perché si insista, ostinati, a volermi far cambiare moto. Un po’ come stressare un fumatore perché smetta (e io sono una ex fumatrice): non lo farà mai perché tartassato, fidatevi!

Insomma, che fastidio vi do?!

Viaggio principalmente da sola, il che non rallenta nessuno lungo la via.
Sono caduta poche volte: da ferma, come ogni motociclista rispettabile. A causa della pioggia, sul dritto. E per colpa di un’auto che non aveva il freno a mano. Quindi non si può nemmeno dire che sia un intralcio, un intoppo agli amici con cui mi accompagno talvolta. Anzi, ad oggi ho dovuto io sorbirmi quello che, ritenendosi il Bayliss o Cairoli di turno, s’è aspettato perché stampatosi da qualche parte.

Dicesi che, con un’altra moto, potrei stare più comoda. O guidare meglio. Forse.
Beh, chiariamo anche un concetto. Io sono abituata a quella, pertanto non so cosa significhi stare “più comoda”. Ma io non sto scomoda! Insomma, se così fosse perché mai dovrei spararmi 1000 km in giornata o 10.000 in 6 settimane. Cosa avrò mai da espiare!

Io su quella moto ci sto maledettamente bene.

Mi ci incastro perfettamente. Adoro le gambe accovacciate, come quando ero in sella ad un cavallo solo. E la posizione reclinata: per me è un sollievo curvare la schiena, dato che quando cammino o sto seduta son ritta come un fuso. Inoltre, voi partite da un presupposto sbagliato: non pensate di star gobbi sulla vostra moto. Questa è fatta apposta, la percezione è ben diversa!

E i polsi… Ma ce l’avete tutti con i polsi.

Il mio istruttore mi ha insegnato a guidarla con le cosce e con il bacino: se avessi il cruise control potrei camminare senza nemmeno sfiorarli, i semimanubri. Non sto gareggiando, sono rilassata quando giro, io. Pertanto, non è infrequente vedermi addirittura appoggiata al serbatoio o con il telefono in mano per girare un video… ;D

E se non riesco a raggiungere un determinato posto, credo che il problema sia mio. E se rischio di insabbiarmi, come è accaduto in Portogallo, il problema è mio. E se invece ce la faccio, il problema è sempre mio perché qualcosa da ridire l’avrete sempre.

Ma a voi, in fondo, che diavolo ve ne importa?!?!

Passiamo a quelli che mi tacciano di sensazionalismo.
Io “faccio eco” ogni tanto per i motivi suddetti. Lo farebbe chiunque, non sono certo “così” speciale. A me non piacciono i limiti. E se ne trovo alcuni, spesso mi garba superarli. Lo faccio con la 999, lo faccio a piedi, lo faccio punto. Embè?

Io amo quella moto. Non andare in moto. QUELLA moto. Ad oggi è ciò che voglio, ciò che mi dà le sensazioni giuste e ciò che mi basta. La cambierò? Giammai. Ne prenderò un’altra? Sicuramente. Perché l’offroad mi è entrato dentro e so che posso farlo veramente, solo con la dueruote fatta apposta. Ma per ora, ogni volta in cui ci salgo, il cuore trabocca di felicità.

Inoltre, appena patentata, quasi chiunque mi ha consigliato di cambiare attività o di darmi all’uncinetto o… i più carini, di prendere una moto più facile da usare. Innumerevoli i miei pianti. Il nervosismo. La frustrazione. Eppure ci credevo. Credevo in me, credevo in lei e lo volevo. Quindi, ogni passo in più che riesco a fare su quella bestia, per me è una conquista. Girare il mondo (perché sì, voglio portarla ancora altrove) per me è stata una soddisfazione indecente e indescrivibile.

Non piego abbastanza? Non gratto le saponette? Beh, chissene. (E poi, demanderei queste “bravate” alla pista e non alla strada). Però, io, ho fatto quello che ho fatto. E non ne ho ancora visti tanti. E, comunque, arrivare a ciò, per me, è quel miracolo che tanto richiama il mio meccanico. La “magia“, mi definisce lui! Da quel dì in cui, appena comprata, mi ha vista scendere per le vie ondulate del Montefeltro, timoroso che non arrivassi alla prima curva intera e sulla moto (a ragione, eh!) ad adesso ne è passato. E noi, siamo felici così. La prima sfida l’ho vinta con me stessa. Tanto basti.

Io sono la 999.

Quindi, signori miei, avete abbondantemente rotto i coglioni.

Enough?

 

PS. Un grande grazie, invece, a quelli che mi hanno pazientemente sopportata in questi anni. Che mi hanno trascinata in giro, aspettandomi, quando ancora avevo paura già solo a tirare fuori la moto dal garage.

International Female ride day

Ovverosia: giornata mondiale delle donna motociclista.

A quanto pare ricorre ogni primo sabato di maggio ed esorta ogni donna motociclista a girare con la propria moto. E io, che casco sempre dal pero, non lo sapevo nemmeno!

Ne aveva parlato Catalina, invitandoci invero all’evento di Bologna, durante la nostra cena insieme a Riccione e a me, quando si parla di gironzolare – specialmente in moto – si rizzano tutte le antenne.

Così sono andata a spulciare su internet e su Facebook mi ritrovo l’annuncio della giornata organizzata da Andrea (Maida), che ormai io conosco fin troppo bene! Di corsi di guida con lui ne ho fatti due e mi mancava la pista, ma il mio scarico poco prima aveva deciso di esplodere letteralmente!

L’ultimo, proprio pochi mesi fa e allora, perché no? Un nome una garanzia, anche se in genere li organizzava, i miei, una mia amica. Avrei dovuto fidarmi di Andrea anche come PR oltre che come pilota e maestro?

Beh. Intanto sono arrivata la sera prima, alloggiando all’Hotel Cavalli, proprio a Loreo. La proprietaria è Paola, la moglie di Andrea e devo dire che la gentilezza è di casa, lì!!!

Essendo partita presto, ho potuto mettermi in camera a lavorare un po’, così da liberarmi il sabato. La sera ero già pronta ad una cena leggera, frugale e da sola (cosa che a me non pesa poi affatto), invece mi sono ritrovata a tavola non solo col Mister, ma anche con delle altre ragazze che avevano avuto la mia stessa idea di arrivare la sera prima e… E ci siamo divertite da matte!

Andrea è sempre stato bravo ad amalgamare le sue allieve. Che lo sia a sceglierle, ad attirarle o a integrarle, non c’è volta in cui mi sia trovata male. E venerdì non era da meno.

Finalmente il sabato!

Sabato mattina, sveglia all’alba perché il Boss inizia presto, eh! Io ho provato a evitare il piccolo briefing, essendo il IV, per dormire ancora un poco ma poi ho preferito far comunella insieme con le altre ;D

Assicuratosi che avessimo, più o meno, capito tutte tutto, Andrea ci ha finalmente messe in marcia. A coadiuvarlo, Serena: una ragazza dolcissima e bellissima che non ha mai, e dico mai, fatto pesare la sua bravura né con boria né con competitività. Serena è una delle istruttrici donne migliori che si possa trovare e menzione d’onore a Carlo, suo marito (ad ogni incontro con Andrea, c’è sempre un Carlo. Va beh) che ci ha fatto da chiudifila e che ci ha anche riprese con un drone.

Ah, dimenticavo: Serena è un “puro prodotto Made in Maida”, nel senso che è stata una sua allieva e questo dimostra quanto bravo lui sia. Un po’ di DNA motociclistico, un buon istruttore et voilà, un’assistente di prim’ordine!

Il giro si è rivelato davvero intenso e divertente, e non mancherò di parlarne ancora. Andrea l’ha suddiviso tra mattina e pomeriggio, con pranzo in hotel dove Paola ci ha nuovamente deliziati.

Tra l’altro, essendo ora tutte al completo, la “caciara” era aumentata ma anche la complicità e il divertimento.

E difatti, poi…

 

 

Il passo dello Spino

Siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Quando affronti le curve sai due cose: una che devi stare attento a qualsiasi cosa. Ciclisti, sterco, ciglio sporco etc. La seconda è che, se ti trovi davanti un veicolo molto più lento e non hai una gran visuale, te lo trascini per  km e km… Rallentando notevolmente e, a volte, creando la fila dietro.

Ed è per questo che, quando ho sentito qualcuno suonare, mi sono anche infastidita. Insomma: non si passava, cosa voleva facessi. Volare? Altrettanto quando ‘sto tizio mi si è affiancato; al più ho creduto fosse successo qualcosa alla moto.

Alcuni minuti dopo me lo sono ritrovato nuovamente sulla sinistra e mentre mi guardava con un fare misto tra il beota e il divertito, l’ho riconosciuto! Era Fabio, un mio amico che quando ha intravisto una 999 rossa, con su una donna e un GS giallo, con su un uomo ha fatto 2+2+: conoscendone i proprietari, ha capito fossimo noi!

Così si è deciso di fermarsi a bere qualcosa prima e di proseguire insieme (per poi fermarsi nuovamente a bere ancora) poi.

Lui aveva lavorato al mattino, decidendo di uscire solo all’ultimo momento. La cosa divertente era che io avevo scritto, proprio quella mattina, a (quasi) tutti i miei contatti per cercarne almeno uno che mi facesse compagnia. Tranne lui! Lo avevo dimenticato o ignorato bellamente, povero ragazzo mio.

Ma si dice che “ciò che è destinato a te troverà il modo” – o qualcosa del genere, no? –  e il kharma quel sabato aveva stabilito io dovessi star bene e divertirmi. E ci è riuscito.

La ripartenza

Al momento di ripartire, tra una foto e una battuta, ho notato che la moto non partiva. La batteria è nuova, non poteva essere quella. Ne abbiamo ragionato a lungo, ma pensare serviva poco e abbiamo dovuto spingere e spingere… finché la mia roscia non si è decisa. E meno male!

(Per la  cronaca, dovrebbero essere le spazzole del motorino).

Il resto del viaggio si è rivelato piacevole. Abbiamo attraversato vari luoghi della mia vita passata, il che ha suscitato un po’ di rimestamento di stomaco, però la cosa migliore da fare in alcuni casi è proprio la terapia d’urto, e portare nuovi ricordi alle zone che sono legate ad altri. E pensare al futuro!

Una volta tornati sulla Via Marecchiese, presa da un che di tamarro e adrenalinico – complice la conoscenza a menadito della strada – ho intravisto dei caschi. Con sorriso beffardo i sono avvicinata a Fabio, l’ho guardato e credo abbia letto il labiale:

“Li sverniciamo?”

Peccato che raggiungendoli non abbiamo notato essere ragazzini, con al massimo dei 125 cc, carucci carucci e fare loro il pelo sarebbe stato davvero da brutte persone! Mi sono limitata solo ad un pollice in su, con occhiolino, ad uno di loro con una Vespa. Tanta roba, la Vespa e dal sorrisone che quel giovane adolescente mi ha fatto, deduco che se lo ricorderà a vita. 🙂

Casa era vicina, ma andando andando si era deciso di fermarci al Primo Miglio, baretto in città per un aperitivo. Tra noi e Rimini, ancora un semaforo dalla coda solitamente interminabile. Io, che ho il dispetto nel DNA e la moto più piccola e snella (in quanto ad agilità, c’è un annoso dibattito in merito), ho seminato i miei amici svicolando tra le auto, i marciapiedi e le bici – parcheggiate – a mo’ di slalom gigante e distanziandoli con sorriso sardonico

Tentando il bis ad un altro rosso, molto più avanti, ad un certo punto ho sentito un rombo vigoroso e mi sono guardata accanto, perché era davvero difficile che provenisse dalla Clio viola appena superata. Beh. Fabio, che per rendermi la pariglia, aveva scavalcato un marciapiede raggiungendo la “pole” mentre io restavo imbottigliata come una sardina!

Non siamo così discoli, sappiatelo. Anzi. Ma ai semafori rossi non è proprio piacevole respirare tutti i gas di scarico dei veicoli intorno ;D

Marco in tutto questo non so dove fosse finito, però l’importante è che siamo arrivati tutti insieme a sederci, paghi strapaghi e contropaghi della giornata. Ognuna iniziata a modo proprio.

Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio. Ognuno diverso. E ognuno in fondo perso. Dentro i fatti suoi.

(cit. V.R. Amaracmand: non iniziamo con il tifo da stadio, eh! Io non lo amo particolarmente, ma questa è una canzone degna di nota).

E via, pronti per una serata con altri amici. Che, per me, significava pizza al metro a “L’Osteria” con un altro gruppo di disgraziati!

Giro in moto: Anghiari

Se una mattina di primavera un viaggiatore…

Il venerdì sera l’umore era migliorato grazie ad un amico di vecchia data che mi aveva fatto una sorpresa. Quelli che quando sei giù lo sentono e appaiono come per magia.

Il sabato, però, ero decisamente agitata. E quindi? Quindi via di messaggi per un giro in moto! Ovviamente non mi rispondeva quasi nessuno. Quasi… ;D

Poi l’illuminazione. Marco, che evidentemente non aveva una beata ceppa da fare o a sua volta era stato snobbato da chiunque, mi ha risposto e all’obiezione “sì, però…” stavo già tremando. Invece significava solo: “sì, però dammi almeno mezzora ché mi preparo”!

Certo che se avessi saputo prima che si muove su un GS vecchio e pure giallo – di un giallo brutto – probabilmente avrei desistito, però me l’aveva taciuto.

Perlomeno mi ha offerto la colazione 😀 E poi, in carrozza!!!

L’idea era di andare ad Anghiari, in Toscana, e semmai fermarsi a mangiare al Castello di Sorci, un piccolo fortilizio in località San Lorenzo – appunto ad Anghiari – nell’aretino.

La via da fare è nota ai motociclisti nostrani (e non): il famoso passo di Viamaggio!!! Ma per arrivare a prenderlo ci sono 2 strade: la famosa Marecchiese che sì, è lievemente mossa, oppure la variante per le Coste di Sgrigna, che sicuramente è più divertente e anche scenografica!

Solitamente, per chi parte dal mare o dalle vallate più lontane, e va verso la Toscana la tappa d’obbligo è al Pascucci di Novafeltria, dove la barista ormai mi riconosce da lontano.

“Tu sei quella del caffè, ristrettissimo, in vetro e la spremuta d’arancia, vero?!”. Ebbene, sì. I miei punti deboli! 😉

Sosta fatta, siamo ripartiti. allegri e pieni di belle speranze! Ma, soprattutto, già affamati!!!

Nonostante un paio di pit stop puramente “cartografici”, perché Marco non sapeva la strada, direi che abbiamo raggiunto il Castello anche agevolmente. Io ci sono già stata spesso, ma l’idea di fare strada non mi sfiora quasi mai l’anticamera del cervelletto

Beh. Prima ci si fa una stradina bianca, breve invero, e poi si arriva in questo posto semi sperduto, raccolto e avvolto dalla natura che lo rende non solo incantevole, ma pure davvero quieto e pacifico.

E quindi, us megna! Abbiamo declinato la proposta “menu completo” per decenza e per dieta, però non abbiamo proprio patito la fame, eh! Non sarebbe da noi!

Giunto il momento di pagare?

Eh. Io sono famosa perché amo i bancomat e odio prelevare allo sportello. Non che sia micragnosa, affatto, è solo che pagherei tutto virtualmente per comodità. Poi, però, quando il pos non funziona… So ca.. ca… cavoli!

Marco fortunatamente era denaro-munito, ma io che, però, ho sempre delle gran monete appresso ammetto di aver contribuito in qualche maniera. Sembrava avessi derubato un bambino della sua paghetta, però ammetto di aver racimolato un certo gruzzolo. (Dirò che per il concerto dei Guns’n Roses accadde la stessa cosa. Solo da un bicchiere ci cavai 60 eurini, mica male no!).

Forse la figura peggiore l’abbiamo (abbiamo… Ha, il mio socio) fatta parlando di cibo e di pizza. Io raccontavo di una recente esperienza in un posto, aggiungendo che a far male una pizza ci vuole davvero impegno!

Uno dei gestori ribatteva, concordando su alcuni punti e aggiungendo che per lui, la pizza, è buona pressoché sempre. Insomma, di bocca buona o, forse, poco capace di discernere tra una fatta bene e una fatta male. Tant’è che Marco, con molta, mooolta nonchalance, ha chiosato: “Ah, beh. Immagino che voi, la pizza, a questo punto non la facciate”.

Invece immaginate voi la sua espressione, quando il tipi ha risposto di sì! (Ahahahahahah!!!). Beh, ha anche aggiunto che la prepara il fratello, togliendo tutti dall’imbarazzo.

Ma le disgrazie non erano finite…

Al ritorno abbiamo cambiato strada. In fondo, a noi importava bighellonare e s’è preso per lo Spino. Ancora ricordo la prima volta in cui l’ho percorso con il mio ex ragazzo: avevo il Monster e ho patito tutto il tempo, incerta e impaurita. Ricordo anche una seconda volta con lui e mio babbo: tener testa a due fenomeni delle due ruote è faticoso: se poi hai appena comprato una 999 e non ci sai nemmeno andare, è da matti.

Ma questa è un’altra storia. Anche perché siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Donnavventura – le selezioni

Il 31 marzo mi sono presentata, con largo anticipo, alle selezioni che si tenevano a La Thuille, in Val d’Aosta, sotto il famoso “tendone” giallo Ricola.

Prima di giungervi mi ero “sparata” il piccolo San Bernardo in auto, mappando il terreno in attesa di arrivarci in moto e, superando il piccolo paesino anche a causa di indicazioni sbagliate, sono arrivata fin su su su godendomi un panorama paradisiaco (a cominciare proprio dal candore che mi avvolgeva) e scorgendo, finalmente, il gonfiabile.

Son ridiscesa pian piano pentendomi di non aver piazzato una actioncam sulla macchina e ho trovato parcheggio nonostante il flusso esagerato di persone. Pensare che spesso guido un RAM, mi chiedo dove l’avrei piazzato. Parcheggio creativo, necessariamente!

La mia Mokka andava benissimo e dopo mille manovre mi è stato dato piazzarla nel suo legittimo rettangolo blu.

Emozionata mi sono avviata verso il piazzale antistante l’hotel Planibel e ho chiesto informazioni. Erano in ritardo e la fame incipiente (il mio appuntamento era previsto per l’1:30. “Mio”, poi… la mia batteria di aspiranti, diciamo!) perciò ho deciso di rifocillarmi. I punti di ristoro sembravano strapieni e io ero già rassegnata alle mie barrette pesoforma che uso spesso quando non riesco diversamente, finché non adocchio una sorta di rosticceria apparentemente truce e becera.

Le lasagne mi avrebbero appagata, ma sono già ingrassata e poi rischiavo che fossero troppo unte e ho optato per polpette e patate al forno. Sebbene diffidi del macinato cucinato in giro, che avventura scorrerebbe nelle mie vene se arretrassi davanti a del cibo di dubbia provenienza?

Entrambe molto buone, però, devo ammettere!

Così all’ora X mi presento sul luogo preposto, ove Maurizio Rossi, seduto tipo capo indiano sul fuoristrada, ci ha dato alcune indicazioni rammentando che telefonini, fidanzati, cani e rapporti di qualsivoglia natura devono essere accantonati per tre mesi se si vuole partecipare.

Certo, non con questo tono grave e dittatoriale (anzi! Affabilissimo e socievole!), però serio abbastanza da trasmettere l’altrttanta Serietà di quelle che sono le regole del “gioco”.

Condicio sine qua non deve essere lo spirito di adattamento. Social, sì, ma con grande capacità di starsene un po’ fuori di casa senza appendici né troppi rimorsi.

Beh, io è una vita che vivo così. Non so più se definirmi vagabonda, oriunda, cittadina del mondo o cosa!

Orbene: si ritorna in fila e si compila un modulo, ritirando il proprio numero: se la paura fa 90, Donnavventura fa 238. Io preferisco i numeri dispari, ma chissà che questo non mi porti bene ugualmente!

L’attesa è lunga, quindi io chiacchiero un po’ con le altre, rifletto, medito e siccome “schifo” è una parola che mi appartiene relativamente, ho piazzato per terra la mia busta della  Volcom (rea di acquisti appena fatti) in cui ho avvolto una mega sciarpa e mi ci sono accomodata, osservando ciò che mi circondava, continuando a fare quello che stavo facendo e… riesumando la mia Settimana Enigmistica (ne sarei quasi dipendente!).

Il tempo in realtà è scivolato velocemente sulla V cornice concentrica di pag. 34, perciò ho lasciato le parole crociate, mi sono alzata e ho ritrovato una veterana, simpaticissima, che gioca con il mio cognome.

”Bertelli”…

“Come i cerotti!”…

Ebbene sì: i miei coetanei forse non ricorderanno, ma lei ha aggiunto di essere una farmacista, il che spiega tutto e ha allentato la tensione.

E poi, finalmente, il provino!

Provino al quale sono andata volutamente struccata (ho cercato di rimuovere quasi tutto il mio rossetto poco prima) peché durante un viaggio direi che tutto questo tempo per imbellettarsi non ci sia e poi perché loro vedranno donne molto più di me: se una è foto/telegenica se ne accorgeranno (forse a maggior ragione) se è acqua e sapone.

In fondo valuteranno il nostro volto per quello che è, non per come abbiamo seguito bene i tutorial di Clio Make-up!

Dopodiché un’altra ragazza, anch’essa sempre sorridente, mi ha fatto un po’ di domande e devo ammettere che per essere una PR e anche abituata a parlare (un filino pure in TV), mi sono emozionata e ho perso la mia verve.

“Tremo” all’idea di aver fatto brutta figura o di esser parsa impacciata, però ormai non posso farci altro, se non sperare 🙂

La calma è la virtù dei… calmi. Dicono.

Mal che vada ho fatto un viaggio. Non che avessi paura a tornare a casa a qualsiasi ora, da sola, in auto o di dormirci in qualche autogrill, ma ero lì so far away… perché sprecare il weekend? 😀

Donnavventura – la mia candidatura


La Thuille (AO), 31.03.2018

A settembre avevo inoltrato la mia candidatura sul sito di Donnavventura, certa che non ne avrei mai cavato niente.

Ero in una fase di ristagno, avevo bisogno di prendere decisioni che mi scuotessero e quel programma lo guardavo sin da quando ero ragazzina.

Oltre Overland, era uno dei miei preferiti anche perché io non solo amo viaggiare, scrivere e raccontare (del)le mie esperienze, ma mi piaceva l’idea della donna avventurosa.

Come per la moto, fino a un po’ di tempo fa c’era ancora questo retaggio per cui la “Femmina” dovesse stare in casa a far da mangiare mentre io, nata e cresciuta in una famiglia liberale, di ampie vedute, non ho mai potuto sopportare l’idea che certe attività mi venissero precluse solo per il mio genere.

E quindi, perché no?! Non senza, tra l’altro, aver specificato che guido auto, moto, quad, fuoristrada e che parlo 3 lingue e che mi occupo di comunicazione. Se cercano una che perlustri il globo e ne parli, beh: eccola! 😀

Poi, però, l’ho messa via, come si suol dire, convinta appunto che sarebbe stato un sogno e nulla più.

Selezionata per i primi casting

Due settimane fa, invece, ho ricevuto una mail ufficiale dall’organizzazione che mi invitava a prenotare giorno e ora per il provino che si sarebbe tenuto in Val d’Aosta proprio durante il weekend di Pasqua.

Eravamo davvero prossimi alla festa del primo (aprile, tra l’altro) e ammetto di aver vacillato perché temevo fosse una “bufala”. Ma via via che procedevo con l’iter le comunicazioni crescevano e tutte, ma tutte, riportavano al sito Donnavventura perciò, dentro di me, mi son convinta che fosse vero e che, al massimo, avrei fatto un viaggio. L’ennesimo! ;P

Il mio cruccio riguardava il mezzo di trasporto, perché la mia auto è momentaneamente scassata e la moto… La moto io la porterei anche sulla Luna (a proposito, NASA! Ci sta una 999 in uno Shuttle?), ma le previsioni davano anche neve e N gradi sotto lo 0.

Non che temessi il freddo, però non ho ancora l’equipaggiamento adatto e, se mai fossi scivolata e mi fossi infortunata, avrei rischiato di saltare la mia prova, compromettendo una bella occasione.

La ragione ha prevalso sul cuore (e vi dico solo che, a parte la bomba d’acqua durata anche poco, nei pressi di Aosta, dal giorno seguente al ritorno ho incontrato del tempo da fa – vo – la) e mi sono goduta una confortevolissima Opel Mokka che ho noleggiato qui a Rimini.

E, bella bella, mi sono avviata verso Pré Saint Didier, dove avrei soggiornato quella sera (ignara, invece, di come avrei trascorso le giornate successive. Dove, soprattutto. I prezzi in zona salivano vertiginosamente, ma ciò che un’auto dà, rispetto alla moto, è proprio quel riparo che se davvero non sai dove finire, ci dormi dentro e sei a cavallo!).

E io, in passato, la zingara l’ho fatta (ne narrerò, perché troppo divertente), sarei stata pronta a replicare.

Com’è andata?

To be continued…

Andrea Maida – gli esercizi nel piazzale

Dopo il consueto briefing, Andrea è solito far fare degli esercizi in un piazzale ampio e comodo.

Lo riempie di conetti e, con una calma estrema, spiega l’esercizio da fare. Ciò che lo rende davvero raro è, non solo la pazienza di cui è dotato, ma la sua capacità di rendere tutto estremamente semplice. E non perché si riveli borioso dimostrando che, ciò che per noi risulta arduo, sia in realtà facile. Ma perché lo rende facile anche per noi! La differenza è sostanziale.

E quando nota che le sue allieve sono un po’ dure di comprendonio, non esita a farle scendere dalle moto e a camminare, anche in fila indiana, lungo il tracciato tra i paletti per imprimere nelle loro cucuzze le traiettorie esatte.

 

E poi via di slalom, frenate, curve e chicane per impratichirsi e sciogliersi. Braccia morbide, cosce adese al serbatoio e via discorrendo. Come già accennato in qualche altro mio articolo (Corso di guida su strada o Recensione corso con Andrea Maida), il numero esiguo di partecipanti rende il corso piacevole e sicuramente poco caotico: provate a immaginare 8, 10, 15 moto che casino farebbero! Anche solo il rombo degli scarichi.

Dimenticavo di dire che Andrea si raccomanda sempre di partecipare ben equipaggiate e con i paramenti al completo: non sia mai che manchi qualche pezzo della vestitura perché lui pretende davvero la sicurezza per sé e per i suoi discenti.

La tecnologia anche in moto

Le riprese e le fotografie sono un altro strumento decisamente utile: spesso si è davvero certi di fare qualcosa, ma è solo rivedendosi che si percepisce la realtà. Non avete idea di quanto io abbia creduto di piegare, in certe occasioni, quando a inclinarsi era solo la mia testa, forse!

Andrea viaggia pieno zeppo di chiavette usb, pennette, tablet, schede di memoria apposta e difatti, durante la pausa pranzo, non manca di mostrare gli errori, o gli orrori, della mattinata – inclusi quelli del breve giro fino all’arrivo al ristorante -.

Meno male che lo fa mentre si mangia: almeno lo strazio di rivedersi fare tante cazzate viene lenito dalla gioia dello stomaco che viene abbondantemente sfamato. Un colpo al cuore e una gioia alla panza!

Pranzo che, comunque, si rivela sempre essere leggero e veloce. Andrea è uno pratico e il suo interesse è insegnare, non fare troppe chiacchiere (sebbene sia una persona davvero socievole e nel tempo libero indulga in ciarle amichevoli) e quindi non crediate di pasteggiare con troppo agio, innaffiando i vostri piatti di vino o birra. Naaaah. Non stavolta.

Così, caffè e pronti nuovamente a salire in sella, per qualche ora di piacevole guida!

Andrea Maida, Maidamotomaster, corso I livello

Ormai, nella vita, di corsi ne ho fatti tanti (in moto ancora qualcuno in meno, ma tant’è) e credo di riconoscere un buon istruttore da uno incompetente.

Il 26 marzo 2017 ero a Civitanova Marche per partecipare ad un corso di guida su strada, organizzato dalla grande Lucia Vallesi con il mitico a Andrea Maida Maidamotomaster.

Non lo conoscevo affatto, però ho dovuto riconoscergli subito grandi qualità.
L’ho intravisto la sera prima a cena e già ne avevo notato la simpatia e la gentilezza, caratteristiche che per me sono imprescindibili.

Il giorno del corso


Il giorno dopo abbiamo iniziato con una formula, a mio avviso, vincente: colazione e teoria, grazie anche all’ausilio di pc e tecnologia.
Questo ci ha permesso di entrare in contatto con lui e tra noi: il rapporto 1:4 fa sì che ci si coalizzi per dare il proprio meglio, spronandoci a vicenda. 

Mai, e dico mai, siamo entrate in competizione negativamente, anzi! Andrea, ovviamente, ha avuto un ruolo chiave in tutto ciò.
Subito dopo abbiamo svolto vari esercizi in un piazzale dove, sempre grazie al numero ridotto di partecipanti, abbiamo potuto esercitarci costantemente e ripetutamente, senza pause lunghe né tempi morti.

Anche l’uso dell’interfono è, indubbiamente, un’ottima idea: essere corretta durante la guida e non dopo, ha un vantaggio enorme.
Abbiamo scoperto che Andrea, nonostante i suoi innumerevoli meriti in ambito sportivo (dal karate allo speedway) e che potrebbe vivere di boria, è capace di elogiare come di “cazziare”, ma senza abbattere né distruggere psicologicamente!

Sa spronare e trasmettere la propria conoscenza, con fare davvero gradevole e semplice. Il Piero Angela delle moto, insomma! Per di più ha domato la “selvaggia” (ormai mi ha ribattezzata così) che è in me portandomi alla disciplina  


Aggiungo che non ho una moto facile facile da guidare (la 999 è ignorantella e pesante) e lui non ha mai, mai, mai accennato al fatto che debba cambiarla. Semmai mi ha spronata a fare il mio meglio per ammansire io lei!


Insomma: sono pronta per il prossimo livello e, probabilmente, per un corso in pista con lui (e ne ho già fatti, seppure traumatizzata).
Più fidelizzata di così… Vordì che merita!!!!!

Intervista a Sandro Travaglini

Nome, cognome, data di nascita (Sono pigra e non mi va di fare calcoli… sebbene abbia in fondo un solo anno in più di me!), età e professione!

Sandro. Travaglini. 1 luglio del 1981. 36. Lavoro nella nella logistica dell’azienda Sevel.

Sandro e le sue moto

Moto?

Una Ktm 1290T Super Adventure.

Da quanto tempo ce l’hai?

La mia moto attuale la possiedo da 10 mesi, durante i quali ho percorso 50.000 km di viaggi e avventure.

Wow! E da quanto guidi?

Eh… Guido motorini e moto da prima che la mia età e la legge me lo consentissero!

Pur di farlo mi appropriavo di mezzi altrui che, fortunatamente, me lo permettevano fino a quando sono riuscito a prenderne una tutta mia!

E perché guidi una moto?

Perché, perché… perché solo in quel momento mi sento completo: quel qualcuno che è me stesso. Viaggiare è sempre stato un mio traguardo e cominciai a farlo in tutti i modi: auto, navi, treni, aerei e biciclette, ma sentivo che a tutti i miei viaggi – anche quelli oltre equatore – mancava qualcosa. E quel qualcosa era proprio lei: il mezzo con cui ora affronto tutti i miei viaggi!! Per “sentire il viaggio” dovevo trovare l’ingrediente che mi avrebbe amalgamato e fatto “sentire nel viaggio!”

E quel quid era ed è la moto.

E il Sandro viaggiatore…

Insomma: oltre che motociclista sei davvero un gran viaggiatore…

Ho viaggiato molto per la mia età e ho iniziato presto a farlo.

Europa, Asia, America e Africa hanno visto il mio corpo camminare sulle loro terre, ma solo quando ho cominciato a farlo in moto hanno visto anche la mia anima.

Quando racconto un mio viaggio racconto solo quelli su duo ruote: gli altri li tengo per me perché, per lo stesso motivo, non li sento completi e questo mi frena dal metterci entusiasmo quando ne parlo (e fidatevi che Sandro, in quanto a entusiasmo quando narra dei suoi percorsi, ne mette tanto. Ho deliberatamente lasciato le sue parole pressoché inalterate proprio per questo).

Sandro, non possiamo nascondere che anche di viaggi in moto ne hai fatti tanti.

Di viaggi in moto ne ho fatto parecchi, è vero. Posso accennare che le ruote di ogni mia moto, il mio cuore e la mia anima hanno esplorato quasi totalmente le 50 nazioni del continente dell’Euroasiatico.

Viaggiatore solitario! Ma anche social.

Raccontaci altro di te!

Non ho molti amici, forse per il mio carattere duro o forse perché non riesco a non dire ciò che penso di chi frequento. Il “buon viso a cattivo gioco” non mi si addice, tanto meno per averne una compagnia di comodo.

Sarà forse una frase fatta, ma i miei amici sono pochi. E veri.

Non mi piacciono nemmeno gli sport di gruppo come mal tollero la confusione. Di certo, e stavolta credo sia un pregio, sono uno che, una volta stabilito un obiettivo, non molla mai. Cascasse il mondo!

Solitamente ciò coincide con un viaggio e pur di portarlo a termine, alle mie condizioni seppur estreme, riesco a rinunciare ai miei bisogni quali il sonno o anche il cibo. Potrei nutrirmi solo di ciò che il viaggio mi dona

Per questa mia determinazione e per questo mio modo di essere spesso prediligo viaggiare da solo.

Ammetto anche che, se le possibilità (tempo, lavoro e risorse economiche) me lo permettessero, farei anche tutto con più calma. Quando, viceversa, mi sono ostili calco la mano e rinuncio a tutto pur di fare ciò che molti non farebbero.

“On the road the life we like”, la tua pagina Facebook.

La mia pagina Facebook è nata da poco, grazie ad un caro amico che mi fece notare quanto, i miei viaggi, non fossero da tutti e che non dovevano rimanere nell’ombra. Così, sfidando la mia ritrosia, lui mi convinse e io seguii il suo consiglio, seppur non diventandone schiavo.

E l’ho inaugurata in occasione del mio viaggio nell’Europa dell’Est, che ha compreso poi la Russia del Sud e la Transcaucasia orientale (Asia). Qui vi narro le avventure che posso definire viaggi come le altre, quelle che definisco “motosvago”.

Cosa non so di cui potresti voler parlare?

Solitamente, durante un’intervista, si cerca sempre di apparire il più perfetto possibile e di dire ciò che possa gratificare i lettori, eventualmente parlando sotto l’occhio vigile di chi ti pone le domande per non rispondere ca…volate!

A me non importava apparire “perfetto”, ma preferivo raccontarmi come sono, senza farse.

Pertanto preferisco non raccontare altro che la Bertelli non sappia, sai mai mi linciasse!

 

Dulcis in fundo, il rapporto con la Vale…

Come hai conosciuto la Vale? Ci faresti un viaggio insieme? ;P

Ho conosciuto la Bertelli (noi ci chiamiamo solitamente per cognome. N.d.A.) tramite Facebook, incuriosito da un suo viaggio on the road Italia – Irlanda in coincidenza con il mio, senza però che le nostre strade si incrociassero.

Se ci affronterei un viaggio insieme? Certo che sì! Però con il beneficio di lasciare a lei la scelta del tragitto. Perché? Perché così avrei sempre una parola in più: “Tu l’hai scelto!!!”.

E avere una parola in più con una donna a volte ti salva la vita 😝