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El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

Amici in moto – Andrea

Dopo la mia personale testimonianza, quelle di Cristina e di Flo ecco il primo mammifero maschio ad avermi dato la sua opinione!

Ho conosciuto Andrea perché uno dei cofondatori di uno dei raduni più spettacolari del globo: il Ruotesfonde! Attualmente, purtroppo, in sonno io prego ancora le divinità delle due ruote affinché riescano a ripetersi, nuovamente!

Va beh. Nel frattempo continuo a rompergli le scatole e, da ultimo, proprio ieri… Forse non aveva nulla da fare. Forse, veramente mi vuol bene e tempo zero eccolo qua!

La moto si sceglie con il cuore e non con la testa… io aggiungerei anche con il portafogli.

Quante volte abbiamo sentito questa frase, forse perché è il miglior consiglio che bisognerebbe dare ad un amico che ha intenzione di comprare la moto. Bada bene, ho detto la moto, non una moto, perché appena la porti a casa si instaura un rapporto speciale che la rende unica in mezzo alle altre.

Tralasciando le ginocchia sbucciate per impennare sul portapacchi del “Benellino 50cc” e le notti passate a “smanettare” un Ciao supersonico, la prima moto è stata una Honda NSR 125 SP acquistata a 16 anni spaccati. Non era la più veloce tra le 125 dell’epoca ma era tra le più fighe.

L’Honda stravinceva nel mondiale con Capirossi e Doohan e la mia era la replica di quella che dominava il campionato Sport Production. Era perfetta, affidabile, me la vendettero con lo scarico Arrow e centralina dedicata.

In realtà era un vanto nei discorsi al bar ma nella pratica non superavo comunque i fatidici 30 cavalli. Siamo stati insieme diversi anni e, a parte una innocua scivolata, abbiamo consumato solo gomme e pasta lucidante. Ci siamo separati percheé con il trasferimento per motivi di lavoro non avevo più tempo per usarla e darle tutte le cure necessarie.

Il secondo amore

Dopo una pausa di circa tre anni è arrivata lei, la Shadow. Mi si è aperto un mondo: quello del custom. Negli otto anni che abbiamo vissuto insieme le ho cambiato tutto! Avevo realizzato l’idea di moto che avevo in testa: ruote larghe, cromature luccicanti, scarichi rumorosi ed un assetto da drag-bike più votato ai passi appenninici che ai lungomare affollati.

È stata la moto che ha lasciato il segno… abbiamo vissuto insieme gli anni più spensierati della mia gioventù, quelli in cui non hai una meta ma l’importante è partire. Ricordo ancora i diversi colloqui preliminari con il ragazzo a cui la vendetti, gli occhi lucidi ed i crampi allo stomaco quando la portò via dal mio garage.

E via di “scarenate”…

In quel periodo mi tornarono dei pruriti stradaioli e volevo riavvicinarmi alle moto “stese”. Presi il Monster ma commisi l’errore di prendere il 620, una bellissima moto con molta personalità ma nel mio caso, anche se molto godibile e divertente da guidare, mancava di quella potenza per cui avevo deciso di cambiare genere.

Una scelta sbagliata da parte mia sin dall’inizio, però avevo tenuto in considerazione il fatto che se non mi fossi trovato a mio agio l’avrei potuta rivendere facilmente.

… e il ritorno alle Custom!

Così è stato, l’ho comprata a settembre e rivenduta a maggio dell’anno seguente! Sono ritornato al custom, entrando in un mondo che a mio avviso è uno dei più affascinanti di sempre, il mondo Triumph.

Speedmaster 790 giallo/ nero del 2003 “la giallona”, bicilindrico parallelo da 790cc con due carburatori, il fascino delle vecchie Bonneville con un assetto da cruiser, fasatura a 270^ per rendere il sound unico ed inconfondibile.

Appena acquistata, mi sono sbarazzato di tutti gli accessori inutili e ho cominciato a darle una impronta cafe-racer. Posso dire che avevo trovato la moto perfetta per il mio utilizzo: un motore corposo e sempre pronto, sia per delle “sparate” sull’Appennino che per lasciare qualche striscia di gomma sul lungomare o a qualche raduno.

Con il tempo la famiglia è cresciuta e le occasioni per girare in moto sono calate. Un inverno ho deciso di mettermi a giocare in garage e ne ho fatto una cafe-racer a tutti gli effetti con tanto di semi manubri, serbatoio del Thruxton e sellino a salsicciotti. Una meraviglia a detta di molti, una show Bike a mio avviso. Purtroppo era diventata una moto bella da vedere ma molto scomoda da guidare.
Così ho fatto un annuncio di vendita e l’insistenza di un ragazzo che se ne era innamorato mi ha spinto a cederla.

 

Fine prima parte!

La seconda… eccola!

Amici in moto – Cristina

Recentemente mi son sentita chiedere spesso il perché abbia optato per una certa moto, specialmente alla luce di quelle che sono le mie velleità “viaggianti”. A corredo, oltre la curiosità, ne sono piovute varie critiche. Ho risposto abbondatemente, direi, attraverso delle parole che mi sono uscite “di pancia” e non starò a ripetermi.

Effettivamente, però, la stessa domanda l’ho posta spesso anche io ai miei compagni di avventure – fisici e virtuali -. Qual è il criterio con cui si sceglie la moto, ammesso che ne esista uno?

Credo che ognuno abbia, un po’ come per i vestiti, per la casa o per chissà diavolo cosa, un proprio principio ispiratore. O, talvolta, delle esigenze. La stazza fisica, ad esempio, incide. A volte le possibilità economiche o, spero spesso, è puramente amore a prima vista.

In tanti si sono prestati a darmi la propria versione e allora oggi vorrei cominciare con Cristina!

Senza pensarci troppo, ecco cosa mi ha scritto:

Non c’è, forse, un motivo terreno per descrivere quel momento in cui si sceglie la moto su cui poggiare il fondoschiena.

È un po’ come quando, da bambina, ti innamori per la prima volta: ti batte forte il cuore… vorresti stare solo con lei a giocare, a riderci insieme o parlarci. Ti fa sentire viva!

Ecco. Questo è ciò che ho provato mentre cercavo la mia “bimba” su cui saltare in sella. L’ho vista e me ne sono innamorata, come davvero una bambina. Emozione… tanta. Così, quando ho chiesto di provarla, non appena mihanno risposto di sì ho percepito un senso di libertà indescrivibile.

Non solo: anche, finalmente, di realizzazione personale. 

Eh sì. Perché simoleggiava un po’ una rivincita. Significava “sbattere in faccia” a chiunque mi dicesse che non ce l’avrei mai fatta, in quanto donna, che si stava sbagliando (anzi: che si era sbagliato) poiché invece ce l’avevo fatta.

Il giorno in cui l’ho ritirata dal concessionario, ci sono salita su. Ho infilato il casco, infilato i guanti e ho fatto quel magnifico, magico gesto che è girare la chiave. E ho avuto la mia conferma: era lei!

Il rumore, le vibrazioni, la posizione di guida… mi sembrava che non fosse la prima volta, anzi. Quasi come un déjà-vu percepivo tutto come se fosse già – stata – mia.

L’ho provato all’epoca e lo sento tuttora, quando la tiro fuori che sia per una passeggiata tranquilla, un po’ di curve sui passi o un viaggio.

Libertà. Non tutti conoscono il significato, e non mi riferisco al vocabolario, di questa parola. Io sono certa di riuscire a “sentirla”, con la mia Scrambler (Ducati, N.d.A.).

Perché non ci si può sentire liberi senza una fantastica compagna di viaggio. E io mi sento libera grazie alla mia bimba.

 

Cosa possiamo dire ancora… La passione è passione e non si discute. Mai mettere in dubbio l’amore di una donna per la moto, perché potrebbe sempre sorprendervi… E sconvolgervi!!!

Oltre a lei e me, altri amici hanno voluto raccontarsi! Andrea (I e II) e Flo!

La mia prima moto

La mia prima moto è stata (è, in realtà, perché ce l’ho ancora) un Monster 600 a carburatori, del 1996.

Non sono certa che sia stata una scelta dettata dall’amore, ma amore comunque è diventato dopo.

In realtà, il mio primo mezzo a due ruote motorizzato è stato un cinquantino: un Aprilia SR “valerossi”! Mia madre era sbiancata alla mia richiesta di comprarmi la versione carenata, l’RS 125 Chesterfield replica (ma anche una RS 50, toh!!!) e così, meglio di nulla, mi sono “accontentata” della versione minore.

Direi che avere lo scooter fosse già una fortuna, comunque. Anche se, quella fifona di mia mamma, me l’aveva preso perché non salissi dietro altri, ma alla fine mi concedeva ben poco movimento per godermelo davvero!!!

Credo di averlo sfruttato meglio e con più gusto all’univerità dato che, nonostante ormai fosse abbondantemente acciaccato, almeno a Bologna madre non aveva minimamente contezza dei miei spostamenti.

Morto definitivamente, son passata direttamente all’auto che a mia madre dava un senso di tranquillità maggiore e l’ipotesi moto, almeno per un po’, non si è più affacciata.

Finché, nonostante tutto, in me non è tornata una certa voglia… come un prurito. O come un rutto, che esplode senza chiedere permesso!

Mia mamma non si spiegava come mai, data questa passione, non amassi andare in giro con mio babbo – biker di lungo corso – e io faticavo a spiegarle ciò che ho compreso poi con il tempo. E cioè che a me, fare la “zavorra“, non mi garba proprio per niente.

Ad una certa età ho lasciato Bologna – scampando una convivenza che “oh mio dio” – e sono approdata a Rimini. Le spese si sono ridotte e, qualche anno dopo, ho trovato un ragazzo. Motociclista!!! Imparare sulla sua sarebbe stato un suicidio, ma nel frattempo un amico comune ho scoperto che vendeva la propria: il famoso mostriciattolo di cui sopra. L’aveva lasciato non so dove, in conto vendita, da una vita così, pur di liberarsene, me l’ha ceduto al prezzo del passaggiodi prorpietà. E con una bazza così cosa fai, non la lanci un’OPA?!?!

Non era messo bene, però il mio (ex) ragazzo è un meccanico – ad oggi Ducati, quindi direi di aver avuto delle buone mani a lavorarci su! -.

In realtà non un – almeno minimo – restauro alla moto era il problema, bensì il parental control. Però ormai ero grande, i soldini erano i miei e quindi né l’infarto di mia madre né il “niet” di mio padre nulla hanno potuto contro la luccicanza che avevo negli occhi!!!

 

Così, infine, giunse

E alla fine, sebbene sgarrupato, rigato, bozzato, rovinato e forse pure un po’ incidentato, ho portato a casa questo esserino che nemmeno se avessi partorito il re del mondo…

Quanto tempo speso appresso, per riuscire a metterlo un po’ in sesto! Il che era bello, perché univa e rinsaldava, via via, anche il rapporto che c’era tra me e il mio fidanzatino non senza farlo sbellicare dalle risate tutte le volte in cui, i primi tempi, facevo pratica impacciata e goffa.

Ricordo ancora un giorno: una mattina, per l’esattezza. Uscendo dall’officina, la quale è a ridosso di un semaforo su una strada alquanto trafficata, mi ero ritrovata con il rosso in corso. Purtroppo, oltre a questo che di per sé mi agitava perché significava – se non fossi partita per tempo – rallentare le auto dietro a mettercisi contro c’era anche un lieve dosso. Dosso che, oggi, probabilmente non percepirei nemmeno mentre ai miei esordi ogni sassolino sarebbe bastato a condannarmi a paura certa.

Beh, aleggiano ancora voci su me che, quella volta, ho fatto spegnere la moto – o il semaforo, a scelta – millemila volte perché, ad ogni minima sgasata per partire, mi spaventavo e lasciavo l’acceleratore, per paura che troppa potenza mi facesse volare via la moto, rendendola ingovernabile!

Quindi provate a immaginarvelo: me. Moto. Semaforo. Lieve colpo di acceleratore, panico, moto che torna indietro. E si spegne. Rewind!

Moto che, alla luce del tempo, ho capito essere viva per miracolo perciò non si sarebbe mai sognata di disarcionarmi così come temevo! Però io la guardavo ancora con sospetto e con rispetto, quindi basta chiedere, a Novafeltria, della rossa sulla Ducati che non sapeva partire al verde…

Prepensionamento? Chissà!

Purtroppo il Monster necessitava di alcune forti opere di manutenzione che, nonostante la manodopera del mio ragazzo e vari pezzi di ricambio recuperabili facilmente, avrebbero comportato un esborso non indifferente e lì mi si è parata davanti la scelta: se orientarmi su una nuova moto, più nuova o, comunque, messa meglio o se spendere una cifra pressoché equivalente in restauro.

La risposta ce l’avete già…

Ma, sebbene sonnolenta, lei è lì. In garage. Che attende. Ora le mie energie si concentrano sulla Big Red, ma la “piccola” non l’ho dimenticata. Arriverà il suo momento!

E voi?

Qual è stata la vostra prima moto? Ce l’avete ancora? Vi è mai capitato di venderne una per poi pentirvene? Insomma… quali sono le vostre storie?

Per chi volesse raccontarcele e leggerle, può trovarci qui, sulla mia pagina facebook.

Buona strada!

Motoincontro del Monte Catria

25 \ 27 gennaio 2018. AgnelloTreffen.

Sì, lo so che l’articolo ha un altro titolo ma, invero, tutto parte da qui!

Non avevo mai partecipato a un raduno invernale e quest’anno, complice anche un clima temperato per essere gennaio, avevo deciso di spostarmi e di tentare.

Purtroppo, a causa di un imprevisto, sabato non ho potuto muovermi e pertanto l’idea di salire è sfumata. Tanto più che la mia rossa era – ed è tuttora – nel reparto di rianimazione della mia officina.

Così, pur di sfogare la mia voglia di moto… ho trovato un compromesso.

Il mio compagno mi ha proposto il raduno del Monte Catria che, nonostante forse non raggiunga le dimensioni dell’Agnello, tanto sconosciuto invero non è dato che è alla sua 42^ edizione!

Restava il problema moto. Che io non ami fare la zavorra è risaputo. Che sia pressoché incapace, pure… E così, quel santo uomo, mentre allestiva il suo GS ha ceduto a me il Domi.

Mitico Honda Dominator, classe 1992 – esattamente dieci anni più giovane di me – tirato “rally” e reduce dalla Gibraltar Race 2018, nonché futuro partecipante dell’edizione del 2019!

Insomma, un chicchino che per gli esperti del settore meritava almeno una sosta per rimirarlo e apprezzarne le modifiche.

Io, che di moto non ci capisco granché già con quelle mie o di genere simile, figuriamoci il resto, mi sono prestata a questo esperimento. Col terrore nei polsi!

Scuola guida!

Invero, la sera prima avevo già fatto delle prove nel parcheggio, con l’ansia nel cuore, la tremarella nelle zampe e la vergogna di chi mi guardava con occhio compassionevole! Non che sulla mia rossa possa vantare imprese d’eccezione, ma almeno ho passato la fase “facciamo le figuracce davanti a tutti”. Così, non solo ero a cavallo di un aggeggio a me poco consono, che mi faceva vergognare un po’ al passaggio di tutte quelle belle motine “stese” (carenate), ma incarnavo perfettamente il cliché della donna incapace di andare in moto. E se ci ho messo anni per scrollarmelo di dosso, ora non avevo voglia di arrivare al raduno a stento e tentennando!!!

Va beh. Se “Roma non è stata costruita in un giorno“, arrivare laggiù poteva anche diventare una passeggiata molto, ma molto lenta!

Allons enfents…

Così ho imbroccato la panoramica del monte Ardizio: sei sul mare, parallelo pressoché alla costa… aspettarsi dei bei tornanti è utopia, ma almeno verso la fine – prima di immettersi obbligatoriamente sulla statale adriatica –  qualche curvetta si propone, presentando un panorama sul mare d’inverno che lascia a bocca aperta!

Purtroppo ne è seguito qualche km di rettilineo, che tuttavia mi è stato utile per prendere confidenza con la bestia che avevo sotto il sedere.

La prima svolta sarebbe arrivata a Fano, verso Fossombrone, Niente superstrade, ma una antica via di epoca romana: la Flaminia (che, fantasia vuole, prende il nome da Gaio Flaminio Nepote). Avete presente il detto che “Tutte le strade portano a Roma”? Mbeh, ora sapete perché!

La Flaminia fu fortemente voluta per collegare l’Urbe alla mia Rimini (insomma, al “nord”), proseguendo ancora verso Milano sotto un altro nome, cioè Via Emilia.

Ma a me bastava fermarmi molto prima, possibilmente senza ruzzolareLa geografia non era una priorità, tanto più che seguivo quell’altro e, probabilmente, se avessi saputo prima cosa mi sarebbe toccato, non l’avrei fatto!

Un breve tratto di statale

Di certo una chicca interessante, in realtà, c’è. Laddove io ho deviato per raggiungere il luogo del raduno, si può invece proseguire sulla via maestra che, traversando gli Appennini, congiunge le Marche all’Umbria grazie al passo della Scheggia. Che no, non significa che te lo fai a razzo, ma piglia il nome da un paese che sta lì!

Il mio bisogno di caffè, che cozzava con quello di placare il tremore, ad un certo punto ha preso il sopravvento e così ho fatto una sosta tecnica a Fossombrone. Beh, belli miei… Che sia in moto, in auto oppure in pellegrinaggio, fateci un salto.

Fossombrone è romana anch’essa (Forum Sempronii), ma poverina ha subito più dominazioni lei del Madagascar a Risiko. Ora, non so gli abitanti come l’abbiano vissuta, nel secoli. Ma la città, da un punto di vista storico, architettonico e artistico, è ora una perla da conservare e ammirare. Tra tutto, la Rocca Malatestiana che si erge superba appena fuori il centro abitato, sul tragitto che porta ai monti delle Cesane.

Nonostante una conversione in gita socio-culturale avrebbe potuto ridimensionare il mio percorso, la sfida era in atto.

Ora, lasciandosi la riviera alle spalle e addentrandosi nel cuore del centro Italia, era scontato che dalla piana si passasse ai colli. E colli significa curve. E curve significa…?

Beh, per un momento ho temuto morte certa! Ci ho messo una vita a imparare le traiettorie e la modalità di guida della mia 3×9, che effettivamente ha dei toni bisbetici e ora mi sembrava di essere balzata su una mountain bike. Il mio primo pensiero è stato:

“Come diavolo si fa a progettare una moto col manubrio che si muove?!”.

No, non è che ballasse, ma questa moto ha uno sterzo che… sterza! Al contrario della mia. Più alta, porta a una postura decisamente differente e così, laddove mi veniva di spostare le chiappe che manco Stoner, dovevo invece ricordare che dovevo settare il  mio corpo in tutt’altra maniera.

Ah! Vi pare facile a voi! Forse sì, invece io a quanto pare faticavo a resettare la mente… Ma, tra una preghiera, una sudata, un qualche ciclista probabilmente sfiorato e tanta tigna… A ‘sto raduno ci sono arrivata.

L’ingresso al raduno

Finché, in cima, non ci siamo incolonnati. Un tizio si era frapposto tra me e Luca e non so cosa gli fosse passato per il capo, ma mi esortava a superarlo. Io che mi ero fermata e bloccata, pietrificata, non accennavo a muovermi nemmeno pagata finché quello – forse spazientito – non se n’è andato da sé. Quando Luca è tornato a prendermi, dato che non l’avevo seguito, ho fatto forse la cosa più saggia e pusillanime della giornata: ho messo il cavalletto. Ho piazzato la moto lì e gliel’ho mollata!

Fortuna, per la mia incolumità emotiva, che fossi tra le poche, pochissime donne motorizzate e che, come accennato, quella moto sia talmente “ganza” da aver convogliato tutta l’attenzione su di sé, distogliendola dalle mie maldestre manovre di autoconservazione!

E io, finalmente, ho potuto rifugiarmi nell’unico bar, al caldo, a sorseggiare ancora caffé.

La quota raggiunta non era alta, però il vento era forte, fortissimo tanto da aver ribaltato varie cose – e questo non mi confortava affatto… All’ennesimo suono di roba che si sfracellava, ho guardato il mio ragazzo e gli ho detto testuali parole (un po’ meno dolcemente):

“IO, giù – per le curve, con la neve e la fila – non ci torno! La moto resta qua. O scendi con la tua e risali, a piedi, e porti giù o io, comunque, un modo per tornare a casa lo trovo!”.

Po’rello…

Il vento l’ho sfidato diverse volte e ammetto che se non lo sopporto nemmeno a piedi, figuriamoci in movimento. In moto. E’ una di quelle situazioni che mi spaventano e sapere di non riuscire a toccare bene a terra, con una moto che non conosco, su asfalto scivoloso non era ciò che mi ero prefigurata.

Non sono una mammoletta, ma ci sono giorni in cui osare e altri in cui essere conservativi. E quello, faceva parte dei secondi.

Tanto per farmi dissipare adrenalina, tra una ciarla e una cazzata con amici ritrovati e astanti, sono andata – ma guarda un po’!!! – a mangiare! L’iscrizione prevedeva una lauta colazione, dolce e salata, così ho deciso che dar pace alla panza avrebbe risolto la metà dei problemi. Tra l’altro, tra i souvenir, a differenza di gadgets e cazzabubboli vari che spesso si regalano – e puntualmente si perdono o buttano poco dopo – il motoclub organizzatore ha pensato a delle – ottime pure – piadine! Un pacco di pida, che la sera non ho mancato di addentare nemmeno un leone a dieta da settimane.

Così ne ho approfittato anche per visitare il castello di Frontone, ove appunto si teneva la merenda, e osservare il panorama da ancora più in alto.

E, dall’alto, tutto acquista un altro senso… Io non sono una grande amante della neve, però apprezzo i luoghi (brulli), ameni e fuori dal mondo. E… e lì, ho trovato una risposta a tutte le mie domande. “Perché?!?!?” Perché guidare con incertezza e rigidità, come se non l’avessi mai fatto prima, e il timore di falciare ciclisti o di finire in terra con una moto non mia e a me forse poco congeniale!?!?

Per tutto quello che stava accadendo intorno a me.

Ed è per questo che, non avendo potuto farlo di persona perché si era tutti sparsi e non ne conosco i vertici, non posso esimermi dal ringraziare il Moto Club Ancona “G. Lattanzi” – La Casetta -ASD che imperterrito, con qualsiasi condizione meteo, si prodiga di anno in anno per mantenere viva questa tradizione.

Tradizione che, a pranzo, avrebbe portato a mangiare non so dove.

Io invece ho preferito gozzovigliare ancora un po’ per bearmi della vista… e perché, sulla strada del rientro, non nego che avrei facilmente trovato una qualche altra motivazione per un pit stop.

Il ritorno

Ora. La moto, effettivamente, l’ho guidata sin dai piedi del castello. Forte di un momento di calma apparente, mentre la gente sfollava per rifocillarsi, sono tornata giù.

Non nascondo nemmeno che ho anche confidato in taaaanta tantissima fortuna. Nella probabilità ce a quell’ora le persone fossero a pranzo (tutte, bimbivecchidonneeuomini) e che qualcuno vedesse me prima che io potessi vedere lui per… stracciare un paio di STOP che mi lasciavano un po’ perplessa. E no, non perché dovessi fermarmi, ma perché se l’avessi fatto non avrei toccato a terra! Addirittura, ad un semaforo, avendo messo la moto in folle son rimasta piantata finché il mio fido accompagnatore non è tornato indietro chiedendosi perché non mi muovessi. Insomma: non toccavo con il piede destro perché c’era un lieve dislivello, perciò se l’avessi messo a terra mi sarei sbilanciata e cadere – sulle auto parcheggiate – non ere una priorità.

Sì, lo so che per guidare un mezzo sebbene non si arrivi perfettamente a terra con le zampe il modo c’è, però io quel giorno non ero molto propensa all’apprendimento! E infatti ho continuato a poggiarmi a gradini e marciapiedi, per il divertimento di tutti…

Così, mesta, delusa, incazzata e nervosa – sì, perché avevo il timore di aver rovinato la giornata a lui e perché mai avrei pensato di poter fare tanto schifo! – sono tornata a casa. Viva.

Ma. Ma siccome sono testona. Ma siccome l’offroad inizia a diventare un tarlo. Ma siccome sono provocatoria e capatosta. Ma siccome è diventata una questione personale…

Stay tuned. Che magari la prossima volta ho da raccontarvi qualcos’altro! ;D

Elogio di una 999

In questi giorni, con EICMA di mezzo, mi è capitato spesso di interagire con motociclisti di ogni tipo i quali, sapendo della mia moto, hanno reagito – quasi tutti – in modo simile.

La 999, a quanto pare, è una moto difficile. Come ogni Ducati è scorbutica, non ama i bassi, tende a perdere pezzi – leggenda narra! – e, almeno questo modello in particolare, è difficile da gestire. Pesante, va domata fisicamente e i semimanubri non agevolano certamente le manovre o certe strade curve. Ha la frizione dura e, a furia di sfrizionare, si indurisce ulteriormente e la moto si surriscalda. Ed è scomoda.

Così, perlomeno, la si descrive. E parzialmente concordo.

Io non ho un gran confronto con altre moto. Ho iniziato con un vecchio Monster 600 a carburatori. Del 1996 che era anche un po’ sgarrupato, aveva un’accelerazione lenta e limitata ma, soprattutto, nonostante tutto è sicuramente più agile.

Da quando ho iniziato a viaggiarci, i riscontri sono stati pressoché gli stessi, a gruppi di due: gli “ammiratori” e i detrattori.

Avevo scorto da lontano un parcheggio enorme, con un castello a lato e una bellissima vista sul mare. Credevo fosse breccia, ed invece era sabbia!

Pacifica la sua descrizione, i primi – comprendendone appunto i limiti – mi fanno tanti complimenti perché, solitamente, non è una moto guidata da una donna – proprio per la fatica – e governarla è arduo. Specialmente quando tento di portarla allo stremo, su passi impegnativi – vedi Stelvio – o su terreni inadatti – vedi strade bianche, sassaiole, etc -.

I secondi, invece, si suddividono ulteriormente.
Quelli che credono lo faccia per una qualche forma di sfida, tanto per attirare l’attenzione. E sbagliano.
E quelli che continuano a cercare un modo, almeno uno, per farmi desistere e prendere una moto “comoda” o, perlomeno, adatta.

E questo mi innervosisce alquanto, forse più delle provocazioni di chi mi prende per quella che vuole fare “la fenomena”.

La moto adatta?

Sono anni che guido la moto. Io lo so. Lo so benissimo che esistono mezzi progettati per il turismo. Non sono mica così idiota da non averlo capito. So anche che la mia rossa ha dei limiti fisici che le rendono difficile certi percorsi o certi progetti.

So bene che la carena sotto non mi fa saltare gradini più alti di tot centimetri o che lo sterzo potrebbe essere poco conciliante su alcuni tornanti.  Insomma, la guido, me ne accorgo anche. Ma ciò che non comprendo, al pari di chi non comprende me, perché si insista, ostinati, a volermi far cambiare moto. Un po’ come stressare un fumatore perché smetta (e io sono una ex fumatrice): non lo farà mai perché tartassato, fidatevi!

Insomma, che fastidio vi do?!

Viaggio principalmente da sola, il che non rallenta nessuno lungo la via.
Sono caduta poche volte: da ferma, come ogni motociclista rispettabile. A causa della pioggia, sul dritto. E per colpa di un’auto che non aveva il freno a mano. Quindi non si può nemmeno dire che sia un intralcio, un intoppo agli amici con cui mi accompagno talvolta. Anzi, ad oggi ho dovuto io sorbirmi quello che, ritenendosi il Bayliss o Cairoli di turno, s’è aspettato perché stampatosi da qualche parte.

Dicesi che, con un’altra moto, potrei stare più comoda. O guidare meglio. Forse.
Beh, chiariamo anche un concetto. Io sono abituata a quella, pertanto non so cosa significhi stare “più comoda”. Ma io non sto scomoda! Insomma, se così fosse perché mai dovrei spararmi 1000 km in giornata o 10.000 in 6 settimane. Cosa avrò mai da espiare!

Io su quella moto ci sto maledettamente bene.

Mi ci incastro perfettamente. Adoro le gambe accovacciate, come quando ero in sella ad un cavallo solo. E la posizione reclinata: per me è un sollievo curvare la schiena, dato che quando cammino o sto seduta son ritta come un fuso. Inoltre, voi partite da un presupposto sbagliato: non pensate di star gobbi sulla vostra moto. Questa è fatta apposta, la percezione è ben diversa!

E i polsi… Ma ce l’avete tutti con i polsi.

Il mio istruttore mi ha insegnato a guidarla con le cosce e con il bacino: se avessi il cruise control potrei camminare senza nemmeno sfiorarli, i semimanubri. Non sto gareggiando, sono rilassata quando giro, io. Pertanto, non è infrequente vedermi addirittura appoggiata al serbatoio o con il telefono in mano per girare un video… ;D

E se non riesco a raggiungere un determinato posto, credo che il problema sia mio. E se rischio di insabbiarmi, come è accaduto in Portogallo, il problema è mio. E se invece ce la faccio, il problema è sempre mio perché qualcosa da ridire l’avrete sempre.

Ma a voi, in fondo, che diavolo ve ne importa?!?!

Passiamo a quelli che mi tacciano di sensazionalismo.
Io “faccio eco” ogni tanto per i motivi suddetti. Lo farebbe chiunque, non sono certo “così” speciale. A me non piacciono i limiti. E se ne trovo alcuni, spesso mi garba superarli. Lo faccio con la 999, lo faccio a piedi, lo faccio punto. Embè?

Io amo quella moto. Non andare in moto. QUELLA moto. Ad oggi è ciò che voglio, ciò che mi dà le sensazioni giuste e ciò che mi basta. La cambierò? Giammai. Ne prenderò un’altra? Sicuramente. Perché l’offroad mi è entrato dentro e so che posso farlo veramente, solo con la dueruote fatta apposta. Ma per ora, ogni volta in cui ci salgo, il cuore trabocca di felicità.

Inoltre, appena patentata, quasi chiunque mi ha consigliato di cambiare attività o di darmi all’uncinetto o… i più carini, di prendere una moto più facile da usare. Innumerevoli i miei pianti. Il nervosismo. La frustrazione. Eppure ci credevo. Credevo in me, credevo in lei e lo volevo. Quindi, ogni passo in più che riesco a fare su quella bestia, per me è una conquista. Girare il mondo (perché sì, voglio portarla ancora altrove) per me è stata una soddisfazione indecente e indescrivibile.

Non piego abbastanza? Non gratto le saponette? Beh, chissene. (E poi, demanderei queste “bravate” alla pista e non alla strada). Però, io, ho fatto quello che ho fatto. E non ne ho ancora visti tanti. E, comunque, arrivare a ciò, per me, è quel miracolo che tanto richiama il mio meccanico. La “magia“, mi definisce lui! Da quel dì in cui, appena comprata, mi ha vista scendere per le vie ondulate del Montefeltro, timoroso che non arrivassi alla prima curva intera e sulla moto (a ragione, eh!) ad adesso ne è passato. E noi, siamo felici così. La prima sfida l’ho vinta con me stessa. Tanto basti.

Io sono la 999.

Quindi, signori miei, avete abbondantemente rotto i coglioni.

Enough?

 

PS. Un grande grazie, invece, a quelli che mi hanno pazientemente sopportata in questi anni. Che mi hanno trascinata in giro, aspettandomi, quando ancora avevo paura già solo a tirare fuori la moto dal garage.

Hotel La Radice, Civitanova Marche. Pace e relax

Marzo, 2017.

Avevo un corso di guida in moto da affrontare e avevo voglia di arrivarci riposata. Perciò, “spataccando” su Booking, mi ero ritrovata questo alberghetto in città. Vicino, oltretutto, al luogo del rendez vous del giorno seguente.

 

Marzo, 2018. Il Ritorno.

Esattamente un anno dopo. Stesso corso – livello superiore! – e stessa città. E se squadra che vince non si cambia…

Non ricordavo più il nome dell’Hotel o, perlomeno, non ne ero certa perché la volta precedente ero indecisa tra due o tre e avevo qualche difficoltà a rammentare. Perciò ho contattato la mia amica Lucia e le ho chiesto quale fosse il bar dell’incontro, memore che la ricerca del pernottamento l’avessi fatta proprio in base alla distanza dal locale.

Saputo ciò, bastava fare 2+2, ricerca per zona et voilà: il mio mitico posticino!

Son voluta tornare fortemente qui per varie ragioni.

La prima, da buona motociclista, il parcheggio. Ampio, spazioso, gratuito e riparato; non è un dettaglio da poco per nessuno, ma una moto sparisce con molta più facilità di un altro mezzo e le mie scelte son già, sempre, condizionate da questo (e io viaggio un sacco).

Secondo poi, la pace! Questo hotel a me infonde una tale pace da venirci anche solo per rilassarmi. Certo, di posti forse ben più monumentali o lussuosi o, migliori, ne ho visti ma diamo a Cesare quel che è di Cesare. A La Radice non ho mai sentito un rumore molesto. un rumore qualsiasi! L’acqua è calda, i locali pulitissimi, l’arredamento e i colori riposanti e accoglienti. Il personale, poi, non può che essere il linea con tutto il resto.

Per la seconda volta ho beccato una ragazza dolcissima ed educatissima che si è anche ricordata di me (spero non per antipatia ;P).

Aggiungo pure che un anno fa, avendola a disposizione, mi avevano anche concesso allo stesso prezzo una camera più grande nonché, dato l’arrivo in moto di sera e il mio evidente assideramento – non ero ancora attrezzata bene ai viaggi 365 giorni l’anno, a qualsiasi temperatura – offerto gentilmente alcune tisane calde. Solitamente è un servizio a pagamento, però ve l’ho detto che lì sono accoglienti, no?

Inoltre mi hanno anche tenuto lo zaino dopo il check-in, permettendomi di girare in moto e di imparare senza zavorre sulla schiena, per poi andare a riprenderlo una volta terminata la mia lezione.

E poi, con molto poco, hanno fidelizzato un cliente. So bene che l’intento non era quello, perché era palese la bontà del gesto, tuttavia se non c’è due senza tre, alla prossima tappa giù mi basterà un clic e mi sentirò pronta a partire.

Viaggiare in moto: quando spostarsi non è più una necessità, ma un piacere

Ciò che spinge un essere umano a salire su due ruote è difficilmente descrivibile. Sfidare la gravità, la fisica, il clima e, talvolta, la salute.

Spiegare ciò che lo porta anche a viaggiare, specialmente in condizioni estreme, è impossibile.

Si dice che “ognuno vive la moto a modo proprio” e credo che, questa univocità, sia indiscutibilmente veritiera e lo dimostra già la vasta gamma di modelli che un motociclista sceglie e da cui si sente rappresentato.

La voglia di viaggiare e di scoprire pare sia insita nella natura umana (almeno per i più), ma farlo “scomodi” sembra follia!

Eppure nessun biker ammetterà mai di essere sfatto, stanco, scomodo, perché tutte queste – impercettibili – sensazioni fastidiose scompaiono al cospetto dell’eccitazione.

Guidare una moto significa essere a contatto con il mondo: la macchina occlude, il treno limita, l’aereo nasconde (ad una certa quota si vedono solo nuvole) e la bici, sì, stanca!

Una “dueruote” lascia l’agio di scegliere il percorso, di deviare a proprio piacimento e, quando ne si guida una più poliedrica, anche di oltrepassare confini e barriere architettoniche che precludono passaggi o panorami mozzafiato. Come affacciarsi su una spiaggia o percorrere una strada sterrata, ad esempio, che conduce ad una meta nascosta e fatata, tipo un bosco.

Si potrebbe obiettare che la moto sia indigesta a molti a causa dell’esposizione agli agenti atmosferici.

Il motociclista ama, però, fondersi con gli odori della natura (a meno di essere in mezzo al traffico che, su moto, si riesce spesso a schivare agilmente!) senza sovrastrutture che ne limitino anche la visuale. Basta aprire la visiera et voilà: un profumatissimo papavero! Un giallissimo girasole! E non c’è caldo torrido o pioggia o nevischio (per i più arditi) che tenga: basta indossare gli elementi giusti per sfidare qualsiasi temperatura. Perché il motociclista, si sa, è avventuroso per DNA!

Non c’è nulla di più vero che “la bellezza di un viaggio sta nel… viaggio” e non nella meta: farlo su motocicletta amplifica questo concetto .

Altrettanto vero è che in moto non si è mai da soli: c’è “lei”. Ma non solo.

Quello dei motociclisti può apparire un mondo elitario o, stando ai cliché televisivi, fatto di ragazzoni grezzi, sporchi e cattivi! Ed invece, i bikers sono accoglienti (nonostante un po’ campanilisti su marca e modello, però fa parte del gioco) e fraterni. Non si dica che non piaccia salutarsi quando ci si incrocia o anche aggregarsi, seppur solo per brevi tratti, ad un gruppo di sconosciuti senza nemmeno fermarsi, togliersi il casco e stringersi la mano. Due motociclisti sconosciuti avranno sempre di che parlare.

La moto aggrega, attrae. Ma, soprattutto, emoziona.