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Attraversare il Gran Sasso in moto

Il tempo reggeva, il sole pure… E ad un certo punto, bello come pochi scenari al mondo, mi sono ritrovata il Gran Sasso di fronte. Non era la prima volta che ci arrivavo vicino, però ogni volta mi lascia senza fiato. Credo che l’Abruzzo sia una delle regioni più belle del paese e, specialmente dopo esserci vissuta, ne sono totalmente innamorata!

Diciamo che la visione di quel sassone ti ripaga di ogni km in piano fatto per arrivarci e attraversarlo…

Il panorama era tale da sentirmi immersa in tanti pandori zuccherati!

L’arrivo in fiera – ovviamente in ritardo –

E pian piano mi avvicinavo alla Fiera di Roma. Ci sarei arrivata per le 4 circa, ma le donne, in occasione dell’8 marzo, 8 e 9 godevano di inìgresso gratuito, ergo non ritenevo un problema farci un salto anche di poche ore: avrei rimandato il resto al sabato.

Primo appello, sicuramente, il mio amico Francesco: fondatore e titolare di Libermoto che, appena arrivata, stava presentando proprio la sua azienda sul palco del padiglione, ben introdotto dalla mitica Cromilla.

Appena terminato mi ha presentato quell’angelo di sua moglie: Alberta è stata davvero davvero dolcissima e simpaticissima! E, entrambi, mi hanno rinnovato l’invito a lasciare i miei averi allo stand, per muovermi liberamente: una borsa da serbatoio, uno zaino, casco e tuta iniziavano a essere scomodi per bighellonare in giro, no?

Per puro caso, a proposito di andare a zonzo, cercando una corsia precisa ho chiesto informazioni ad uno stand molto, ma molto, ma molto interessante: quello di ATL Cuneese.
Chiacchierando del più e del meno ho scoperto che sono i coorganizzatori dell’AgnelloTreffen, al quale avrei voluto partecipare, dovendo disdire per febbre e per mancata preparazione adeguata: ho pur sempre una 999 che andrebbe lievemente “rivisitata” per l’occasione. È solo rimandato…

 

Lo sterrato in moto? “Il BCS non sterra”!

Paolo, il responsabile, mi ha accennato dell’apertura della Via del Sale e quando gli ho detto che ci terrei a provarla, anche con il pompone, credo abbia strabuzzato gli occhi!

Il BCS (come un mio amico chiama amichevolmente la mia moto) “non sterra”, eppure io son capocciona e sto seriamente pensando di provarci. Più che un divertimento sarà un lavoro, per questo – sebbene inizi a girare anche da sola – le strade bianche o ciottolate preferirei percorrerle in compagnia: metti che trovi un tornante ignorante pieno di breccia e sassi, io ho già deciso che scendo, ne scelgo 2 o 3 a caso e me la faccio girare di peso!

Intervista a Sandro Travaglini

Nome, cognome, data di nascita (Sono pigra e non mi va di fare calcoli… sebbene abbia in fondo un solo anno in più di me!), età e professione!

Sandro. Travaglini. 1 luglio del 1981. 36. Lavoro nella nella logistica dell’azienda Sevel.

Sandro e le sue moto

Moto?

Una Ktm 1290T Super Adventure.

Da quanto tempo ce l’hai?

La mia moto attuale la possiedo da 10 mesi, durante i quali ho percorso 50.000 km di viaggi e avventure.

Wow! E da quanto guidi?

Eh… Guido motorini e moto da prima che la mia età e la legge me lo consentissero!

Pur di farlo mi appropriavo di mezzi altrui che, fortunatamente, me lo permettevano fino a quando sono riuscito a prenderne una tutta mia!

E perché guidi una moto?

Perché, perché… perché solo in quel momento mi sento completo: quel qualcuno che è me stesso. Viaggiare è sempre stato un mio traguardo e cominciai a farlo in tutti i modi: auto, navi, treni, aerei e biciclette, ma sentivo che a tutti i miei viaggi – anche quelli oltre equatore – mancava qualcosa. E quel qualcosa era proprio lei: il mezzo con cui ora affronto tutti i miei viaggi!! Per “sentire il viaggio” dovevo trovare l’ingrediente che mi avrebbe amalgamato e fatto “sentire nel viaggio!”

E quel quid era ed è la moto.

E il Sandro viaggiatore…

Insomma: oltre che motociclista sei davvero un gran viaggiatore…

Ho viaggiato molto per la mia età e ho iniziato presto a farlo.

Europa, Asia, America e Africa hanno visto il mio corpo camminare sulle loro terre, ma solo quando ho cominciato a farlo in moto hanno visto anche la mia anima.

Quando racconto un mio viaggio racconto solo quelli su duo ruote: gli altri li tengo per me perché, per lo stesso motivo, non li sento completi e questo mi frena dal metterci entusiasmo quando ne parlo (e fidatevi che Sandro, in quanto a entusiasmo quando narra dei suoi percorsi, ne mette tanto. Ho deliberatamente lasciato le sue parole pressoché inalterate proprio per questo).

Sandro, non possiamo nascondere che anche di viaggi in moto ne hai fatti tanti.

Di viaggi in moto ne ho fatto parecchi, è vero. Posso accennare che le ruote di ogni mia moto, il mio cuore e la mia anima hanno esplorato quasi totalmente le 50 nazioni del continente dell’Euroasiatico.

Viaggiatore solitario! Ma anche social.

Raccontaci altro di te!

Non ho molti amici, forse per il mio carattere duro o forse perché non riesco a non dire ciò che penso di chi frequento. Il “buon viso a cattivo gioco” non mi si addice, tanto meno per averne una compagnia di comodo.

Sarà forse una frase fatta, ma i miei amici sono pochi. E veri.

Non mi piacciono nemmeno gli sport di gruppo come mal tollero la confusione. Di certo, e stavolta credo sia un pregio, sono uno che, una volta stabilito un obiettivo, non molla mai. Cascasse il mondo!

Solitamente ciò coincide con un viaggio e pur di portarlo a termine, alle mie condizioni seppur estreme, riesco a rinunciare ai miei bisogni quali il sonno o anche il cibo. Potrei nutrirmi solo di ciò che il viaggio mi dona

Per questa mia determinazione e per questo mio modo di essere spesso prediligo viaggiare da solo.

Ammetto anche che, se le possibilità (tempo, lavoro e risorse economiche) me lo permettessero, farei anche tutto con più calma. Quando, viceversa, mi sono ostili calco la mano e rinuncio a tutto pur di fare ciò che molti non farebbero.

“On the road the life we like”, la tua pagina Facebook.

La mia pagina Facebook è nata da poco, grazie ad un caro amico che mi fece notare quanto, i miei viaggi, non fossero da tutti e che non dovevano rimanere nell’ombra. Così, sfidando la mia ritrosia, lui mi convinse e io seguii il suo consiglio, seppur non diventandone schiavo.

E l’ho inaugurata in occasione del mio viaggio nell’Europa dell’Est, che ha compreso poi la Russia del Sud e la Transcaucasia orientale (Asia). Qui vi narro le avventure che posso definire viaggi come le altre, quelle che definisco “motosvago”.

Cosa non so di cui potresti voler parlare?

Solitamente, durante un’intervista, si cerca sempre di apparire il più perfetto possibile e di dire ciò che possa gratificare i lettori, eventualmente parlando sotto l’occhio vigile di chi ti pone le domande per non rispondere ca…volate!

A me non importava apparire “perfetto”, ma preferivo raccontarmi come sono, senza farse.

Pertanto preferisco non raccontare altro che la Bertelli non sappia, sai mai mi linciasse!

 

Dulcis in fundo, il rapporto con la Vale…

Come hai conosciuto la Vale? Ci faresti un viaggio insieme? ;P

Ho conosciuto la Bertelli (noi ci chiamiamo solitamente per cognome. N.d.A.) tramite Facebook, incuriosito da un suo viaggio on the road Italia – Irlanda in coincidenza con il mio, senza però che le nostre strade si incrociassero.

Se ci affronterei un viaggio insieme? Certo che sì! Però con il beneficio di lasciare a lei la scelta del tragitto. Perché? Perché così avrei sempre una parola in più: “Tu l’hai scelto!!!”.

E avere una parola in più con una donna a volte ti salva la vita 😝

 

Partenza annullata: niente traghetto?

Da Rimini a Napoli il tragitto è pressoché lineare e di tempo a disposizione per arrivarvi ne avevo.

Eppure i forti rovesci e il traffico mi stavano osteggiando in ogni modo.

Sorpassi e manovracce non sono consigliati, a maggior ragione con la pioggia battente e con cm di acqua sotto le ruote, ma io ero infreddolita e bagnata!

Così, con una frequenza sicuramente maggiore rispetto alle esigenze del mio serbatoio e alle reali necessità di un viaggiatore normale, non faccio altro che fermarmi per ristorarmi e per asciugarmi. E non solo me, ma pure zaino e abiti…

Ad un certo punto, speranzosa e coperta, credo di essere “in piano”, finché da uno specchietto non vedo una roba arancione svolazzare; è il coprizaino che, essendo da bici, non aveva retto le forti velocità e per poco non rischiavo di perderlo sul parabrezza di qualche auto.

Non sia mai che provochi pure un incidente! Mi fermo al volo, caccio fuori il nastro americano e lo risigillo che manco la saratoga potrebbe fare di meglio!

Good saves dutc tape!

Quindi ho ri-rivestito il mio zainone. E poi l’ho scotchato senza pudore perché l’antipioggia ci si fondesse. E poi lo rifaccio  cosa con le bretelle. Dopodiché, tanto per non essere da meno ai miei averi, opto per la soluzione B: sosta lunga con asciugatura!

Tanto oramai sono avvezza a tappe del genere: che sia un parrucchiere sconosciuto nel bel mezzo dell’Irlanda o il bagno di un ristorante, con gli asciugamani della ormai stranota “Fumagalli & co” cui tanto devo nella vita, ho testimonianze decisamente “illegali” sulla buffaggine della cosa!

E va beh: mi ritrovo in questo posto a metà pomeriggio anche alquanto affamata. Ho in corpo un cappuccio e un cornetto e ammetto che mangiare mi farebbe pure piacere; non è necessario sfidare sempre i propri limiti fisici, no?

Eppure ci ripenso seriamente quando, entrata nel bar, realizzo che il cibo più attraente assomiglia alla  Luisona del “Bar Sport” (mai letto? Mai visto? No? Male! Provvedete!); pensando di scegliere il male minore bisso la colazione, anche se sono le 3 PM e giuro che la sua “bontà” me la ricorderò a vita. Ahimè.

Ciò che, a suo favore, ha quell’autogrill è un bollente, enorme e libero termosifone nel bagno delle donne! Senza pensarci mi spoglio e ci ficco su di tutto: dai panni indossati a quelli nello zaino, cercando quelli meno fradici con cui proseguire.

Ora: per quanto il 27 di dicembre con il diluvio i viandanti siano pochi (e scemi, mi sa), qualche persona i servizi doveva pur usarli. Figuratevi vedere una mezza nuda, tipo matta totalmente, appiccicata al termo. Eh: volevo scaldarmi anche io, mica solo i vestiti!

Fortunatamente nessuna mi ha presa per maniaca o per pazza, ma da una ex motociclista ne ho ricavato tanta solidarietà e chiacchiere a profusione. E io, si sa, sono la regina delle pubbliche relazioni.

Un po’ meno quando GNV, con un messaggino, mi informa che ha annullato la traversata.

E mo…?

 

Guidare con la pioggia: cose da non fare

Da Fano a Orte era doppio il tipo di percorso che mi aspettava: la famigerata “Contessa” e poi la nota, conosciuta e a me tanto cara E45.

Ciò che mi perplimeva, tuttavia, era la congiunzione pioggia battente – abbigliamento “alla garibaldina – strada sconosciuta e non sempre “bella” e… fretta!!!

Avevo un traghetto da prendere alle 8 PM, ma per convertire la prenotazione in biglietto mi si richiedeva la presentazione tassativa alle 6 PM pena l’eventuale perdita della cabina. Io soffro il mal di mare; avevo una tuta e tutto l’abbigliamento da moto che richiedeva spazio e le cabine, anche da 4 posti, sono in realtà dei loculi legalizzati. Perciò l’avevo prenotata tutta intera.

Ma correre per strada è poco saggio, specialmente se c’è un po’ di traffico e se piove come se ti fossi buttato in doccia.

Le mappe davano 5.30 h. scarse e io ne avevo 7. L’E45 permette i 90 km/h:

cosa avrebbe mai potuto andare storto“?!

Pioggia e vento: i miei errori!

Perché, sì: di errori, e pure madornali, si tratta quando fai le cose “ad mentulam canis“, come suolsi dire.

  1. Antipioggia. Volete un consiglio spassionato, ma proprio a cuore aperto, da una testona che non dà mai retta a nessuno (e che spesso, però, ci prende!)? Comprate un maledettissimo antipioggia. Ché il mio era leggerino e, a quanto pare, decisamente poco performante dato che, e non era la prima volta (ma in precedenza penavo di averlo allacciato male io, collo e cappuccio inclusi) l’unica differenza tra l’averlo e il non averlo era essere semplicemente più impicciata. E impacciata.
  2. Zaino impermeabile. Tanto per essere coerenti! Perché se tu ti bagni i tuoi panni, perlomeno, no e vi assicuro che vestire abiti caldi  e asciutti i certi momenti potrebbe fare la differenza!
  3. Casco con la visiera antiappannamento… Provate a immaginare: testa china, perché tanto, la mia posizione di guida, quella è. Cupolino di dimensioni minime, ergo totalmente inutile se si cerca un parabrezza. Visiera totalmente appannata che ti costringe a tenerla aperta, il che ti porta a “pioverti” e sul viso. Occhiali da sole calati sul naso come il peggior tamarro che ti guarda spavaldo da sopra le lenti. E pioggia che non solo ti bagna, ma che non ti fa vedere proprio niente!
  4. Guanti idrorepellenti. Credevate che le mani non patissero il freddo o il bagnato? Fighi, eh, i miei guanti da pista in pelle di canguro! Ma quando il tempo è inclemente, maledici il giorno in cui non sei passato anche solo da Tucano Urbano.
  5. Stivali. I miei, fortunatamente, sono parzialmente in goretex e quindi il disagio era relativo (tanto la prova con quelli “idrosolubili” l’avevo già fatta e vi assicuro che sembrava di camminare nel mar morto. Mare perché strabagnata. Morto, perché quando usi delle scarpe per ore, su  moto, e le innaffi di certo poi muori per il tanfo!). Però un paio nuovo è già in cantiere… Sai com’è!

Dagli errori all’inventiva…

Se imbecille e cocciuta lo sono peggio di un ciuco, perlomeno mamma mi ha fatta pure molto creativa e piena di spirito di adattamento e di iniziativa!

Come ho risolto?

Beh… Diciamo che ho spremuto un po’ le meningi, ma stavolta non era così difficile. Vi scrivo solo una parola: nastro americano!

Viaggiare in moto: quando spostarsi non è più una necessità, ma un piacere

Ciò che spinge un essere umano a salire su due ruote è difficilmente descrivibile. Sfidare la gravità, la fisica, il clima e, talvolta, la salute.

Spiegare ciò che lo porta anche a viaggiare, specialmente in condizioni estreme, è impossibile.

Si dice che “ognuno vive la moto a modo proprio” e credo che, questa univocità, sia indiscutibilmente veritiera e lo dimostra già la vasta gamma di modelli che un motociclista sceglie e da cui si sente rappresentato.

La voglia di viaggiare e di scoprire pare sia insita nella natura umana (almeno per i più), ma farlo “scomodi” sembra follia!

Eppure nessun biker ammetterà mai di essere sfatto, stanco, scomodo, perché tutte queste – impercettibili – sensazioni fastidiose scompaiono al cospetto dell’eccitazione.

Guidare una moto significa essere a contatto con il mondo: la macchina occlude, il treno limita, l’aereo nasconde (ad una certa quota si vedono solo nuvole) e la bici, sì, stanca!

Una “dueruote” lascia l’agio di scegliere il percorso, di deviare a proprio piacimento e, quando ne si guida una più poliedrica, anche di oltrepassare confini e barriere architettoniche che precludono passaggi o panorami mozzafiato. Come affacciarsi su una spiaggia o percorrere una strada sterrata, ad esempio, che conduce ad una meta nascosta e fatata, tipo un bosco.

Si potrebbe obiettare che la moto sia indigesta a molti a causa dell’esposizione agli agenti atmosferici.

Il motociclista ama, però, fondersi con gli odori della natura (a meno di essere in mezzo al traffico che, su moto, si riesce spesso a schivare agilmente!) senza sovrastrutture che ne limitino anche la visuale. Basta aprire la visiera et voilà: un profumatissimo papavero! Un giallissimo girasole! E non c’è caldo torrido o pioggia o nevischio (per i più arditi) che tenga: basta indossare gli elementi giusti per sfidare qualsiasi temperatura. Perché il motociclista, si sa, è avventuroso per DNA!

Non c’è nulla di più vero che “la bellezza di un viaggio sta nel… viaggio” e non nella meta: farlo su motocicletta amplifica questo concetto .

Altrettanto vero è che in moto non si è mai da soli: c’è “lei”. Ma non solo.

Quello dei motociclisti può apparire un mondo elitario o, stando ai cliché televisivi, fatto di ragazzoni grezzi, sporchi e cattivi! Ed invece, i bikers sono accoglienti (nonostante un po’ campanilisti su marca e modello, però fa parte del gioco) e fraterni. Non si dica che non piaccia salutarsi quando ci si incrocia o anche aggregarsi, seppur solo per brevi tratti, ad un gruppo di sconosciuti senza nemmeno fermarsi, togliersi il casco e stringersi la mano. Due motociclisti sconosciuti avranno sempre di che parlare.

La moto aggrega, attrae. Ma, soprattutto, emoziona.

Andare in moto quando piove: scelta saggia?

La mia scelta del tragitto era stata articolata e non senza patemi, ma alla fine mi ero lasciata convincere.

Come molti dei miei amici sanno, la mia “entropia” spesso mi porta ad essere un filino… disorganizzata! Altrettanto dicasi del il mio bisogno di comodità: a parte alcuni agi cui fatico molto a rinunciare (leggasi “fon”!), sono in realtà una ragazza spartana, senza grandi bisogni né pretese.

Questo la dice lunga sul perché, ad esempio, mi ostini a girare anche in moto senza essere equipaggiata di tutto punto:

“evabehchevuoichesia”

è una delle mie frasi tipiche.

Caldo, freddo, pioggia… quando c’è il sentimento, non c’è difficoltà che tenga: avete presente un panzer? Un mulo da soma? Eccola! Una ciuchina dalla testa rossa!

Così, con un antipioggino che fa (faceva, dato che poi l’ho anche buttato) un pochino schifo sono partita piena di belle speranze. Un angelo custode mi aveva impostato il navigatore, spiegato la strada a voce e fatto un pizzino, lasciandomelo nella borsa da serbatoio (che ha il top trasparente): va bene che la strada era dritta, ma si sa che io possa fare cose impossibili per poi perdermi nelle inezie: devo davvero avere qualche rotella invertita!!!

Arrendersi? Giammai!

L’autostrada scorreva velocemente: i primi km son stati semplici e complici… fino a Fano. Ed è lì che sono iniziati i peggiori, quasi, incubi della mia esistenza! La pioggia iniziava a scendere miseramente e io mi sentivo un po’ idiota: avevo sfidato commenti, critiche, biasimi e iniziavo a temere di aver sbagliato tutto.

Dove vuoi che si vada, su una moto, in inverno?

Eppure era un’esperienza tanto voluta: non potevo arrenderemi né cedere. Sia per me, per la mia autostima e per la capacità di reggere, mentalmente e fisicamente, gli imprevisti e le fatiche… tanto millantata, ma anche dimostrata! Sia perché non volevo dare ragione né soddisfazione ai miei detrattori.

Perciò, indefessa, impassibile e relativamente imperturbabile, ho semplicemente filato dritto.

Non sapevo, tuttavia, che avrei fatto tante e tante e tante soste disperate

 

Viaggio in Sicilia: il primo giorno

27 dicembre, 2017: Rimini – Napoli

Se la sera antecedente la partenza si era rivelata un disastro, il mio primo giorno di viaggio non poteva andare peggio.

Tra le mie intenzioni, quella di passare al Punto Blu di Rimini per procurarmi un telepass: mi ero finalmente decisa a prenderne uno da associare alla moto anche perché ero certa di dover percorrere tanta autostrada e il telepass è, sicuramente, una comodità.

Ma, ovviamente, non mi ero svegliata per tempo!

La parola “traghetto” martellava la mia mente come un mantra e, tra le due, la priorità andava a San Marino da Skarburati, il mio meccanico, per quegli intoppi descritti del giorno prima.

Non appena messo a punto tutto, però, mi sono sentita rispondere che il casco e il sottocasco non erano da lui: mentre un brivido mi pervadeva la schiena, il suo collega che avevo spedito a ricontrollare tornava con entrambi!

Certo che ne ho un altro, ma per comodità preferivo non inaugurarlo proprio durante un viaggio lungo e con zaino enorme sulle spalle.

Orbene: assodato di essere munita di tutto il necessario e prevedendo un certo frescolino incipiente, ho iniziato a cercare il mio smanicato. Non avete idea di quanto sia comodo un piumino “100 grammi” sotto la tuta da moto quando tira una lieve brezza!

Piumino che ero SICURA aver messo in borsa… Ma mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco e difatti, il gilet, l’avevo dimenticato a casa!!!

Credendo di compensare con l’antipioggia (anche perché “due gocce” sembrava potesse farle) mi sono congedata, non senza consigli, raccomandazioni ed un lubrificante per la catena della moto.

Ho dunque mirato il Punto Blu chiedendomi, a ridosso della partenza, se il percorso tracciato per arrivare a Napoli fosse effettivamente il migliore.

 

La scelta del cammino

Io propendevo per un tragitto lievemente più lungo, ma lineare e decisamente noto, invece l’ansia da imbarco delle 6:00 PM (erano le 10.30 del mattino) mi stava portando alla psicosi.

Tra i vari pareri tutti contrari alla mia idea e concordi sulla via poi realmente percorsa, si era anche aggiunto anche un “Sta’ attenta alla Contessa” che mi aveva mozzato momentaneamente il respiro!

La “Contessa” è parte di quell’itinerario: una strada provinciale che non conoscevo granché bene e che è stata, effettivamente, il mio incubo.

Perciò, sfidando il mio sesto senso e affidandomi a chi, di km ne macina sicuramente più di me, dopo aver ottenuto il famigerato Telepass (non senza manovra su strada altamente discutibile, di cui preferiamo non parlare, vero?) imboccavo, infine, l’A14 con direzione Fano.

La capitale partenopea mi attendeva.

E mi avrebbe attesa a lungo… infatti!

Giro della Sicilia in moto

26.12.2017 – La sera prima

Il mio viaggio era stato deciso in fretta e furia: dopo l’annullamento di quello in Tunisia, durante il quale avrei fatto da chiudipista al gruppo organizzato di un amico, non potevo ormai cedere all’indolenza natalizia.

Non ero attrezzata al freddo pertanto, se volevo partire proprio durante le vacanze e un po’ alla garibaldina, dovevo scegliere un’altra meta altrettanto – o quasi – calda, ma anche facilmente raggiungibile senza beghe burocratiche quali visti, carta verde and so on.

Ovviamente non mi bastava il clima: un buon motociclista che si rispetti cerca anche il panorama e delle belle strade da percorrere! Così, senza nemmeno un itinerario, ho optato per la Sicilia.

Ho un’amica palermitana che non vedo da anni, poiché la vita ci porta in giro per l’italica patria rendendoci sempre più difficile qualsiasi incontro!
E quindi, approfittando delle sue ferie a casa propria, mi ci sono autoinvitata per due o tre giorni, prima di proseguire la mia solitaria vagabonda.

Intanto, avendo in realtà stoccato tutti gli accessori da moto (moto compresa, perché il meccanico me l’ha riconsegnata solo pochi giorni prima), li ho ritirati fuori creando un’esplosione vulcanica per la casa: avevo un cambio di stagione in atto, visite da fare e tanto lavoro arretrato. E ora, dopo le ferie, è anche peggio!

Così, noncurante di ciò, ho rovistato ovunque cercando di ricomporre il puzzle del mio kit da moto, seminando panico&paura per tutte le stanze (ehhhh, i benefici del vivere da soli!).

Mentre controllavo lo stato della Ducati ho notato il primo, lieve, disagio: la freccia posteriore destra che non andava!
E quindi, armata di santa pazienza, ho smontato quella della moto di mio padre (toalmente ignaro dei miei furti!) realizzando, con sommo dispiacere, che la sua lampadina non coincideva con il mio attacco.

Nel rimontare il fanale mi accorgo del secondo: una rondella mancante a supporto della targa: le Ducati sono famose per le vibrazioni e le FF.OO. per le multe quando le dueruote non sono in ordine!

Fortuna vuole che il meccanico sia molto paziente: alle 9 PM del 26 dicembre chattava con me, accordandomi un pitstop da record per il giorno seguente.

Questo indicava già la misura delle cose: se tanto mi dà tanto non era inverosimile che, assonnata e in piena fase bagagli, non trovassi più il casco!

Così, armata di santa pazienza, sono tornata nel garage di mio babbo constatando amaramente che non c’era.

E solo dopo mille paranoie e tante ricerche nel mio appartamento realizzavo che, dopo il mega tagliando, la moto mi era stata riconsegnata con un furgone  mentre io ce l’avevo portata guidando.

E sì: per fortuna che il mio meccanico è differente! E, con l’ennesimo sms notturno, gli chiedevo di cercare pure quello, non appena avesse aperto.

Credevo che oltre a questi piccoli disguidi ormai fossi pronta, “allineata e coperta” e certa che nulla più potesse fermarmi.

Ma non avevo ancora fatto i conti con il giorno della partenza…

T’AN ARÈ FET E VIAZ, CALLAGAN! Pt. V: il rientro

Via via che il viaggio si avvicinava alla fine, il magone cresceva.

Non sono nuova alle esperienze le più varie ma, questa, mi aveva profondamente colpita.

E’ arrivata in un momento particolare della mia vita e il significato assunto era davvero decuplicato.

Lasciata la verde Irlanda in traghetto (con annessi, come raccontati nella quarta parte) approdiamo alla Bretagna a causa di un disguido della compagnia navale: il mio atteso passaggio in Normandia, terra di “sbarchi” importanti era stato infranto.

Rintronata e con un mal di stomaco latente, fortunatamente non devo affrontare percorsi difficili però, le ore in autostrada, si son rivelate quasi più fastidiose. Sfidare il sonno e il malessere, guidando sempre, sempre, sempre sul dritto mi è costato molto più di qualsiasi mal di schiena, zaino munita, su passi e sterrati.

La penultima tappa, tuttavia, mi avrebbe ripagata perché, on the way home, si era deciso di pernottare a Parigi!

Arrivare nella Ville Lumière sul mio bolide, assaporarne i monumenti, la bellezza (e il traffico!!!) , la Senna… Credo che congiungere le proprie passioni tra loro sia quasi utopia. Non sono mai stata una fanatica di Paris, sebbene ci sia stata più volte: le ho preferito altre località meno romantiche e più metropolitane. Ma, e dico ma, non se ne può contestare la magnificenza!

Unico neo credo sia stata la cena: il pasto peggiore di tutto il viaggio, indubbiamente.

Il giorno seguente siamo ripartiti alla volta di Torino: qualcuno ci ha lasciati durante il tragitto perché deviava direttamente per casa o per altri lidi.

Io e il mio sparuto gruppo di superstiti siamo ritornati decidendo, tra le varie opzioni, di attraversare la Val Susa.

Non conosco granché le Alpi orientali: sono innamorata del Piemonte, ove son vissuta per qualche tempo, ma i suoi “montarozzi” non li conoscevo affatto.

E ci sono arrivata, dirò, con una grande ansia!

Si era a fine agosto e di pomeriggio: un mio compare, autoctono, mi aveva avvertita di stare attenta ai vacanzieri di rientro in Svizzera; la zona è molto battuta, specialmente da camper e il rischio di “piloti briosi” che tagliassero le curve, era alto.

Il mio concetto di “Alpi” è legato ai passi che conosco molto meglio, quali lo Stelvio, il Gavia, il Rolle… alcuni dei quali decisamente impegnativi.

Mi aspettavo perciò delle curve a gomito, trafficatissime e pericolosissime.

Invece, man mano che mi avvicinavo al Moncenisio, mi pervadeva una sensazione di pace e di emozione: la natura incontaminata e la grandezza, la maestosità del panorama mi faceva sentire “piccina picciò” (cit.),  regalandomi nuovamente quelle sensazioni miste, dovute alla percorrenza, in moto, di luoghi da favola.

Frase tanto fatta quanto vera! Credo che, tante di quelle storie che si narrano, non possano non essere state immaginate lì…

Ripresami dalla sindrome di Stendhal, mi metto alle calcagna di uno dei motociclisti più esperti del gruppo, Giacomo, che vive lì vicino ed è un habituè di quelle strade.

Questo mi ha infuso sicurezza per poi realizzare, centimetro dopo centimetro, di aver guidato in condizioni ben peggiori e che la mia fifa era totalmente ingiustificata!

Così ho poi potuto apprezzare il viaggio, incrociando tanti, tantissimi bikers che frequentano quei posti: è stato un onore affiancarli e doppiarli (o, anche, farsi sverniciare amaramente) ricevendo, infine, i complimenti di chi, una volta fermata in cima, mi ha vista a cavallo della mia moto, tanto più alla risposta che ero appena rientrata dall’Irlanda.

Ammetto anche che, da buffo folletto quale sono, appena scesa dalla 3×9 ho iniziato a saltellare sorridendo, esprimendo entusiasmo misto a follia, paga, appagata, felice come non mai!

Ero quasi arrivata a casa ed avevo appena dimostrato a me stessa e a tutti i detrattori, che ce l’avevo fatta.

La mia moto non mi aveva mollata e io l’avevo domata, conducendola ovunque e diventando, davvero, un’unico corpo ed un’unica anima.

T’AN ARÈ FET E VIAZ, CALLAGAN! Pt. VI: l’ultimo giorno

Attraversare il Moncenisio da lato a lato mi aveva terribilmente gasata, permettendomi di accantonare la malinconia da rientro.

La sera avremmo campeggiato a Torino, dove ci avrebbe raggiunti una coppia biellese costretta ad abbandonare il viaggio a causa di un tamponamento: rivederla è stata quasi una rimpatriata, e non era ancora finita del tutto! Non oso immaginare cosa sarebbe rincontrarsi più avanti, a distanza di mesi o di anni da quel 19 agosto.

L’equipaggio si è creato on the go: qualcuno è partito con me, altri ci
hanno raggiunti a Dublino e, una delle perle di cui farò tesoro, è proprio la capacità avuta di amalgamarsi.

La sera, proseguita a pizze dopo settimane di astinenza (e di gran pasti, devo dire, a parte la cena francese), scorreva veloce sebbene noi provassimo a bloccare il tempo.

Ho fatto i bagagli di notte, pur di trascorre tutte le ore in mio possesso con i miei amici… Però il giorno seguente avremmo guidato ancora, chi per molti km, e dormire si rendeva necessario.

La mattina seguente, infatti, ho accusato tutta la stanchezza arretrata e ho offerto una delle scene più esilaranti di quei 15 giorni: last but not least, e le foto si sprecano, l’ultima colazione insieme a Torino.

I miei amici ormai mi avevano inquadrata, come quel folletto buffo e bislacco… non altrettanto il personale dell’hotel che, stupito, mi
vedeva vagare scalza, in pigiama, con il viso mesto e del cibo in mano (come al mio solito) in preda all’emozione ed ai
commiati, grondando di lacrime… tra le migliori mai versate prima.

Bighellonavo senza meta, salutando chi ci lasciava, un po’ alla volta e rifiutandomi di vestirmi e licenziarmi da Torino anch’io.

In virtù dell’amicizia che si è creata in moto, un ragazzo (tal Mauro) si era preso la briga di scortarmi fin quasi a casa. Reggiano, abita verso Modena e, mosso a compassione, mi ha scossa e rimessa in sella anche un po’ alla svelta, perché sennò ci avrebbero addebitato anche la notte successiva!

Solo che, con tutta la buona volontà e ogni sosta possibile fatta per rimandare ancora quel rientro tanto temuto, ad una certa ora il bivio è stato inevitabile.

E lì, sola con me stessa, ho dovuto affrontare uno dei ritorni a casa più duri ed inquietanti di sempre.

La mia relazione era sull’orlo del fallimento, dopo sette bellissimi anni.

Un esame di stato da preparare, con molto ritardo ed una paura “fottuta” (passatemi il termine!).

Varie ed eventuali che appesantivano ulteriormente il mio morale.

Son molto grata ad un amico, mio compaesano (NON diteglielo! Sia mai che ad uno di Bellaria si dia del riminese!) che il giorno dopo mi ha trascinata fuori di casa, entrambi su due ruote ovviamente, per una birretta distensiva, al Red Devil: noto pub di motociclisti “brutti, sporchi e cattivi” (almeno un tempo).

Quando è passato a prendermi ha detto che ha visto una nuova Vale. Un’altra me che era tornata cambiata, rigenerata e rinnovata e, credetemi, pensarci mi fa ancora effetto.

Nulla che non possa riassumere con una bella citazione di Mandela, che così recita:

Non c’è niente come tornare in un luogo che non è cambiato, per rendersi conto di quanto sei cambiato“.