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Virgen de la Nieves

(La partenza da Granada è necessaria, e ne ho parlato già qui).

A meno di soste estemporanee, volendo risalire la vetta con alacrità, si può puntare verso Pradollano – frazione di Monachil.

Pradollano

Tanto per aiutare il navigatore nelle sue funzioni, almeno. E, proprio verso questo, la strada si ingrandisce. Sicuramente più nuova, a volte a due carreggiate e tre corsie, addirittura.

“Roba da piegone da ginocchio a terra” insomma!

Pradollano non è nulla di che, anzi… Non aspettatevi una cosina dipo Ponte di Legno o Folgarida, ecco! Più che bella è comoda, permettendo di villeggiare nel centro del parco nazionale della Sierra, potendo anche beneficiare dei vari corsi di attività invernali, escursioni e quant’altro a disposizione dei turisti.

La zona è prettamente sciistica: durante il mio raid estivo la neve mancava così come la marmaglia di turisti, rendendo la località desertica – e permettendomi di tagliare una fetta di strada percorrendo una zona del paese che, sinceramente, non ho ben capito se si potesse prendere in quel verso! Tant’è che a dicembre,  viceversa, quella via mi è stata totalmente interdetta.

Tuttavia la Spagna mi pare abbastanza diligente nell’indicare i percorsi, perciò con bretelle più o meno lunghe, superare la frazioncina per raggiungere il Veleta è davvero agevole, potendolo evitare senza problemi – e molto felicemente, oserei dire. Provate voi a entrare con un mezzo in un centro commerciale di domenica, a ridosso di Natale. Ecco!

Lungo la via non solo indicazioni, ma un altro virtuosismo iberico è la smisurata quantità di punti panoramici! A volte mi capita di non sapere più se godermi la strada, le curve o la vista, fermandomi di tanto in tanto.

L’ultima volta, grazie al clima invernale, sono riuscita a posteggiare e a dilettarmi in scivoloni e palle di neve, su pendii davvero poco scoscesi e molto ampi, tanto per non ritrovarmi a farlo nella calca della vetta.

Calca che, in realtà, era irrisoria.

Nonostante a settembre, quando anche per una sola foto ho dovuto elemosinare la carità cristiana di un turista greco, fosse semidesertico, a dicembre tuttavia non c’era un boom tale da rendere fastidiosa la permanenza.

Certo: bisogna mettere in conto di essere comunque in una località turistica, però probabilmente son solo stata fortunata. O, in realtà, gli spazi sono talmente ampi da non aver realizzato quante auto si sarebbero incolonnate poi, al rientro!

PS. Se incrociate automobili variopinte, tendenzialmente nere e bianche, con geometrie definite e a volte surreali, sono test. Nessun ente governativo o setta strana, solo prototipi testati sulla via!

O mia bella Madunina…

La sommità? Beh… giungendovi, sulla destra, c’è un piazzale sconnesso con alcune casette in legno dal tetto spiovente: qualche bar (se cercate caffè, scordatevelo!), negozio di souvenir… nulla di entusiasmante. Ancor meno quelli dall’altro lato della strada. Strada interrotta da una sbarra che delimita l’area carrabile e rende accessibile l’ultima parte del tragitto ai soli pedoni.

Si tratta di una piacevole passeggiata, comoda su una strada ben asfaltata e non in eccessiva pendenza. Giungervi non è faticoso, nemmeno in abbigliamento tecnico. Pertanto non fatene una questione religiosa quanto “turistica”: merita davvero.

La Virgen de la Nieves altro non è che un “monumento”: un altare sito ai piedi di una sorta di arco ogivale fatto in pietra, sul quale è stata collocata una Madonnina. Il tutto, come appena descritto, si erge su altezze impressionanti che permettono anche di godere di panorami a perdita d’occhio, decisamente fuori dal comune e spettacolari.

Come mancare una tappa caratteristica del luogo? Fatto 30…

Fatto 30 s’era fatto pure tardi e io dovevo raggiungere Antequera. La città dei Dolmen, dove avrei patito non poco per le viuzze strette, storte e dalla pavimentazione improponibile. Quattro ore di viaggio verso ovest, per poi raggiungere Ronda, Gibilterra e proseguire per il resto del periplo.

Stay tuned!

El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

Caminante

Viajante. Viaggiatore.

Il viaggiatore è colui che compie un percorso, non sempre e solo fisico, ogni qualvolta decida di andare oltre.

La presa di coscienza, la fusione con il mondo circostante che, pertanto, diventa suo ed egli ne dievene a sua volta parte integrante.

Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino:
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar.*

Trovo bellissime queste parole, che ho tatuato tra l’altro su un costato – il sinistro, quello del cuore – .

Cos’è che distingue, pertanto, un viajante da un “semplice” turista?

Me lo sono domandata spesso e non sono certa di essere arrivata ad una risposta. O forse sì, ma sicuramente una risposta mutevole, perfettibile e soggetta a revisioni nel tempo.

Si suol dire che Il viaggio non è nella meta ma nel cammino – o versioni simili – il che si pone in antitesi alla vacanza, per cui ci si trasporta, sterilmente, dal punto A al punto B, possibilmente anche in fretta, perché sta nel punto B il motivo del trasferimento.

Credo che molti confondano il viaggio con mete esotiche, lontane o esperienze quasi inenarrabili eppure un animo sterile, chiuso e poco incline all’osmosi, potrebbe ritrovarsi in luoghi incantati, a contatto con animali fantastici o alle pendici di monumenti e architetture superbe per poi tornare a casa uguale a se stesso. Ricco in foto, magari. Con qualcosa da raccontare, ma nulla più di quanto possa aver letto sulla Lonely Planet – bene che vada. Altrimenti, al massimo, si sarà informato su Google e Wikipedia.

Il che non significa che partire senza un minimo di contezza sia da condannare, anzi! Credo che sia una delle tante declinazioni che si possono dare a un viaggio. Ma, perlomeno, che la contaminazione avvenisse “strada facendo”.

C’è un tarlo che mi becca un po’ nel cervello e che ancora non so come risolvere. Se sia meglio girovagare e cercare, talvolta anche con bulimia, di visitare il possibile sfruttando ogni ora utile del giorno o se, invece, sia meglio prenderla con calma e vedere cosa capita nel frattempo. A ciò, si aggiunge un altro dubbio: quanto valga la pena tornare e ritornare sempre negli stessi posti, approfondendo e/o imparando a conoscerli nei minimi dettagli (anche in preda al: “chissa se ci torno più”) e quanto, invece, sia meglio spaziare letteralmente perché, al massimo, “ci tornerò” o, comunque, c’è anche altro da vedere al mondo.

Non lo so. Forse toccherebbe capirlo empiricamente, volta per volta.

Ci sono persone che pianificano un viaggio nei minimi dettagli addirittura mesi prima – dirò, l’ho fatto anche io spesso – e altre che invece si abbandonano al caso – e ho fatto anche questo -.

Credo che sia un po’ difficile e presuntuoso definire il criterio con cui prepararsi a un viaggio. Certamente ci saranno viaggiatori di lungo corso che potranno ben dire la propria e sicuramente i feedback di chi ha qualcosa da raccontare saranno utili. Per il resto, noi siamo il viaggio. Perché il viaggio penetra. Non è un qualcosa che si fa. Lo si vive, certo. E lo si crea, lo si diventa. Ci si plasma vicendevolmente. Non ci si può definire viaggiatori se si gira, si bighellona senza essere tornati un po’ spagnoli o svizzeri o di qualsiasi posto in cui si sia stati.

Per di più un viaggiatore viaggia per se stesso. Non necessariamente per narrarne anche se… butta via! Chi si annoierebbe al cospetto di chi ha visto cose che nemmeno la fotografia renderebbe. Annusato odori impercettibili e quasi impossibili. Lacerato suole su terreni dal materiale quasi inesistente…

Io il viaggiatore lo immagino un po’ come una persona dalla pelle lievemente ruvida, con un cappello in testa e una tenuta comoda, consona. Perché il viaggiatore sa dove sta andando e va bene, essere spartani è un plus, ma pure non essere scemi e incoscienti lo è.

Taccuino in mano, pronto a ricordare e ad annotare ciò che accade, un po’ alla Moleskine di Hemingway! Qualche ruga che ne segna l’intensità dello sguardo e anche, perché no, qualche patimento lungo alcune delle strade percorse.

Riflessivo, talvolta lento, ma coraggioso. Uno che non si ferma davanti al primo cartello che sbarra l’accesso, perché il viaggiatore è, per prima cosa, curioso. Così non fosse non si metterebbe in moto alla ricerca di non sempre si sa cosa, dall’altra parte del globo. Uno che sa comunicare. Non significa che sia, necessariamente, un poliglotta sebbe non ce lo veda totalmente estraneo alle lingue straniere. Però per me è una persona che sa entrare in contatto con quelle che incontra portando loro anche un po’ di sè e di ciò da cui proviene.

Brizzolato e due dita di barba incolta (perché lo descriva uomo? Perché, se fosse donna, sarei io! Scherzi a parte, femmina sono e subisco il fascino maschile, quindi immaginarlo del sesso opposto mi dà un tono romantico al tutto!).

Mi piace vederlo nella mia mente avvolto in colori caldi, a scrutare orizzonti quasi inesistenti o a barcamenarsi nei meandri di città caotiche.

Perché il cammino è lui e lui lo crea, a sua immagine.

E le mappe? Le cartine? Certo, userà anche quelle per poi vagare con il naso all’insù, scontrandosi incolpevolmente con i passanti.

C’è una cosa che, tuttavia, fa di un viaggiatore un… viaggiatore. Ma ad ognuno il suo, perché non c’è verso di stereotipare certe usanze.

La preparazione

Come ci si prepara a un viaggio? Qual è il modo, il metodo con cui un Caminante entra nello spirito del suo prossimo viaggio… E lo fa prima o dopo aver definito i dettagli? Quanti, quali e come ci si arriva a definirli?

Mi chiedo se un viaggiatore abbia una sorta di preludio spirituale, prima di partire. O se, invece, si butti a capofitto in ogni avventura, gestendo ciò che avviene man mano.

Perché ciò che avviene dopo, forse è più visibile. Si torna, si risponde alle domande curiose, si racconta… e narrando, si finisce sempre per narrare un po’ di sé. La gente chiede cosa sia successo, cosa abbia visto. Io, invece, voglio sapere

Perché

Perché uno, da un momento all’altro oppure dopo settimane, mesi, anni di gestazione, abbia lasciato tutti lì e se ne sia andato da qualche parte. Non importa quanto a lungo e se, la distanza, sia Ravenna – Pinarella.

 

Mentre provo a cercare delle risposte, vi lascio anche la traduzione di questa bellissima poesia:

*Viandante, sono le tue orme
Il cammino e nulla più;
Viandante, non esiste sentiero:
si fa la strada nell’andare.
Nell’andare si segna il sentiero
E, voltando lo sguardo indietro,
si scorge il cammino che mai
si tornerà a percorrere.
Viandante, non esiste sentiero,
solo scie nel mare.

(Machado. Dalla raccolta Campos de Castilla, 
Extracto de Proverbios y Cantares, 1912)

International Female ride day

Ovverosia: giornata mondiale delle donna motociclista.

A quanto pare ricorre ogni primo sabato di maggio ed esorta ogni donna motociclista a girare con la propria moto. E io, che casco sempre dal pero, non lo sapevo nemmeno!

Ne aveva parlato Catalina, invitandoci invero all’evento di Bologna, durante la nostra cena insieme a Riccione e a me, quando si parla di gironzolare – specialmente in moto – si rizzano tutte le antenne.

Così sono andata a spulciare su internet e su Facebook mi ritrovo l’annuncio della giornata organizzata da Andrea (Maida), che ormai io conosco fin troppo bene! Di corsi di guida con lui ne ho fatti due e mi mancava la pista, ma il mio scarico poco prima aveva deciso di esplodere letteralmente!

L’ultimo, proprio pochi mesi fa e allora, perché no? Un nome una garanzia, anche se in genere li organizzava, i miei, una mia amica. Avrei dovuto fidarmi di Andrea anche come PR oltre che come pilota e maestro?

Beh. Intanto sono arrivata la sera prima, alloggiando all’Hotel Cavalli, proprio a Loreo. La proprietaria è Paola, la moglie di Andrea e devo dire che la gentilezza è di casa, lì!!!

Essendo partita presto, ho potuto mettermi in camera a lavorare un po’, così da liberarmi il sabato. La sera ero già pronta ad una cena leggera, frugale e da sola (cosa che a me non pesa poi affatto), invece mi sono ritrovata a tavola non solo col Mister, ma anche con delle altre ragazze che avevano avuto la mia stessa idea di arrivare la sera prima e… E ci siamo divertite da matte!

Andrea è sempre stato bravo ad amalgamare le sue allieve. Che lo sia a sceglierle, ad attirarle o a integrarle, non c’è volta in cui mi sia trovata male. E venerdì non era da meno.

Finalmente il sabato!

Sabato mattina, sveglia all’alba perché il Boss inizia presto, eh! Io ho provato a evitare il piccolo briefing, essendo il IV, per dormire ancora un poco ma poi ho preferito far comunella insieme con le altre ;D

Assicuratosi che avessimo, più o meno, capito tutte tutto, Andrea ci ha finalmente messe in marcia. A coadiuvarlo, Serena: una ragazza dolcissima e bellissima che non ha mai, e dico mai, fatto pesare la sua bravura né con boria né con competitività. Serena è una delle istruttrici donne migliori che si possa trovare e menzione d’onore a Carlo, suo marito (ad ogni incontro con Andrea, c’è sempre un Carlo. Va beh) che ci ha fatto da chiudifila e che ci ha anche riprese con un drone.

Ah, dimenticavo: Serena è un “puro prodotto Made in Maida”, nel senso che è stata una sua allieva e questo dimostra quanto bravo lui sia. Un po’ di DNA motociclistico, un buon istruttore et voilà, un’assistente di prim’ordine!

Il giro si è rivelato davvero intenso e divertente, e non mancherò di parlarne ancora. Andrea l’ha suddiviso tra mattina e pomeriggio, con pranzo in hotel dove Paola ci ha nuovamente deliziati.

Tra l’altro, essendo ora tutte al completo, la “caciara” era aumentata ma anche la complicità e il divertimento.

E difatti, poi…

 

 

Il passo dello Spino

Siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Quando affronti le curve sai due cose: una che devi stare attento a qualsiasi cosa. Ciclisti, sterco, ciglio sporco etc. La seconda è che, se ti trovi davanti un veicolo molto più lento e non hai una gran visuale, te lo trascini per  km e km… Rallentando notevolmente e, a volte, creando la fila dietro.

Ed è per questo che, quando ho sentito qualcuno suonare, mi sono anche infastidita. Insomma: non si passava, cosa voleva facessi. Volare? Altrettanto quando ‘sto tizio mi si è affiancato; al più ho creduto fosse successo qualcosa alla moto.

Alcuni minuti dopo me lo sono ritrovato nuovamente sulla sinistra e mentre mi guardava con un fare misto tra il beota e il divertito, l’ho riconosciuto! Era Fabio, un mio amico che quando ha intravisto una 999 rossa, con su una donna e un GS giallo, con su un uomo ha fatto 2+2+: conoscendone i proprietari, ha capito fossimo noi!

Così si è deciso di fermarsi a bere qualcosa prima e di proseguire insieme (per poi fermarsi nuovamente a bere ancora) poi.

Lui aveva lavorato al mattino, decidendo di uscire solo all’ultimo momento. La cosa divertente era che io avevo scritto, proprio quella mattina, a (quasi) tutti i miei contatti per cercarne almeno uno che mi facesse compagnia. Tranne lui! Lo avevo dimenticato o ignorato bellamente, povero ragazzo mio.

Ma si dice che “ciò che è destinato a te troverà il modo” – o qualcosa del genere, no? –  e il kharma quel sabato aveva stabilito io dovessi star bene e divertirmi. E ci è riuscito.

La ripartenza

Al momento di ripartire, tra una foto e una battuta, ho notato che la moto non partiva. La batteria è nuova, non poteva essere quella. Ne abbiamo ragionato a lungo, ma pensare serviva poco e abbiamo dovuto spingere e spingere… finché la mia roscia non si è decisa. E meno male!

(Per la  cronaca, dovrebbero essere le spazzole del motorino).

Il resto del viaggio si è rivelato piacevole. Abbiamo attraversato vari luoghi della mia vita passata, il che ha suscitato un po’ di rimestamento di stomaco, però la cosa migliore da fare in alcuni casi è proprio la terapia d’urto, e portare nuovi ricordi alle zone che sono legate ad altri. E pensare al futuro!

Una volta tornati sulla Via Marecchiese, presa da un che di tamarro e adrenalinico – complice la conoscenza a menadito della strada – ho intravisto dei caschi. Con sorriso beffardo i sono avvicinata a Fabio, l’ho guardato e credo abbia letto il labiale:

“Li sverniciamo?”

Peccato che raggiungendoli non abbiamo notato essere ragazzini, con al massimo dei 125 cc, carucci carucci e fare loro il pelo sarebbe stato davvero da brutte persone! Mi sono limitata solo ad un pollice in su, con occhiolino, ad uno di loro con una Vespa. Tanta roba, la Vespa e dal sorrisone che quel giovane adolescente mi ha fatto, deduco che se lo ricorderà a vita. 🙂

Casa era vicina, ma andando andando si era deciso di fermarci al Primo Miglio, baretto in città per un aperitivo. Tra noi e Rimini, ancora un semaforo dalla coda solitamente interminabile. Io, che ho il dispetto nel DNA e la moto più piccola e snella (in quanto ad agilità, c’è un annoso dibattito in merito), ho seminato i miei amici svicolando tra le auto, i marciapiedi e le bici – parcheggiate – a mo’ di slalom gigante e distanziandoli con sorriso sardonico

Tentando il bis ad un altro rosso, molto più avanti, ad un certo punto ho sentito un rombo vigoroso e mi sono guardata accanto, perché era davvero difficile che provenisse dalla Clio viola appena superata. Beh. Fabio, che per rendermi la pariglia, aveva scavalcato un marciapiede raggiungendo la “pole” mentre io restavo imbottigliata come una sardina!

Non siamo così discoli, sappiatelo. Anzi. Ma ai semafori rossi non è proprio piacevole respirare tutti i gas di scarico dei veicoli intorno ;D

Marco in tutto questo non so dove fosse finito, però l’importante è che siamo arrivati tutti insieme a sederci, paghi strapaghi e contropaghi della giornata. Ognuna iniziata a modo proprio.

Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio. Ognuno diverso. E ognuno in fondo perso. Dentro i fatti suoi.

(cit. V.R. Amaracmand: non iniziamo con il tifo da stadio, eh! Io non lo amo particolarmente, ma questa è una canzone degna di nota).

E via, pronti per una serata con altri amici. Che, per me, significava pizza al metro a “L’Osteria” con un altro gruppo di disgraziati!

Giro in moto: Anghiari

Se una mattina di primavera un viaggiatore…

Il venerdì sera l’umore era migliorato grazie ad un amico di vecchia data che mi aveva fatto una sorpresa. Quelli che quando sei giù lo sentono e appaiono come per magia.

Il sabato, però, ero decisamente agitata. E quindi? Quindi via di messaggi per un giro in moto! Ovviamente non mi rispondeva quasi nessuno. Quasi… ;D

Poi l’illuminazione. Marco, che evidentemente non aveva una beata ceppa da fare o a sua volta era stato snobbato da chiunque, mi ha risposto e all’obiezione “sì, però…” stavo già tremando. Invece significava solo: “sì, però dammi almeno mezzora ché mi preparo”!

Certo che se avessi saputo prima che si muove su un GS vecchio e pure giallo – di un giallo brutto – probabilmente avrei desistito, però me l’aveva taciuto.

Perlomeno mi ha offerto la colazione 😀 E poi, in carrozza!!!

L’idea era di andare ad Anghiari, in Toscana, e semmai fermarsi a mangiare al Castello di Sorci, un piccolo fortilizio in località San Lorenzo – appunto ad Anghiari – nell’aretino.

La via da fare è nota ai motociclisti nostrani (e non): il famoso passo di Viamaggio!!! Ma per arrivare a prenderlo ci sono 2 strade: la famosa Marecchiese che sì, è lievemente mossa, oppure la variante per le Coste di Sgrigna, che sicuramente è più divertente e anche scenografica!

Solitamente, per chi parte dal mare o dalle vallate più lontane, e va verso la Toscana la tappa d’obbligo è al Pascucci di Novafeltria, dove la barista ormai mi riconosce da lontano.

“Tu sei quella del caffè, ristrettissimo, in vetro e la spremuta d’arancia, vero?!”. Ebbene, sì. I miei punti deboli! 😉

Sosta fatta, siamo ripartiti. allegri e pieni di belle speranze! Ma, soprattutto, già affamati!!!

Nonostante un paio di pit stop puramente “cartografici”, perché Marco non sapeva la strada, direi che abbiamo raggiunto il Castello anche agevolmente. Io ci sono già stata spesso, ma l’idea di fare strada non mi sfiora quasi mai l’anticamera del cervelletto

Beh. Prima ci si fa una stradina bianca, breve invero, e poi si arriva in questo posto semi sperduto, raccolto e avvolto dalla natura che lo rende non solo incantevole, ma pure davvero quieto e pacifico.

E quindi, us megna! Abbiamo declinato la proposta “menu completo” per decenza e per dieta, però non abbiamo proprio patito la fame, eh! Non sarebbe da noi!

Giunto il momento di pagare?

Eh. Io sono famosa perché amo i bancomat e odio prelevare allo sportello. Non che sia micragnosa, affatto, è solo che pagherei tutto virtualmente per comodità. Poi, però, quando il pos non funziona… So ca.. ca… cavoli!

Marco fortunatamente era denaro-munito, ma io che, però, ho sempre delle gran monete appresso ammetto di aver contribuito in qualche maniera. Sembrava avessi derubato un bambino della sua paghetta, però ammetto di aver racimolato un certo gruzzolo. (Dirò che per il concerto dei Guns’n Roses accadde la stessa cosa. Solo da un bicchiere ci cavai 60 eurini, mica male no!).

Forse la figura peggiore l’abbiamo (abbiamo… Ha, il mio socio) fatta parlando di cibo e di pizza. Io raccontavo di una recente esperienza in un posto, aggiungendo che a far male una pizza ci vuole davvero impegno!

Uno dei gestori ribatteva, concordando su alcuni punti e aggiungendo che per lui, la pizza, è buona pressoché sempre. Insomma, di bocca buona o, forse, poco capace di discernere tra una fatta bene e una fatta male. Tant’è che Marco, con molta, mooolta nonchalance, ha chiosato: “Ah, beh. Immagino che voi, la pizza, a questo punto non la facciate”.

Invece immaginate voi la sua espressione, quando il tipi ha risposto di sì! (Ahahahahahah!!!). Beh, ha anche aggiunto che la prepara il fratello, togliendo tutti dall’imbarazzo.

Ma le disgrazie non erano finite…

Al ritorno abbiamo cambiato strada. In fondo, a noi importava bighellonare e s’è preso per lo Spino. Ancora ricordo la prima volta in cui l’ho percorso con il mio ex ragazzo: avevo il Monster e ho patito tutto il tempo, incerta e impaurita. Ricordo anche una seconda volta con lui e mio babbo: tener testa a due fenomeni delle due ruote è faticoso: se poi hai appena comprato una 999 e non ci sai nemmeno andare, è da matti.

Ma questa è un’altra storia. Anche perché siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Donnavventura – le selezioni

Il 31 marzo mi sono presentata, con largo anticipo, alle selezioni che si tenevano a La Thuille, in Val d’Aosta, sotto il famoso “tendone” giallo Ricola.

Prima di giungervi mi ero “sparata” il piccolo San Bernardo in auto, mappando il terreno in attesa di arrivarci in moto e, superando il piccolo paesino anche a causa di indicazioni sbagliate, sono arrivata fin su su su godendomi un panorama paradisiaco (a cominciare proprio dal candore che mi avvolgeva) e scorgendo, finalmente, il gonfiabile.

Son ridiscesa pian piano pentendomi di non aver piazzato una actioncam sulla macchina e ho trovato parcheggio nonostante il flusso esagerato di persone. Pensare che spesso guido un RAM, mi chiedo dove l’avrei piazzato. Parcheggio creativo, necessariamente!

La mia Mokka andava benissimo e dopo mille manovre mi è stato dato piazzarla nel suo legittimo rettangolo blu.

Emozionata mi sono avviata verso il piazzale antistante l’hotel Planibel e ho chiesto informazioni. Erano in ritardo e la fame incipiente (il mio appuntamento era previsto per l’1:30. “Mio”, poi… la mia batteria di aspiranti, diciamo!) perciò ho deciso di rifocillarmi. I punti di ristoro sembravano strapieni e io ero già rassegnata alle mie barrette pesoforma che uso spesso quando non riesco diversamente, finché non adocchio una sorta di rosticceria apparentemente truce e becera.

Le lasagne mi avrebbero appagata, ma sono già ingrassata e poi rischiavo che fossero troppo unte e ho optato per polpette e patate al forno. Sebbene diffidi del macinato cucinato in giro, che avventura scorrerebbe nelle mie vene se arretrassi davanti a del cibo di dubbia provenienza?

Entrambe molto buone, però, devo ammettere!

Così all’ora X mi presento sul luogo preposto, ove Maurizio Rossi, seduto tipo capo indiano sul fuoristrada, ci ha dato alcune indicazioni rammentando che telefonini, fidanzati, cani e rapporti di qualsivoglia natura devono essere accantonati per tre mesi se si vuole partecipare.

Certo, non con questo tono grave e dittatoriale (anzi! Affabilissimo e socievole!), però serio abbastanza da trasmettere l’altrttanta Serietà di quelle che sono le regole del “gioco”.

Condicio sine qua non deve essere lo spirito di adattamento. Social, sì, ma con grande capacità di starsene un po’ fuori di casa senza appendici né troppi rimorsi.

Beh, io è una vita che vivo così. Non so più se definirmi vagabonda, oriunda, cittadina del mondo o cosa!

Orbene: si ritorna in fila e si compila un modulo, ritirando il proprio numero: se la paura fa 90, Donnavventura fa 238. Io preferisco i numeri dispari, ma chissà che questo non mi porti bene ugualmente!

L’attesa è lunga, quindi io chiacchiero un po’ con le altre, rifletto, medito e siccome “schifo” è una parola che mi appartiene relativamente, ho piazzato per terra la mia busta della  Volcom (rea di acquisti appena fatti) in cui ho avvolto una mega sciarpa e mi ci sono accomodata, osservando ciò che mi circondava, continuando a fare quello che stavo facendo e… riesumando la mia Settimana Enigmistica (ne sarei quasi dipendente!).

Il tempo in realtà è scivolato velocemente sulla V cornice concentrica di pag. 34, perciò ho lasciato le parole crociate, mi sono alzata e ho ritrovato una veterana, simpaticissima, che gioca con il mio cognome.

”Bertelli”…

“Come i cerotti!”…

Ebbene sì: i miei coetanei forse non ricorderanno, ma lei ha aggiunto di essere una farmacista, il che spiega tutto e ha allentato la tensione.

E poi, finalmente, il provino!

Provino al quale sono andata volutamente struccata (ho cercato di rimuovere quasi tutto il mio rossetto poco prima) peché durante un viaggio direi che tutto questo tempo per imbellettarsi non ci sia e poi perché loro vedranno donne molto più di me: se una è foto/telegenica se ne accorgeranno (forse a maggior ragione) se è acqua e sapone.

In fondo valuteranno il nostro volto per quello che è, non per come abbiamo seguito bene i tutorial di Clio Make-up!

Dopodiché un’altra ragazza, anch’essa sempre sorridente, mi ha fatto un po’ di domande e devo ammettere che per essere una PR e anche abituata a parlare (un filino pure in TV), mi sono emozionata e ho perso la mia verve.

“Tremo” all’idea di aver fatto brutta figura o di esser parsa impacciata, però ormai non posso farci altro, se non sperare 🙂

La calma è la virtù dei… calmi. Dicono.

Mal che vada ho fatto un viaggio. Non che avessi paura a tornare a casa a qualsiasi ora, da sola, in auto o di dormirci in qualche autogrill, ma ero lì so far away… perché sprecare il weekend? 😀

Donnavventura – la mia candidatura


La Thuille (AO), 31.03.2018

A settembre avevo inoltrato la mia candidatura sul sito di Donnavventura, certa che non ne avrei mai cavato niente.

Ero in una fase di ristagno, avevo bisogno di prendere decisioni che mi scuotessero e quel programma lo guardavo sin da quando ero ragazzina.

Oltre Overland, era uno dei miei preferiti anche perché io non solo amo viaggiare, scrivere e raccontare (del)le mie esperienze, ma mi piaceva l’idea della donna avventurosa.

Come per la moto, fino a un po’ di tempo fa c’era ancora questo retaggio per cui la “Femmina” dovesse stare in casa a far da mangiare mentre io, nata e cresciuta in una famiglia liberale, di ampie vedute, non ho mai potuto sopportare l’idea che certe attività mi venissero precluse solo per il mio genere.

E quindi, perché no?! Non senza, tra l’altro, aver specificato che guido auto, moto, quad, fuoristrada e che parlo 3 lingue e che mi occupo di comunicazione. Se cercano una che perlustri il globo e ne parli, beh: eccola! 😀

Poi, però, l’ho messa via, come si suol dire, convinta appunto che sarebbe stato un sogno e nulla più.

Selezionata per i primi casting

Due settimane fa, invece, ho ricevuto una mail ufficiale dall’organizzazione che mi invitava a prenotare giorno e ora per il provino che si sarebbe tenuto in Val d’Aosta proprio durante il weekend di Pasqua.

Eravamo davvero prossimi alla festa del primo (aprile, tra l’altro) e ammetto di aver vacillato perché temevo fosse una “bufala”. Ma via via che procedevo con l’iter le comunicazioni crescevano e tutte, ma tutte, riportavano al sito Donnavventura perciò, dentro di me, mi son convinta che fosse vero e che, al massimo, avrei fatto un viaggio. L’ennesimo! ;P

Il mio cruccio riguardava il mezzo di trasporto, perché la mia auto è momentaneamente scassata e la moto… La moto io la porterei anche sulla Luna (a proposito, NASA! Ci sta una 999 in uno Shuttle?), ma le previsioni davano anche neve e N gradi sotto lo 0.

Non che temessi il freddo, però non ho ancora l’equipaggiamento adatto e, se mai fossi scivolata e mi fossi infortunata, avrei rischiato di saltare la mia prova, compromettendo una bella occasione.

La ragione ha prevalso sul cuore (e vi dico solo che, a parte la bomba d’acqua durata anche poco, nei pressi di Aosta, dal giorno seguente al ritorno ho incontrato del tempo da fa – vo – la) e mi sono goduta una confortevolissima Opel Mokka che ho noleggiato qui a Rimini.

E, bella bella, mi sono avviata verso Pré Saint Didier, dove avrei soggiornato quella sera (ignara, invece, di come avrei trascorso le giornate successive. Dove, soprattutto. I prezzi in zona salivano vertiginosamente, ma ciò che un’auto dà, rispetto alla moto, è proprio quel riparo che se davvero non sai dove finire, ci dormi dentro e sei a cavallo!).

E io, in passato, la zingara l’ho fatta (ne narrerò, perché troppo divertente), sarei stata pronta a replicare.

Com’è andata?

To be continued…

Andrea Maida – gli esercizi nel piazzale

Dopo il consueto briefing, Andrea è solito far fare degli esercizi in un piazzale ampio e comodo.

Lo riempie di conetti e, con una calma estrema, spiega l’esercizio da fare. Ciò che lo rende davvero raro è, non solo la pazienza di cui è dotato, ma la sua capacità di rendere tutto estremamente semplice. E non perché si riveli borioso dimostrando che, ciò che per noi risulta arduo, sia in realtà facile. Ma perché lo rende facile anche per noi! La differenza è sostanziale.

E quando nota che le sue allieve sono un po’ dure di comprendonio, non esita a farle scendere dalle moto e a camminare, anche in fila indiana, lungo il tracciato tra i paletti per imprimere nelle loro cucuzze le traiettorie esatte.

 

E poi via di slalom, frenate, curve e chicane per impratichirsi e sciogliersi. Braccia morbide, cosce adese al serbatoio e via discorrendo. Come già accennato in qualche altro mio articolo (Corso di guida su strada o Recensione corso con Andrea Maida), il numero esiguo di partecipanti rende il corso piacevole e sicuramente poco caotico: provate a immaginare 8, 10, 15 moto che casino farebbero! Anche solo il rombo degli scarichi.

Dimenticavo di dire che Andrea si raccomanda sempre di partecipare ben equipaggiate e con i paramenti al completo: non sia mai che manchi qualche pezzo della vestitura perché lui pretende davvero la sicurezza per sé e per i suoi discenti.

La tecnologia anche in moto

Le riprese e le fotografie sono un altro strumento decisamente utile: spesso si è davvero certi di fare qualcosa, ma è solo rivedendosi che si percepisce la realtà. Non avete idea di quanto io abbia creduto di piegare, in certe occasioni, quando a inclinarsi era solo la mia testa, forse!

Andrea viaggia pieno zeppo di chiavette usb, pennette, tablet, schede di memoria apposta e difatti, durante la pausa pranzo, non manca di mostrare gli errori, o gli orrori, della mattinata – inclusi quelli del breve giro fino all’arrivo al ristorante -.

Meno male che lo fa mentre si mangia: almeno lo strazio di rivedersi fare tante cazzate viene lenito dalla gioia dello stomaco che viene abbondantemente sfamato. Un colpo al cuore e una gioia alla panza!

Pranzo che, comunque, si rivela sempre essere leggero e veloce. Andrea è uno pratico e il suo interesse è insegnare, non fare troppe chiacchiere (sebbene sia una persona davvero socievole e nel tempo libero indulga in ciarle amichevoli) e quindi non crediate di pasteggiare con troppo agio, innaffiando i vostri piatti di vino o birra. Naaaah. Non stavolta.

Così, caffè e pronti nuovamente a salire in sella, per qualche ora di piacevole guida!

Andrea Maida, Maidamotomaster, corso I livello

Ormai, nella vita, di corsi ne ho fatti tanti (in moto ancora qualcuno in meno, ma tant’è) e credo di riconoscere un buon istruttore da uno incompetente.

Il 26 marzo 2017 ero a Civitanova Marche per partecipare ad un corso di guida su strada, organizzato dalla grande Lucia Vallesi con il mitico a Andrea Maida Maidamotomaster.

Non lo conoscevo affatto, però ho dovuto riconoscergli subito grandi qualità.
L’ho intravisto la sera prima a cena e già ne avevo notato la simpatia e la gentilezza, caratteristiche che per me sono imprescindibili.

Il giorno del corso


Il giorno dopo abbiamo iniziato con una formula, a mio avviso, vincente: colazione e teoria, grazie anche all’ausilio di pc e tecnologia.
Questo ci ha permesso di entrare in contatto con lui e tra noi: il rapporto 1:4 fa sì che ci si coalizzi per dare il proprio meglio, spronandoci a vicenda. 

Mai, e dico mai, siamo entrate in competizione negativamente, anzi! Andrea, ovviamente, ha avuto un ruolo chiave in tutto ciò.
Subito dopo abbiamo svolto vari esercizi in un piazzale dove, sempre grazie al numero ridotto di partecipanti, abbiamo potuto esercitarci costantemente e ripetutamente, senza pause lunghe né tempi morti.

Anche l’uso dell’interfono è, indubbiamente, un’ottima idea: essere corretta durante la guida e non dopo, ha un vantaggio enorme.
Abbiamo scoperto che Andrea, nonostante i suoi innumerevoli meriti in ambito sportivo (dal karate allo speedway) e che potrebbe vivere di boria, è capace di elogiare come di “cazziare”, ma senza abbattere né distruggere psicologicamente!

Sa spronare e trasmettere la propria conoscenza, con fare davvero gradevole e semplice. Il Piero Angela delle moto, insomma! Per di più ha domato la “selvaggia” (ormai mi ha ribattezzata così) che è in me portandomi alla disciplina  


Aggiungo che non ho una moto facile facile da guidare (la 999 è ignorantella e pesante) e lui non ha mai, mai, mai accennato al fatto che debba cambiarla. Semmai mi ha spronata a fare il mio meglio per ammansire io lei!


Insomma: sono pronta per il prossimo livello e, probabilmente, per un corso in pista con lui (e ne ho già fatti, seppure traumatizzata).
Più fidelizzata di così… Vordì che merita!!!!!