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Virgen de la Nieves

(La partenza da Granada è necessaria, e ne ho parlato già qui).

A meno di soste estemporanee, volendo risalire la vetta con alacrità, si può puntare verso Pradollano – frazione di Monachil.

Pradollano

Tanto per aiutare il navigatore nelle sue funzioni, almeno. E, proprio verso questo, la strada si ingrandisce. Sicuramente più nuova, a volte a due carreggiate e tre corsie, addirittura.

“Roba da piegone da ginocchio a terra” insomma!

Pradollano non è nulla di che, anzi… Non aspettatevi una cosina dipo Ponte di Legno o Folgarida, ecco! Più che bella è comoda, permettendo di villeggiare nel centro del parco nazionale della Sierra, potendo anche beneficiare dei vari corsi di attività invernali, escursioni e quant’altro a disposizione dei turisti.

La zona è prettamente sciistica: durante il mio raid estivo la neve mancava così come la marmaglia di turisti, rendendo la località desertica – e permettendomi di tagliare una fetta di strada percorrendo una zona del paese che, sinceramente, non ho ben capito se si potesse prendere in quel verso! Tant’è che a dicembre,  viceversa, quella via mi è stata totalmente interdetta.

Tuttavia la Spagna mi pare abbastanza diligente nell’indicare i percorsi, perciò con bretelle più o meno lunghe, superare la frazioncina per raggiungere il Veleta è davvero agevole, potendolo evitare senza problemi – e molto felicemente, oserei dire. Provate voi a entrare con un mezzo in un centro commerciale di domenica, a ridosso di Natale. Ecco!

Lungo la via non solo indicazioni, ma un altro virtuosismo iberico è la smisurata quantità di punti panoramici! A volte mi capita di non sapere più se godermi la strada, le curve o la vista, fermandomi di tanto in tanto.

L’ultima volta, grazie al clima invernale, sono riuscita a posteggiare e a dilettarmi in scivoloni e palle di neve, su pendii davvero poco scoscesi e molto ampi, tanto per non ritrovarmi a farlo nella calca della vetta.

Calca che, in realtà, era irrisoria.

Nonostante a settembre, quando anche per una sola foto ho dovuto elemosinare la carità cristiana di un turista greco, fosse semidesertico, a dicembre tuttavia non c’era un boom tale da rendere fastidiosa la permanenza.

Certo: bisogna mettere in conto di essere comunque in una località turistica, però probabilmente son solo stata fortunata. O, in realtà, gli spazi sono talmente ampi da non aver realizzato quante auto si sarebbero incolonnate poi, al rientro!

PS. Se incrociate automobili variopinte, tendenzialmente nere e bianche, con geometrie definite e a volte surreali, sono test. Nessun ente governativo o setta strana, solo prototipi testati sulla via!

O mia bella Madunina…

La sommità? Beh… giungendovi, sulla destra, c’è un piazzale sconnesso con alcune casette in legno dal tetto spiovente: qualche bar (se cercate caffè, scordatevelo!), negozio di souvenir… nulla di entusiasmante. Ancor meno quelli dall’altro lato della strada. Strada interrotta da una sbarra che delimita l’area carrabile e rende accessibile l’ultima parte del tragitto ai soli pedoni.

Si tratta di una piacevole passeggiata, comoda su una strada ben asfaltata e non in eccessiva pendenza. Giungervi non è faticoso, nemmeno in abbigliamento tecnico. Pertanto non fatene una questione religiosa quanto “turistica”: merita davvero.

La Virgen de la Nieves altro non è che un “monumento”: un altare sito ai piedi di una sorta di arco ogivale fatto in pietra, sul quale è stata collocata una Madonnina. Il tutto, come appena descritto, si erge su altezze impressionanti che permettono anche di godere di panorami a perdita d’occhio, decisamente fuori dal comune e spettacolari.

Come mancare una tappa caratteristica del luogo? Fatto 30…

Fatto 30 s’era fatto pure tardi e io dovevo raggiungere Antequera. La città dei Dolmen, dove avrei patito non poco per le viuzze strette, storte e dalla pavimentazione improponibile. Quattro ore di viaggio verso ovest, per poi raggiungere Ronda, Gibilterra e proseguire per il resto del periplo.

Stay tuned!

El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

Caminante

Viajante. Viaggiatore.

Il viaggiatore è colui che compie un percorso, non sempre e solo fisico, ogni qualvolta decida di andare oltre.

La presa di coscienza, la fusione con il mondo circostante che, pertanto, diventa suo ed egli ne dievene a sua volta parte integrante.

Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino:
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar.*

Trovo bellissime queste parole, che ho tatuato tra l’altro su un costato – il sinistro, quello del cuore – .

Cos’è che distingue, pertanto, un viajante da un “semplice” turista?

Me lo sono domandata spesso e non sono certa di essere arrivata ad una risposta. O forse sì, ma sicuramente una risposta mutevole, perfettibile e soggetta a revisioni nel tempo.

Si suol dire che Il viaggio non è nella meta ma nel cammino – o versioni simili – il che si pone in antitesi alla vacanza, per cui ci si trasporta, sterilmente, dal punto A al punto B, possibilmente anche in fretta, perché sta nel punto B il motivo del trasferimento.

Credo che molti confondano il viaggio con mete esotiche, lontane o esperienze quasi inenarrabili eppure un animo sterile, chiuso e poco incline all’osmosi, potrebbe ritrovarsi in luoghi incantati, a contatto con animali fantastici o alle pendici di monumenti e architetture superbe per poi tornare a casa uguale a se stesso. Ricco in foto, magari. Con qualcosa da raccontare, ma nulla più di quanto possa aver letto sulla Lonely Planet – bene che vada. Altrimenti, al massimo, si sarà informato su Google e Wikipedia.

Il che non significa che partire senza un minimo di contezza sia da condannare, anzi! Credo che sia una delle tante declinazioni che si possono dare a un viaggio. Ma, perlomeno, che la contaminazione avvenisse “strada facendo”.

C’è un tarlo che mi becca un po’ nel cervello e che ancora non so come risolvere. Se sia meglio girovagare e cercare, talvolta anche con bulimia, di visitare il possibile sfruttando ogni ora utile del giorno o se, invece, sia meglio prenderla con calma e vedere cosa capita nel frattempo. A ciò, si aggiunge un altro dubbio: quanto valga la pena tornare e ritornare sempre negli stessi posti, approfondendo e/o imparando a conoscerli nei minimi dettagli (anche in preda al: “chissa se ci torno più”) e quanto, invece, sia meglio spaziare letteralmente perché, al massimo, “ci tornerò” o, comunque, c’è anche altro da vedere al mondo.

Non lo so. Forse toccherebbe capirlo empiricamente, volta per volta.

Ci sono persone che pianificano un viaggio nei minimi dettagli addirittura mesi prima – dirò, l’ho fatto anche io spesso – e altre che invece si abbandonano al caso – e ho fatto anche questo -.

Credo che sia un po’ difficile e presuntuoso definire il criterio con cui prepararsi a un viaggio. Certamente ci saranno viaggiatori di lungo corso che potranno ben dire la propria e sicuramente i feedback di chi ha qualcosa da raccontare saranno utili. Per il resto, noi siamo il viaggio. Perché il viaggio penetra. Non è un qualcosa che si fa. Lo si vive, certo. E lo si crea, lo si diventa. Ci si plasma vicendevolmente. Non ci si può definire viaggiatori se si gira, si bighellona senza essere tornati un po’ spagnoli o svizzeri o di qualsiasi posto in cui si sia stati.

Per di più un viaggiatore viaggia per se stesso. Non necessariamente per narrarne anche se… butta via! Chi si annoierebbe al cospetto di chi ha visto cose che nemmeno la fotografia renderebbe. Annusato odori impercettibili e quasi impossibili. Lacerato suole su terreni dal materiale quasi inesistente…

Io il viaggiatore lo immagino un po’ come una persona dalla pelle lievemente ruvida, con un cappello in testa e una tenuta comoda, consona. Perché il viaggiatore sa dove sta andando e va bene, essere spartani è un plus, ma pure non essere scemi e incoscienti lo è.

Taccuino in mano, pronto a ricordare e ad annotare ciò che accade, un po’ alla Moleskine di Hemingway! Qualche ruga che ne segna l’intensità dello sguardo e anche, perché no, qualche patimento lungo alcune delle strade percorse.

Riflessivo, talvolta lento, ma coraggioso. Uno che non si ferma davanti al primo cartello che sbarra l’accesso, perché il viaggiatore è, per prima cosa, curioso. Così non fosse non si metterebbe in moto alla ricerca di non sempre si sa cosa, dall’altra parte del globo. Uno che sa comunicare. Non significa che sia, necessariamente, un poliglotta sebbe non ce lo veda totalmente estraneo alle lingue straniere. Però per me è una persona che sa entrare in contatto con quelle che incontra portando loro anche un po’ di sè e di ciò da cui proviene.

Brizzolato e due dita di barba incolta (perché lo descriva uomo? Perché, se fosse donna, sarei io! Scherzi a parte, femmina sono e subisco il fascino maschile, quindi immaginarlo del sesso opposto mi dà un tono romantico al tutto!).

Mi piace vederlo nella mia mente avvolto in colori caldi, a scrutare orizzonti quasi inesistenti o a barcamenarsi nei meandri di città caotiche.

Perché il cammino è lui e lui lo crea, a sua immagine.

E le mappe? Le cartine? Certo, userà anche quelle per poi vagare con il naso all’insù, scontrandosi incolpevolmente con i passanti.

C’è una cosa che, tuttavia, fa di un viaggiatore un… viaggiatore. Ma ad ognuno il suo, perché non c’è verso di stereotipare certe usanze.

La preparazione

Come ci si prepara a un viaggio? Qual è il modo, il metodo con cui un Caminante entra nello spirito del suo prossimo viaggio… E lo fa prima o dopo aver definito i dettagli? Quanti, quali e come ci si arriva a definirli?

Mi chiedo se un viaggiatore abbia una sorta di preludio spirituale, prima di partire. O se, invece, si butti a capofitto in ogni avventura, gestendo ciò che avviene man mano.

Perché ciò che avviene dopo, forse è più visibile. Si torna, si risponde alle domande curiose, si racconta… e narrando, si finisce sempre per narrare un po’ di sé. La gente chiede cosa sia successo, cosa abbia visto. Io, invece, voglio sapere

Perché

Perché uno, da un momento all’altro oppure dopo settimane, mesi, anni di gestazione, abbia lasciato tutti lì e se ne sia andato da qualche parte. Non importa quanto a lungo e se, la distanza, sia Ravenna – Pinarella.

 

Mentre provo a cercare delle risposte, vi lascio anche la traduzione di questa bellissima poesia:

*Viandante, sono le tue orme
Il cammino e nulla più;
Viandante, non esiste sentiero:
si fa la strada nell’andare.
Nell’andare si segna il sentiero
E, voltando lo sguardo indietro,
si scorge il cammino che mai
si tornerà a percorrere.
Viandante, non esiste sentiero,
solo scie nel mare.

(Machado. Dalla raccolta Campos de Castilla, 
Extracto de Proverbios y Cantares, 1912)

International Female ride day

Ovverosia: giornata mondiale delle donna motociclista.

A quanto pare ricorre ogni primo sabato di maggio ed esorta ogni donna motociclista a girare con la propria moto. E io, che casco sempre dal pero, non lo sapevo nemmeno!

Ne aveva parlato Catalina, invitandoci invero all’evento di Bologna, durante la nostra cena insieme a Riccione e a me, quando si parla di gironzolare – specialmente in moto – si rizzano tutte le antenne.

Così sono andata a spulciare su internet e su Facebook mi ritrovo l’annuncio della giornata organizzata da Andrea (Maida), che ormai io conosco fin troppo bene! Di corsi di guida con lui ne ho fatti due e mi mancava la pista, ma il mio scarico poco prima aveva deciso di esplodere letteralmente!

L’ultimo, proprio pochi mesi fa e allora, perché no? Un nome una garanzia, anche se in genere li organizzava, i miei, una mia amica. Avrei dovuto fidarmi di Andrea anche come PR oltre che come pilota e maestro?

Beh. Intanto sono arrivata la sera prima, alloggiando all’Hotel Cavalli, proprio a Loreo. La proprietaria è Paola, la moglie di Andrea e devo dire che la gentilezza è di casa, lì!!!

Essendo partita presto, ho potuto mettermi in camera a lavorare un po’, così da liberarmi il sabato. La sera ero già pronta ad una cena leggera, frugale e da sola (cosa che a me non pesa poi affatto), invece mi sono ritrovata a tavola non solo col Mister, ma anche con delle altre ragazze che avevano avuto la mia stessa idea di arrivare la sera prima e… E ci siamo divertite da matte!

Andrea è sempre stato bravo ad amalgamare le sue allieve. Che lo sia a sceglierle, ad attirarle o a integrarle, non c’è volta in cui mi sia trovata male. E venerdì non era da meno.

Finalmente il sabato!

Sabato mattina, sveglia all’alba perché il Boss inizia presto, eh! Io ho provato a evitare il piccolo briefing, essendo il IV, per dormire ancora un poco ma poi ho preferito far comunella insieme con le altre ;D

Assicuratosi che avessimo, più o meno, capito tutte tutto, Andrea ci ha finalmente messe in marcia. A coadiuvarlo, Serena: una ragazza dolcissima e bellissima che non ha mai, e dico mai, fatto pesare la sua bravura né con boria né con competitività. Serena è una delle istruttrici donne migliori che si possa trovare e menzione d’onore a Carlo, suo marito (ad ogni incontro con Andrea, c’è sempre un Carlo. Va beh) che ci ha fatto da chiudifila e che ci ha anche riprese con un drone.

Ah, dimenticavo: Serena è un “puro prodotto Made in Maida”, nel senso che è stata una sua allieva e questo dimostra quanto bravo lui sia. Un po’ di DNA motociclistico, un buon istruttore et voilà, un’assistente di prim’ordine!

Il giro si è rivelato davvero intenso e divertente, e non mancherò di parlarne ancora. Andrea l’ha suddiviso tra mattina e pomeriggio, con pranzo in hotel dove Paola ci ha nuovamente deliziati.

Tra l’altro, essendo ora tutte al completo, la “caciara” era aumentata ma anche la complicità e il divertimento.

E difatti, poi…

 

 

Il passo dello Spino

Siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Quando affronti le curve sai due cose: una che devi stare attento a qualsiasi cosa. Ciclisti, sterco, ciglio sporco etc. La seconda è che, se ti trovi davanti un veicolo molto più lento e non hai una gran visuale, te lo trascini per  km e km… Rallentando notevolmente e, a volte, creando la fila dietro.

Ed è per questo che, quando ho sentito qualcuno suonare, mi sono anche infastidita. Insomma: non si passava, cosa voleva facessi. Volare? Altrettanto quando ‘sto tizio mi si è affiancato; al più ho creduto fosse successo qualcosa alla moto.

Alcuni minuti dopo me lo sono ritrovato nuovamente sulla sinistra e mentre mi guardava con un fare misto tra il beota e il divertito, l’ho riconosciuto! Era Fabio, un mio amico che quando ha intravisto una 999 rossa, con su una donna e un GS giallo, con su un uomo ha fatto 2+2+: conoscendone i proprietari, ha capito fossimo noi!

Così si è deciso di fermarsi a bere qualcosa prima e di proseguire insieme (per poi fermarsi nuovamente a bere ancora) poi.

Lui aveva lavorato al mattino, decidendo di uscire solo all’ultimo momento. La cosa divertente era che io avevo scritto, proprio quella mattina, a (quasi) tutti i miei contatti per cercarne almeno uno che mi facesse compagnia. Tranne lui! Lo avevo dimenticato o ignorato bellamente, povero ragazzo mio.

Ma si dice che “ciò che è destinato a te troverà il modo” – o qualcosa del genere, no? –  e il kharma quel sabato aveva stabilito io dovessi star bene e divertirmi. E ci è riuscito.

La ripartenza

Al momento di ripartire, tra una foto e una battuta, ho notato che la moto non partiva. La batteria è nuova, non poteva essere quella. Ne abbiamo ragionato a lungo, ma pensare serviva poco e abbiamo dovuto spingere e spingere… finché la mia roscia non si è decisa. E meno male!

(Per la  cronaca, dovrebbero essere le spazzole del motorino).

Il resto del viaggio si è rivelato piacevole. Abbiamo attraversato vari luoghi della mia vita passata, il che ha suscitato un po’ di rimestamento di stomaco, però la cosa migliore da fare in alcuni casi è proprio la terapia d’urto, e portare nuovi ricordi alle zone che sono legate ad altri. E pensare al futuro!

Una volta tornati sulla Via Marecchiese, presa da un che di tamarro e adrenalinico – complice la conoscenza a menadito della strada – ho intravisto dei caschi. Con sorriso beffardo i sono avvicinata a Fabio, l’ho guardato e credo abbia letto il labiale:

“Li sverniciamo?”

Peccato che raggiungendoli non abbiamo notato essere ragazzini, con al massimo dei 125 cc, carucci carucci e fare loro il pelo sarebbe stato davvero da brutte persone! Mi sono limitata solo ad un pollice in su, con occhiolino, ad uno di loro con una Vespa. Tanta roba, la Vespa e dal sorrisone che quel giovane adolescente mi ha fatto, deduco che se lo ricorderà a vita. 🙂

Casa era vicina, ma andando andando si era deciso di fermarci al Primo Miglio, baretto in città per un aperitivo. Tra noi e Rimini, ancora un semaforo dalla coda solitamente interminabile. Io, che ho il dispetto nel DNA e la moto più piccola e snella (in quanto ad agilità, c’è un annoso dibattito in merito), ho seminato i miei amici svicolando tra le auto, i marciapiedi e le bici – parcheggiate – a mo’ di slalom gigante e distanziandoli con sorriso sardonico

Tentando il bis ad un altro rosso, molto più avanti, ad un certo punto ho sentito un rombo vigoroso e mi sono guardata accanto, perché era davvero difficile che provenisse dalla Clio viola appena superata. Beh. Fabio, che per rendermi la pariglia, aveva scavalcato un marciapiede raggiungendo la “pole” mentre io restavo imbottigliata come una sardina!

Non siamo così discoli, sappiatelo. Anzi. Ma ai semafori rossi non è proprio piacevole respirare tutti i gas di scarico dei veicoli intorno ;D

Marco in tutto questo non so dove fosse finito, però l’importante è che siamo arrivati tutti insieme a sederci, paghi strapaghi e contropaghi della giornata. Ognuna iniziata a modo proprio.

Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio. Ognuno diverso. E ognuno in fondo perso. Dentro i fatti suoi.

(cit. V.R. Amaracmand: non iniziamo con il tifo da stadio, eh! Io non lo amo particolarmente, ma questa è una canzone degna di nota).

E via, pronti per una serata con altri amici. Che, per me, significava pizza al metro a “L’Osteria” con un altro gruppo di disgraziati!

Donnavventura – le selezioni

Il 31 marzo mi sono presentata, con largo anticipo, alle selezioni che si tenevano a La Thuille, in Val d’Aosta, sotto il famoso “tendone” giallo Ricola.

Prima di giungervi mi ero “sparata” il piccolo San Bernardo in auto, mappando il terreno in attesa di arrivarci in moto e, superando il piccolo paesino anche a causa di indicazioni sbagliate, sono arrivata fin su su su godendomi un panorama paradisiaco (a cominciare proprio dal candore che mi avvolgeva) e scorgendo, finalmente, il gonfiabile.

Son ridiscesa pian piano pentendomi di non aver piazzato una actioncam sulla macchina e ho trovato parcheggio nonostante il flusso esagerato di persone. Pensare che spesso guido un RAM, mi chiedo dove l’avrei piazzato. Parcheggio creativo, necessariamente!

La mia Mokka andava benissimo e dopo mille manovre mi è stato dato piazzarla nel suo legittimo rettangolo blu.

Emozionata mi sono avviata verso il piazzale antistante l’hotel Planibel e ho chiesto informazioni. Erano in ritardo e la fame incipiente (il mio appuntamento era previsto per l’1:30. “Mio”, poi… la mia batteria di aspiranti, diciamo!) perciò ho deciso di rifocillarmi. I punti di ristoro sembravano strapieni e io ero già rassegnata alle mie barrette pesoforma che uso spesso quando non riesco diversamente, finché non adocchio una sorta di rosticceria apparentemente truce e becera.

Le lasagne mi avrebbero appagata, ma sono già ingrassata e poi rischiavo che fossero troppo unte e ho optato per polpette e patate al forno. Sebbene diffidi del macinato cucinato in giro, che avventura scorrerebbe nelle mie vene se arretrassi davanti a del cibo di dubbia provenienza?

Entrambe molto buone, però, devo ammettere!

Così all’ora X mi presento sul luogo preposto, ove Maurizio Rossi, seduto tipo capo indiano sul fuoristrada, ci ha dato alcune indicazioni rammentando che telefonini, fidanzati, cani e rapporti di qualsivoglia natura devono essere accantonati per tre mesi se si vuole partecipare.

Certo, non con questo tono grave e dittatoriale (anzi! Affabilissimo e socievole!), però serio abbastanza da trasmettere l’altrttanta Serietà di quelle che sono le regole del “gioco”.

Condicio sine qua non deve essere lo spirito di adattamento. Social, sì, ma con grande capacità di starsene un po’ fuori di casa senza appendici né troppi rimorsi.

Beh, io è una vita che vivo così. Non so più se definirmi vagabonda, oriunda, cittadina del mondo o cosa!

Orbene: si ritorna in fila e si compila un modulo, ritirando il proprio numero: se la paura fa 90, Donnavventura fa 238. Io preferisco i numeri dispari, ma chissà che questo non mi porti bene ugualmente!

L’attesa è lunga, quindi io chiacchiero un po’ con le altre, rifletto, medito e siccome “schifo” è una parola che mi appartiene relativamente, ho piazzato per terra la mia busta della  Volcom (rea di acquisti appena fatti) in cui ho avvolto una mega sciarpa e mi ci sono accomodata, osservando ciò che mi circondava, continuando a fare quello che stavo facendo e… riesumando la mia Settimana Enigmistica (ne sarei quasi dipendente!).

Il tempo in realtà è scivolato velocemente sulla V cornice concentrica di pag. 34, perciò ho lasciato le parole crociate, mi sono alzata e ho ritrovato una veterana, simpaticissima, che gioca con il mio cognome.

”Bertelli”…

“Come i cerotti!”…

Ebbene sì: i miei coetanei forse non ricorderanno, ma lei ha aggiunto di essere una farmacista, il che spiega tutto e ha allentato la tensione.

E poi, finalmente, il provino!

Provino al quale sono andata volutamente struccata (ho cercato di rimuovere quasi tutto il mio rossetto poco prima) peché durante un viaggio direi che tutto questo tempo per imbellettarsi non ci sia e poi perché loro vedranno donne molto più di me: se una è foto/telegenica se ne accorgeranno (forse a maggior ragione) se è acqua e sapone.

In fondo valuteranno il nostro volto per quello che è, non per come abbiamo seguito bene i tutorial di Clio Make-up!

Dopodiché un’altra ragazza, anch’essa sempre sorridente, mi ha fatto un po’ di domande e devo ammettere che per essere una PR e anche abituata a parlare (un filino pure in TV), mi sono emozionata e ho perso la mia verve.

“Tremo” all’idea di aver fatto brutta figura o di esser parsa impacciata, però ormai non posso farci altro, se non sperare 🙂

La calma è la virtù dei… calmi. Dicono.

Mal che vada ho fatto un viaggio. Non che avessi paura a tornare a casa a qualsiasi ora, da sola, in auto o di dormirci in qualche autogrill, ma ero lì so far away… perché sprecare il weekend? 😀

Hotel La Radice, Civitanova Marche. Pace e relax

Marzo, 2017.

Avevo un corso di guida in moto da affrontare e avevo voglia di arrivarci riposata. Perciò, “spataccando” su Booking, mi ero ritrovata questo alberghetto in città. Vicino, oltretutto, al luogo del rendez vous del giorno seguente.

 

Marzo, 2018. Il Ritorno.

Esattamente un anno dopo. Stesso corso – livello superiore! – e stessa città. E se squadra che vince non si cambia…

Non ricordavo più il nome dell’Hotel o, perlomeno, non ne ero certa perché la volta precedente ero indecisa tra due o tre e avevo qualche difficoltà a rammentare. Perciò ho contattato la mia amica Lucia e le ho chiesto quale fosse il bar dell’incontro, memore che la ricerca del pernottamento l’avessi fatta proprio in base alla distanza dal locale.

Saputo ciò, bastava fare 2+2, ricerca per zona et voilà: il mio mitico posticino!

Son voluta tornare fortemente qui per varie ragioni.

La prima, da buona motociclista, il parcheggio. Ampio, spazioso, gratuito e riparato; non è un dettaglio da poco per nessuno, ma una moto sparisce con molta più facilità di un altro mezzo e le mie scelte son già, sempre, condizionate da questo (e io viaggio un sacco).

Secondo poi, la pace! Questo hotel a me infonde una tale pace da venirci anche solo per rilassarmi. Certo, di posti forse ben più monumentali o lussuosi o, migliori, ne ho visti ma diamo a Cesare quel che è di Cesare. A La Radice non ho mai sentito un rumore molesto. un rumore qualsiasi! L’acqua è calda, i locali pulitissimi, l’arredamento e i colori riposanti e accoglienti. Il personale, poi, non può che essere il linea con tutto il resto.

Per la seconda volta ho beccato una ragazza dolcissima ed educatissima che si è anche ricordata di me (spero non per antipatia ;P).

Aggiungo pure che un anno fa, avendola a disposizione, mi avevano anche concesso allo stesso prezzo una camera più grande nonché, dato l’arrivo in moto di sera e il mio evidente assideramento – non ero ancora attrezzata bene ai viaggi 365 giorni l’anno, a qualsiasi temperatura – offerto gentilmente alcune tisane calde. Solitamente è un servizio a pagamento, però ve l’ho detto che lì sono accoglienti, no?

Inoltre mi hanno anche tenuto lo zaino dopo il check-in, permettendomi di girare in moto e di imparare senza zavorre sulla schiena, per poi andare a riprenderlo una volta terminata la mia lezione.

E poi, con molto poco, hanno fidelizzato un cliente. So bene che l’intento non era quello, perché era palese la bontà del gesto, tuttavia se non c’è due senza tre, alla prossima tappa giù mi basterà un clic e mi sentirò pronta a partire.

Attraversare il Gran Sasso in moto

Il tempo reggeva, il sole pure… E ad un certo punto, bello come pochi scenari al mondo, mi sono ritrovata il Gran Sasso di fronte. Non era la prima volta che ci arrivavo vicino, però ogni volta mi lascia senza fiato. Credo che l’Abruzzo sia una delle regioni più belle del paese e, specialmente dopo esserci vissuta, ne sono totalmente innamorata!

Diciamo che la visione di quel sassone ti ripaga di ogni km in piano fatto per arrivarci e attraversarlo…

Il panorama era tale da sentirmi immersa in tanti pandori zuccherati!

L’arrivo in fiera – ovviamente in ritardo –

E pian piano mi avvicinavo alla Fiera di Roma. Ci sarei arrivata per le 4 circa, ma le donne, in occasione dell’8 marzo, 8 e 9 godevano di inìgresso gratuito, ergo non ritenevo un problema farci un salto anche di poche ore: avrei rimandato il resto al sabato.

Primo appello, sicuramente, il mio amico Francesco: fondatore e titolare di Libermoto che, appena arrivata, stava presentando proprio la sua azienda sul palco del padiglione, ben introdotto dalla mitica Cromilla.

Appena terminato mi ha presentato quell’angelo di sua moglie: Alberta è stata davvero davvero dolcissima e simpaticissima! E, entrambi, mi hanno rinnovato l’invito a lasciare i miei averi allo stand, per muovermi liberamente: una borsa da serbatoio, uno zaino, casco e tuta iniziavano a essere scomodi per bighellonare in giro, no?

Per puro caso, a proposito di andare a zonzo, cercando una corsia precisa ho chiesto informazioni ad uno stand molto, ma molto, ma molto interessante: quello di ATL Cuneese.
Chiacchierando del più e del meno ho scoperto che sono i coorganizzatori dell’AgnelloTreffen, al quale avrei voluto partecipare, dovendo disdire per febbre e per mancata preparazione adeguata: ho pur sempre una 999 che andrebbe lievemente “rivisitata” per l’occasione. È solo rimandato…

 

Lo sterrato in moto? “Il BCS non sterra”!

Paolo, il responsabile, mi ha accennato dell’apertura della Via del Sale e quando gli ho detto che ci terrei a provarla, anche con il pompone, credo abbia strabuzzato gli occhi!

Il BCS (come un mio amico chiama amichevolmente la mia moto) “non sterra”, eppure io son capocciona e sto seriamente pensando di provarci. Più che un divertimento sarà un lavoro, per questo – sebbene inizi a girare anche da sola – le strade bianche o ciottolate preferirei percorrerle in compagnia: metti che trovi un tornante ignorante pieno di breccia e sassi, io ho già deciso che scendo, ne scelgo 2 o 3 a caso e me la faccio girare di peso!

Intervista a Sandro Travaglini

Nome, cognome, data di nascita (Sono pigra e non mi va di fare calcoli… sebbene abbia in fondo un solo anno in più di me!), età e professione!

Sandro. Travaglini. 1 luglio del 1981. 36. Lavoro nella nella logistica dell’azienda Sevel.

Sandro e le sue moto

Moto?

Una Ktm 1290T Super Adventure.

Da quanto tempo ce l’hai?

La mia moto attuale la possiedo da 10 mesi, durante i quali ho percorso 50.000 km di viaggi e avventure.

Wow! E da quanto guidi?

Eh… Guido motorini e moto da prima che la mia età e la legge me lo consentissero!

Pur di farlo mi appropriavo di mezzi altrui che, fortunatamente, me lo permettevano fino a quando sono riuscito a prenderne una tutta mia!

E perché guidi una moto?

Perché, perché… perché solo in quel momento mi sento completo: quel qualcuno che è me stesso. Viaggiare è sempre stato un mio traguardo e cominciai a farlo in tutti i modi: auto, navi, treni, aerei e biciclette, ma sentivo che a tutti i miei viaggi – anche quelli oltre equatore – mancava qualcosa. E quel qualcosa era proprio lei: il mezzo con cui ora affronto tutti i miei viaggi!! Per “sentire il viaggio” dovevo trovare l’ingrediente che mi avrebbe amalgamato e fatto “sentire nel viaggio!”

E quel quid era ed è la moto.

E il Sandro viaggiatore…

Insomma: oltre che motociclista sei davvero un gran viaggiatore…

Ho viaggiato molto per la mia età e ho iniziato presto a farlo.

Europa, Asia, America e Africa hanno visto il mio corpo camminare sulle loro terre, ma solo quando ho cominciato a farlo in moto hanno visto anche la mia anima.

Quando racconto un mio viaggio racconto solo quelli su duo ruote: gli altri li tengo per me perché, per lo stesso motivo, non li sento completi e questo mi frena dal metterci entusiasmo quando ne parlo (e fidatevi che Sandro, in quanto a entusiasmo quando narra dei suoi percorsi, ne mette tanto. Ho deliberatamente lasciato le sue parole pressoché inalterate proprio per questo).

Sandro, non possiamo nascondere che anche di viaggi in moto ne hai fatti tanti.

Di viaggi in moto ne ho fatto parecchi, è vero. Posso accennare che le ruote di ogni mia moto, il mio cuore e la mia anima hanno esplorato quasi totalmente le 50 nazioni del continente dell’Euroasiatico.

Viaggiatore solitario! Ma anche social.

Raccontaci altro di te!

Non ho molti amici, forse per il mio carattere duro o forse perché non riesco a non dire ciò che penso di chi frequento. Il “buon viso a cattivo gioco” non mi si addice, tanto meno per averne una compagnia di comodo.

Sarà forse una frase fatta, ma i miei amici sono pochi. E veri.

Non mi piacciono nemmeno gli sport di gruppo come mal tollero la confusione. Di certo, e stavolta credo sia un pregio, sono uno che, una volta stabilito un obiettivo, non molla mai. Cascasse il mondo!

Solitamente ciò coincide con un viaggio e pur di portarlo a termine, alle mie condizioni seppur estreme, riesco a rinunciare ai miei bisogni quali il sonno o anche il cibo. Potrei nutrirmi solo di ciò che il viaggio mi dona

Per questa mia determinazione e per questo mio modo di essere spesso prediligo viaggiare da solo.

Ammetto anche che, se le possibilità (tempo, lavoro e risorse economiche) me lo permettessero, farei anche tutto con più calma. Quando, viceversa, mi sono ostili calco la mano e rinuncio a tutto pur di fare ciò che molti non farebbero.

“On the road the life we like”, la tua pagina Facebook.

La mia pagina Facebook è nata da poco, grazie ad un caro amico che mi fece notare quanto, i miei viaggi, non fossero da tutti e che non dovevano rimanere nell’ombra. Così, sfidando la mia ritrosia, lui mi convinse e io seguii il suo consiglio, seppur non diventandone schiavo.

E l’ho inaugurata in occasione del mio viaggio nell’Europa dell’Est, che ha compreso poi la Russia del Sud e la Transcaucasia orientale (Asia). Qui vi narro le avventure che posso definire viaggi come le altre, quelle che definisco “motosvago”.

Cosa non so di cui potresti voler parlare?

Solitamente, durante un’intervista, si cerca sempre di apparire il più perfetto possibile e di dire ciò che possa gratificare i lettori, eventualmente parlando sotto l’occhio vigile di chi ti pone le domande per non rispondere ca…volate!

A me non importava apparire “perfetto”, ma preferivo raccontarmi come sono, senza farse.

Pertanto preferisco non raccontare altro che la Bertelli non sappia, sai mai mi linciasse!

 

Dulcis in fundo, il rapporto con la Vale…

Come hai conosciuto la Vale? Ci faresti un viaggio insieme? ;P

Ho conosciuto la Bertelli (noi ci chiamiamo solitamente per cognome. N.d.A.) tramite Facebook, incuriosito da un suo viaggio on the road Italia – Irlanda in coincidenza con il mio, senza però che le nostre strade si incrociassero.

Se ci affronterei un viaggio insieme? Certo che sì! Però con il beneficio di lasciare a lei la scelta del tragitto. Perché? Perché così avrei sempre una parola in più: “Tu l’hai scelto!!!”.

E avere una parola in più con una donna a volte ti salva la vita 😝