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Riders on the road

Riders on the road è un progetto nato da un ristretto gruppo di motociclisti, quasi per caso, ma da un’idea decisamente valida.

A “monte” di questo c’è Antonello… Montes!

Antonello Montes

Antonello va in moto da anni: la sua passione l’ha condotto in giro per l’Italia, definendo anche alcune sfide on the road, sempre a scopo benefico, che ne hanno rivelato la dura tempra.

Ha lo sguardo buono, pacato, eppure su due ruote si trasforma e dimostra tutta la sua essenza!

Da buon motociclista, ha l’animo espansivo e incline alla condivisione. Con l’avvento dei social, Antonello frequenta i gruppi dedicati, anche virtualmente ed è proprio grazie a Facebook che, nel 2014, qualcosa è successo.

Ducatistaxfede

Galeotta è la pagina “Ducatistaxfede” ove conosce quelli che saranno i suoi futuri compagni di viaggio e di nuovi progetti.

Il caso ha voluto che, infatti, nell’agosto del 2015 alcuni di questi si trovino in vacanza o di passaggio nella riviera romagnola.

Montes, ad esempio, è in viaggio in moto e, peregrinando per i colli riminesi, si imbatte in un furgone con un riferimento al Sic. Incuriosito, lo segue fino a Coriano ritrovandosi in Fondazione.

Albani, nel mentre, villeggia con la famiglia a Rimini, residenza di Antonio Rossi, da loro ribattezzato Yuston: da qui alla cena è un attimo e le chiacchiere di pochi si tramutano in un progetto ben definito.

La Staffetta del cuore

Vero, nome abusato forse, ma pregno di solidarietà e di onestà, tanto da incuriosire prima e ottenere, poi, l’appoggio della Fondazione Marco Simoncelli!

Da quell’agosto e per i successivi cinque mesi il gruppo elabora nei minimi dettagli quello che sarà il progetto da far approvare in Fondazione. La Staffetta prende corpo a livello teorico ed è pronta a essere ufficializzata attraverso una charity partnership.

L’iniziativa prevede la consegna di un testimone, nella fattispecie un gilet giallo ad alta visibilità (classico simbolo della sicurezza su strada) e che viene firmato via via, di biker in biker, attraverso il maggior numero di regioni italiane. Di volta in volta, inoltre, si prevedono eventi, incontri, iniziative di varia natura per canalizzare attenzione e aumentare la visibilità dell’idea.

La pianificazione è duplice: una prima definizione strategica, avvenuta attraverso una ragnatela di contatti preallertati che, ognuno nella propria regione di riferimento, ha il compito di individuare un pilota e, possibilmente, di organizzare un rendez-vous di accoglienza.

A questa si accosta una partecipazione alimentata on the go, grazie al passaparola e all’eco che la staffetta, nata in sordina, riesce ad ottenere spontaneamente.

La gestazione lunga porta alla partenza dal Friuli Venezia Giulia il 27 marzo 2016 con l’intento di concludersi in occasione del “WDW”, il World Ducati Week che si svolge, come ogni biennio, nel circuito di Santamonica a Misano.

Marco Albani, socio del Doc-Ducati Club di Prato, parte attiva di questo progetto, rider della staffetta è anche promotore del raduno che si tiene – mentre ha il testimone – presso il 4° Stormo Caccia dell’Aeronautica Militare di Grosseto. Nonostante la pioggia battente che lo sfiacca e lo ammolla come un pulcino, il 24 aprile riesce a coinvolgere 252 persone convogliandole alla base.

La raccolta fondi

Come da accordi con la Fondazione Simoncelli, e per la forte volontà degli organizzatori di non voler essere detentori delle somme raccolte – onestà in primisle donazioni possono efettuarsi direttamente sul conto corrente della Fondazione (citando come causale “Pro staffetta del cuore”).

Poco più di tre mesi di “raid” sono bastati a collettare un’ingente somma che, iconicamente, è stata riportata su un assegno “king size” donato durante l’evento Ducati a Kate (Fretti), la storica ragazza del Sic in un circuito che, tra l’altro, ne porta il nome.

…to be continued!

La “tigna”, il valore e la bontà d’animo dimostrati da questi “brutti ceffi” (alla faccia del detto che i motociclisti sono “brutti, sporchi e cattivi”!) hanno fatto sì che le loro gesta non passassero inosservate. E, anzi, hanno voluto rinnovare e replicare le gesta, infatti poco tempo dopo riusciranno in un’impresa a dir poco eroica: la 32 ore on the road (che consiglio aldamente di leggere).

Riders on the road

Non solo. Siccome a questi qui le cose piace farle per bene… il 21 febbraio 2019 hanno, finalmente, ufficializzato la nascita di una vera e propria associazione a scopo benefico, che è stata chiamata – come da titoletto – Riders on the road.

Gli intenti sono molteplici, quindi adesso non ci resta che aspettare il prossimo progetto e, in my modest opinion, supportarlo!

 

 

 

La 32 ore

Memori del successo de La Staffetta del cuore, nel 2017 i quattro “cavalieri” decidono di replicare l’iniziativa.

Cambiano le modalità, ma l’intento permane: fare del bene.

Acquasanta terme

Durante gli incontri per la preparazione di questa sfida, è arduo individuare un nuovo beneficiario, ma un guizzo pervade la mente dei ragazzi! Proprio l’anno prima, durante una delle tappe, hanno ricevuto il supporto del comune di Acquasanta terme, in provincia di AP. Comune che, durante il terremoto del 2016 – esattamente qualche tempo dopo la Staffetta del Cuore – ha subito enormi conseguenze che hanno coinvolto anche un istituto scolastico.

Memori e grati per l’aiuto dell’anno precedente, Marco Albani (DOC Prato), Antonello Montes (DOC Alessandria e il club FMI Boar’s Nest di Stazzano), Antonio Rossi alias “Yuston” (Desmo Romagna Doc) e Mirko Mancinelli (DOC Marche) decidono di ricambiare il favore e di destinare proprio a quel paese la futura somma racimolata.

Circa un anno dopo il World Ducati Week e la consegna del mega assegno alla Fondazione Simoncelli, parte la seconda “sfida”.

Il record

Questa volta il coinvolgimento di altri personaggi è minore, ma maggiore è lo sforzo fisico: 32 ore no stop in moto, attraverso l’Europa.

La scelta delle tappe è dettata, in primis, dal tempo a disposizione. Il corpo umano non può reggere una fatica prolungata per più di tot tempo, senza patirne e, su due ruote, è decisamente rischioso. La stanchezza, la disidratazione e il sonno solo solo alcune, forse le maggiori, cause di incidente già in condizioni normali. Pretendere troppo da se stessi diventa insensato e poi, se per caso anche solo uno dei membri avesse avuto un problema a causa dell’inadeguatezza della progettazione come avrebbero potuto proseguire con il proprio intento?!

Non era possibile, pertanto, allungare di molto il percorso. Ma comunque lo si voleva estendere oltre le 31, record che si vociferava qualcuno avesse già stabilito.

L’itinerario

L’idea iniziale volge il guardo verso est, per un giro in senso orario; tuttavia il clima primaverile rischia di essere ancora troppo tiepido in nazioni quali la Slovenia, l’Austria e la Germania pertanto Albani propone il senso opposto, traversando Francia e Spagna.

Il commiato si stabilisce in Valenza, Piemonte: è da qui che viene Montes ed è da qui che si decide di partire. La tappa francese non può non essere Parigi che, esattamente come Barcellona, avrebbe avuto sicuramente un’eco conclamata. Due grandi capitali non passano inosservate. Barcellona, inoltre, rispecchia esattamente l’idea di una temperatura gradevole! La destinazione finale, invece, è Prato. La Toscana si è rivelata una regione molto aperta e accogliente a tali iniziative e il motoclub di Albani – il DOC pratese – non ha mai mancato di fornirgli il supporto adeguato.

Il percorso e l’arrivo

A dispetto di ogni buona intenzione e delle brevissime tappe, dedicate ad approvvigionamento e rifornimento, il dream team sfora di poche ore la tabella di marcia. 36.5 sulle 32 preventivate.

Nonostante ciò, quanto questi ragazzi fanno ha dell’incredibile e pertanto il disavanzo è sicuramente perdonabile! E, se non altro, hanno avuto l’ardire di mettersi in gioco, anche con il rischio di fallire!

La sera dell’arrivo a Prato una calda accoglienza li ripaga, abbondantemente anticipando la gioia che provano, invece, il giorno della consegna della somma collettata all’Amministrazione comunale di Acquasanta Terme (Ascoli Piceno).

La stessa che li aveva accolti l’anno precedente e quindi, il legame, si rinsalda e scalda ulteriormente gli animi.

A riprova della bontà del progetto, il club Novara Riders ha appoggiato per l’ennesima volta questi ragazzi folli! E il  DOC Desmolanghe, al termine della “32 ore” ha provveduto a consegnare ai piloti un’esagerata fornitura di merendine Kinder, distribuite poi ai bambini di Acquasanta.

Amministrazione che, di concerto con la scuola destinataria dei fondi, ringrazia i piloti con brevi parole, ma molto sentite:

 

“L’amore per la moto riesce, quasi per magia a liberare l’energia imprigionata nel cuore degli uomini,

e a illuminare i sotterranei dell’anima”.

Riders on the road

Riders on the road, infine, nacque! Il 21 febbraio 2019 è stata ufficializzata, anche a livello burocratico, la neonata associazione che non ha certo finito di “fare cose”, anzi. Ha solo iniziato!

Quindi… stay tuned!

Women Motors Bootcamp

“Un evento dalle donne per le donne”

[Dedicato a chi insegue le proprie passioni nonostante gli stereotipi.

Dedicato a voi, dedicato alle donne che con tenacia e pazieza cambiano il mondo ogni giorno.]

Questo è il claim che si legge non appena si apre il sito del Women Motors Bootcamp.

In verità ho trovato tracce di questo evento su Facebook, già mesi fa: se non erro aveva postato qualcosa Liz (Juno Cavalli – la fondatrice di Miss Biker) e, conoscendola, ho dato fiducia al suo link a occhi chiusi, senza nemmeo badarci troppo.

Quindi ho cliccato immediatamente e mi sono ritrovata su un nuovo pianeta!

Ma andiamo per ordine.

Non sapevo nulla del Women Motors Bootcamp fino a che non ne ho letto qualcosa: ero totalmente estranea alla sua preparazione, alla sua ideazione, insomma nulla di nulla! Come, probabilmente, centinaia di altre ragazze. Però sembrava qualcosa di interessante e quindi ho proseguito la lettura.

L’evento si terrà durante il weekend dell’8 marzo – che fortunatamente capita di venerdì – e nessuna data avrebbe potuto rivelarsi migliore di questa! Tra l’altro, non mancate di leggere il resoconto che scriverò per Women on bike!

 

Aeroporto di Boscomantico – Verona

Il WMB si terrà in un aeroporto… strano? Non per forza! Domitilla Quadrelli (founder del camp e con cui ho avuto il piacere di parlare di persona) ha costruito una tre giorni improntata sulle donne – motocicliste e non ancora – e ha scelto l’aeroporto, che sarà teatro di numerose attività. Un’area del genere ben si presta sia per dimensioni che per lo spirito cameratesco e gioviale che una drop zone può regalare. (Ecco l’indirizzo, tra l’altro, per chi non sapesse dove si trova: Via Boscomantico, 6, 37139 Verona VR).

E non solo. A differenza di un classico circuito, in aeroporto cosa si fa se non… volare?

Ecco. Tra le varie attività…

 

Biglietti

I biglietti sono acquistabili direttamente sul sito.

La particolarità di questi biglietti sta nel fatto che un acquisto è valido per tutti e tre i giorni. Quindi si paga una volta sola e si entra ogni volta che ci pare!

Ci sono solo due opzioni tra cui scegliere:

  1. ticket “semplice”, a 49 €
  2. ticket + volo in aereo a 99 € (a tal pro merita sottolineare che, ovviamente, le condizioni meteo non sono direttamente gestite dall’organizzazione del camp… Quindi, se dovesse essere davvero brutto brutto, il volo sul bellissimo lago di Garda sarà soppresso, ma con restituzione della quota versata in anticipo).

 

Activities!

 Il camp non è stato pensato per essere un “semplice” raduno. Nonostante sia statico – a differenza di quelli che organizzano motogiri vari – sarà al contempo dinamico. Perché? Perché l’intento non è quello di mettere insieme un tot di donne a far chissà cosa.

L’intento è quello di regalare delle esperienze, a queste donne. Esperienze diverse tra loro, così da diversificare gli interessi delle partecipanti o di attirarle verso qualcosa di nuovo, magari anche sconosciuto.

A tal proposito, merita una lieve digressione l’annosa questione: patente sì/patente no.

Se avete paura di non poter partecipare perché non avete ancora il famoso pezzetto di plastica rosa o la moto, scrollatevi di dosso ogni cruccio!

Citando direttamente le parole dell’organizzazione:

Tutte le attività sono rivolte sia a motocicliste esperte che a principianti

(essendo su suolo privato anche senza patente A!)

tutte le attività mirano ad aumentare le conoscenze in ambito motoristico, l’obiettivo è farvi divertire ed acquisire sempre più confidenza con moto di diversi tipi, cilindrate ed usi.

A tal pro, infatti, è stata stretta una collaborazione con #donneinsella, famose ormai per l’avviamento alla moto anche di ragazze inesperte e alle prime armi, in soli pochi giorni. Donne in sella si avvale di istruttori qualificati – con i quali ho avuto il piacere di fare un giro durante un evento che si è tenuto a Bologna l’anno scorso).

PS. L’organizzazione conferma che sarà sua premura fornire anche abbigliamento e protezioni adattatti.

Oltre a questo, ecco la lista di tutte le attività proposte – e chissà che non ne vengano fuori delle altre… dato che spuntano potenziali partnership ad ogni ora!

Moto

09:30
Registrazione e briefing

10:00 -18:00
Avviamento alla motocicletta, by Donne in Sella

10:00 -18:00
Corso propedeutico al flattrack, by Marco Belli

10:00 -18:00
Corso di meccanica e manutenzione, by ScuolaMoto offerta da Pakelo Lubrificants

10:00 -18:00
Corso di saldatura al TIG, by Saldatrici Arroweld

10:00 -18:00
Orientamento al Moto Rally, RoadBook e teoria dell’enduro by Lady Enduro Project

10:00 -18:00
Test Rides Moto + Tom Tom Rides

Aereo

Ogni 30 min
Voli turistici in aeroplano sul il Lago di Garda, by Aero Club Boscomantico (riservato a chi ha acquistato il biglietto da 99 €)

Ogni 40 min
Lanci con paracadute in tandem, by Skydive Verona (riservato a chi prenota, ma ad un costo aggiuntivo e con possibilità di farsi riprendere in volo. Lasciatevelo dire da chi lo ha fatto più volte… il paracadutismo è qualcosa di stu – pen – do!!!)

Auto

Ogni 15 min
Corsi di drifting in auto

Difesa personale

Ogni 30 min
Corso di difesa personale per donne con esercizi di Krav Maga, by Krav Italia

 

Photo contest

Il WMB non è un evento creato solo per “fornire” qualcosa. L’idea è anche quella di renderlo coinvolgente! E quindi è nato anche un piccolo concorso fotografico, così da permettere a tutte di essere protagoniste in ogni forma del camp.

Lo svolgimento è davvero semplice: ogni ragazza può partecipare scattando le proprie foto e postandole sui propri social quelle che ritengono le più indicate a raccontare il Women Motors Bootcamp, contrassegnandole con l’hashtag #wmbootcamp.

Le 12 foto più meritevoli – e qui non si valuterà la qualità dell’immagine con un occhio esperto. Non è una scuola di fotografia! – verranno premiate, omaggiando le 12 fotografe con alcuni premi messi a disposizione dai vari sponsor:

1 Navigatore TomTom Rider da moto (valore 350 €)
1 Interfono Sena (valore 285 €)
1 Giacca Dainese 72 (valore 400 €)
1 Casco AGV (valore 350 €)
4 Gioielli Rouille (valore 250 €)
1 Experience di Flat Track offerto dalla DiTraverso School (valore 350 €)
1 Corso di meccanica presso ScuolaMoto offerto da Pakelo (valore 1800 €)
1 Paio di leggins da moto Exagonn 66 con protezioni

 

 

Parcheggio

Data l’enorma richiesta, l’organizzazione ha adibito una zona apposita a parcheggio, situata all’interno dell’evento!

Come indirizzo per il parcheggio potete utilizzare come riferimento il Ristorante Pizzeria Boscomantico.

 

 

Trasporti

Mezzi Pubblici
L’aeroporto di Boscomantico dista 15 minuti dalla stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova. Purtroppo non ci sono collegamenti veloci in autobus. La soluzione ideale dalla stazione è il taxi.

Per il ritorno, oltre al taxi potrebbe essere bello che qualche nuova compagna automunita vi scortasse, consolidando un potenziale e nuovo rapporto di amicizia!

 

 

E i maschi?

E i maschi… stanno a casa! Tralasciando i pochi che appartengono all’organizzazione o in partnership, questo evento è stato creato dalle donne per le donne. Il che, a mio avviso, ha importanza sotto vari aspetti. Innanzitutto, aiuterà sicuramente a consolidare quella solidarietà femminile di cui tanto si parla. E poi, non è forse vero che tanti dei nostri timori derivino proprio dalla presenza o dagli sberleffi di tutti quegli uomini letteralmente stronzi – ups! Non si dice! – o invidiosi o insicuri? Beh. E noi ci coalizziamo, ci prepariamo e ci rafforziamo. Pronte a stupirli o, addirittura, a ignorarli. Tiè! 😀

 

 

E alla fine… ?

Fine attività, trasferimento al Ristorante Pizzeria Boscomantico per l’aperitivo per chi volesse restare!

 

 

Amici in moto – Flo

Flo è la terza ad avermi regalato due parole sul perché abbia scelto la sua moto.

(I primi li potete trovare qui: me, Cristina, Andrea)

Ho iniziato da poco a raccogliere testimonianze perché mi incuriosisce sapere cosa muova i miei compagni nei loro acquisti e così, alla fine, eccomi qua!

Ho deciso di comprare la moto e di imparare a guidarla in un giorno, a 31 anni suonati.

Avevo 1000 € a disposizione, pertanto ho preso la prima disponibile… così, è entrata nella mia vita la Rossa: Mary Red. La mia Bandita del ’96, 599cc di ignoranza e gomme dure e lisce come il marmo che non ho potuto neanche cambiare.

Ecco come è cominciato tutto: con il mio migliore amico che l’ha guidata fino ad un parcheggio; poi mi ha spiegato cosa dovessi fare (non sapevo neanche che ci fosse un freno posteriore!) e sono partita.

Me la sono sentita mia? Mai! Ma ho imparato, eccome.

Da lì ho provato da monocilindrici a pochi ronzini a tre cilindri con un intero branco sotto, forse quest’ultima è stata la mia preferita in termini di ciclistica e motore, ma mai mi ha soddisfatto in pieno.

 

La diagnosi: niente più moto

Non ho fatto in tempo a godermi gli anni spensierati che due anni fa, purtroppo, ho ricevuto una notizia che mi ha raggelata. Non avrei potuto più guidare. Le vibrazioni sarebbero state nocive, troppo. Altrettanto dannosi sarebbero stati i movimenti delle mani per raggiungere e per utilizzare le leve. Idem dicasi per il peso della moto… Quindi, per non farmi mancare nulla, ho ereditato da mio padre (vivo, è vivo!) “Paco”! Una Aprilia Caponord ETV, tanto per rispecchiare le indicazioni che mi avevano dato.

 

Paco

Come Pachiderma. Non ero ancora una grande esperta e le condizioni delle mie mani non aiutavano, veramente. La “tigna” però ti fa fare cose assurde. Ti fa andare avanti, portando a superare i tuoi limiti senza nemmeno accorgertene per poi voltarti e realizzare di aver superato ostacoli inimmaginabili.

Ho condotto un mezzo di dimensioni spropositate su strade impensabili, condividendoci per due anni tanti km, anche in solitaria. Addirittura un giorno, on my way to Greece, son volata in terra sulla superstrada scivolando per diversi metri.

Ricordo ancora le mulattiere che ho incontrato in seguito, sbarcata sull’isola, che ho dovuto salire e scendere nonostante un po’ di timore dovuto all’incidente.

 

La mia prima Honda

Dopo questa esperienza ho venduto l’Aprilia, sicura di aver trovato la mia moto. “Tonno” – una Honda Vigor, per l’esattezza! Ne ero tanto innamorata che mio marito, come regalo di nozze, è riuscito a comprarmene una a sorpresa!

Eppure, per la seconda volta, non ho fatto in tempo a pensarlo che… che i dolori si sono intensificati. Forti, sempre più forti mi sembrava mi impedissero di muovermi. Non so se patissi più nelle mani o nell’animo, tanto da pensare – addiritura – di dover abbandonare la mia passione. Definitivamente.

 

Honda NC750X e il cambio DTC

Mentre mi crogiolavo nei miei pensieri, qualcuno mi ha messo una pulce nell’orecchio. Mi si consigliava di provare il cambio DTC della Honda, trovando in me disappunto e disgusto. In realtà ero totalmente ignara di cosa fosse, tuttavia continuavo a rispondere

piuttosto mi faccio il Booster 100.

Testona sì, fino a un certo punto. Così mi sono incuriosita e ho iniziato a leggere e a documentarmi. Insomma, ho studiato così tanto che alla fine mi sono (auto)convinta. E l’ho provata.

 

Il test drive

Il mio approccio non era, sinceramente, molto propositivo!
Ero attanagliata da tanti dubbi stupidi tipo: “ma cercherò la leva della frizione?”, “mi confonderò e farò qualche cavolata?”, “cadrò in rotonda non potendo scalare?”.

Eppure, niente! Non è successo niente di tutto ciò!

La NC750X del 2016 che ho provato è intuitiva, ti anticipa in tutto: quando realizzi di dover scalare hai già sentito un “clac”, che lei l’ha fatto da sola e ti basta accennare l’impostazione corretta per l’ingresso in curva che lei, da brava, fa tutto da sola.

Me ne sono innamorata subito. Al primo minuto di guida, al primo tornante e avrei continuato a guidare per ore, riassaporando quel gusto che avevo ormai perso… Scesa, avevo i lucciconi.

Vibrazioni assenti; la posizione dei gomiti è rilassata: sono distesi quanto basta perché i nervi non mi si acciaccino, ma nemmeno troppo da stancare le spalle e conseguente perdita di sensibilità – che spesso era una sensazione – che invece si riproponeva puntualmente con tutte le altre moto.

Solo chi ha una grande passione può comprendere come, poter ritornare a viverla, possa ridonare il sorriso… E io addesso ne ho uno a “millemila” denti!

La vita è davvero bizzarra. Ti porta a provare qualcosa per necessità e poi realizzi che quel qualcosa, da te tanto osteggiato, non solo si rivela la scelta migliore ma anche una scelta felice!

E ora? Ora non mi resta che riuscire a comprarmela…!

Virgen de la Nieves

(La partenza da Granada è necessaria, e ne ho parlato già qui).

A meno di soste estemporanee, volendo risalire la vetta con alacrità, si può puntare verso Pradollano – frazione di Monachil.

Pradollano

Tanto per aiutare il navigatore nelle sue funzioni, almeno. E, proprio verso questo, la strada si ingrandisce. Sicuramente più nuova, a volte a due carreggiate e tre corsie, addirittura.

“Roba da piegone da ginocchio a terra” insomma!

Pradollano non è nulla di che, anzi… Non aspettatevi una cosina dipo Ponte di Legno o Folgarida, ecco! Più che bella è comoda, permettendo di villeggiare nel centro del parco nazionale della Sierra, potendo anche beneficiare dei vari corsi di attività invernali, escursioni e quant’altro a disposizione dei turisti.

La zona è prettamente sciistica: durante il mio raid estivo la neve mancava così come la marmaglia di turisti, rendendo la località desertica – e permettendomi di tagliare una fetta di strada percorrendo una zona del paese che, sinceramente, non ho ben capito se si potesse prendere in quel verso! Tant’è che a dicembre,  viceversa, quella via mi è stata totalmente interdetta.

Tuttavia la Spagna mi pare abbastanza diligente nell’indicare i percorsi, perciò con bretelle più o meno lunghe, superare la frazioncina per raggiungere il Veleta è davvero agevole, potendolo evitare senza problemi – e molto felicemente, oserei dire. Provate voi a entrare con un mezzo in un centro commerciale di domenica, a ridosso di Natale. Ecco!

Lungo la via non solo indicazioni, ma un altro virtuosismo iberico è la smisurata quantità di punti panoramici! A volte mi capita di non sapere più se godermi la strada, le curve o la vista, fermandomi di tanto in tanto.

L’ultima volta, grazie al clima invernale, sono riuscita a posteggiare e a dilettarmi in scivoloni e palle di neve, su pendii davvero poco scoscesi e molto ampi, tanto per non ritrovarmi a farlo nella calca della vetta.

Calca che, in realtà, era irrisoria.

Nonostante a settembre, quando anche per una sola foto ho dovuto elemosinare la carità cristiana di un turista greco, fosse semidesertico, a dicembre tuttavia non c’era un boom tale da rendere fastidiosa la permanenza.

Certo: bisogna mettere in conto di essere comunque in una località turistica, però probabilmente son solo stata fortunata. O, in realtà, gli spazi sono talmente ampi da non aver realizzato quante auto si sarebbero incolonnate poi, al rientro!

PS. Se incrociate automobili variopinte, tendenzialmente nere e bianche, con geometrie definite e a volte surreali, sono test. Nessun ente governativo o setta strana, solo prototipi testati sulla via!

O mia bella Madunina…

La sommità? Beh… giungendovi, sulla destra, c’è un piazzale sconnesso con alcune casette in legno dal tetto spiovente: qualche bar (se cercate caffè, scordatevelo!), negozio di souvenir… nulla di entusiasmante. Ancor meno quelli dall’altro lato della strada. Strada interrotta da una sbarra che delimita l’area carrabile e rende accessibile l’ultima parte del tragitto ai soli pedoni.

Si tratta di una piacevole passeggiata, comoda su una strada ben asfaltata e non in eccessiva pendenza. Giungervi non è faticoso, nemmeno in abbigliamento tecnico. Pertanto non fatene una questione religiosa quanto “turistica”: merita davvero.

La Virgen de la Nieves altro non è che un “monumento”: un altare sito ai piedi di una sorta di arco ogivale fatto in pietra, sul quale è stata collocata una Madonnina. Il tutto, come appena descritto, si erge su altezze impressionanti che permettono anche di godere di panorami a perdita d’occhio, decisamente fuori dal comune e spettacolari.

Come mancare una tappa caratteristica del luogo? Fatto 30…

Fatto 30 s’era fatto pure tardi e io dovevo raggiungere Antequera. La città dei Dolmen, dove avrei patito non poco per le viuzze strette, storte e dalla pavimentazione improponibile. Quattro ore di viaggio verso ovest, per poi raggiungere Ronda, Gibilterra e proseguire per il resto del periplo.

Stay tuned!

El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

Il beauty case del viaggiatore

Dopo la riflessione sul ciclo, (e pertanto la prima accortezza è proprio infilare in borsa una coppetta) cosa che ha suscitato non poca ilarità e forse un lieve imbarazzo in alcuni uomini, torno su un argomento un po’ futile, vanitoso e, probabilmente, inutile!

Ma in questi giorni ho la testa un po’ tra le nuvole e ci va così!

Ora: quando si viaggia è sicuramente necessario badare a più aspetti. Alucni tecnici e sicuramente fondamentali e altri meno, specialmente se si gironzola per luoghi urbanizzati o, cosiddetti, “civilizzati”.

Il peggio che possa capitare è dire “tanto al massimo lo compro”!

Beh, mi piacerebbe stilare un vademecum, inserendoci tutto ciò che ci (ci, esatto. Non mi dispiacerebbe avere la vostra opinione e alimentare la lista, via via) passi per la testa.

Al solito, inizio io.

Il contenitore: potete stoccare la vostra roba dove più vi garba, effettivamente. Se la borsina è impermeabile e facile da lavare, tanto meglio. Alcune hanno anche un gancetto, tipo quello delle grucce, che permette di appenderle. Consiglierei di usarne uno morbido e multitasche, così da trovare al volo ciò che serve e da riporre ciò che è necessario a gruppi organizzati.

Considerando che, ad oggi, che fosse bettola o che fosse tenda o camper ho sempre potuto usufruire di acqua corrente, direi che non sempre mi veniva messo a disposizione il sapone. Pertanto, forse prima cosa, un bagnoschiuma!

Bagnoschiuma che, essendo donna, viene seguito immediatamente da shampoo. E shampoo fa eco a balsamo. E qui, già, le boccette si accumulano. Ho deciso di allungare i capelli e li maltratto spesso, pertanto se non li ammorbidisco un po’, finisco per doverli districare con una cesoia. Quando anche il balsamo (o crema) non è sufficiente, mi tocca pure qualche prodotto da utilizzare prima dell’asciugatura e se si è in aereo la corsa ai contenitori dal dosaggio giusto è peggio della corsa agli armamenti in fase di guerra (by the way: 100 ml al massimo. Non significa 100 ml massimo in un contenitore anche più grande. Vuol dire che il contenitore stesso deve avere massimo quella capacità).

Perché tanto ce ne si ricorda spesso all’ultimo momento (io che mi muovo tanto su ruote a volte alcuni automatismi li perdo), ma fortunatamente lasciare un prodotto a casa non sarà mai grave quanto varcare la frontiera americana con della frutta portata da casa per merenda. Ma questa è un’altra storia!

E spazzola (o pettine)? A maggior ragione, per contrastare l’irsutismo, domare la chioma – più che lisciarsela per bellezza – diviene necessario. Vi risparmio la mia dipendenza da fon, ma alla fortuna di trovarsi in zone calde si può unire una bella treccia. Comoda, indolore, veloce. E se non altro dopo ti ritrovi un frisèe da invidiare Cindy Lauper al meglio dei suoi video anni 80.

Ah, per la cronaca… c’è un asciugamanino che farebbe proprio al caso nostro. Si chiama Aquis: lo si usa a mo’ di turbante e ha la capacità di assorbire una grandissima quantità di acqua dalla chioma. Poi, sta a ognuno decidere se sia più comodo questo o un asciugacapelli mignon.

Beh, dopo pelle e peli che fai, ti dimentichi i denti? Spazzolino, dentifricio e filo! Davvero, gente. Il filo è una gran cosa: ci potreste tagliare in due un panetto di burro, all’occorrenza.

A questo punto, in teoria, dovremmo essere ben lavati e spuzzati quindi aggiungerei del deodorante (alcuni ritengono che l’allume di rocca sia magico. Di certo non è liquido, però lascio a voi le vostre priorità) e della crema per chi, come me, combatte contro la pelle secca che deserto, levate.

Un asciugamano di quelli moderni, che si piegano quasi scomparendo e si asciugano a tempo zero. Se campeggiate, quello di sicuro vi tocca da casa. La comodità sta, appunto, nelle dimensioni ridotte ma anche, forse soprattutto, nella sua proprietà di asciugarsi davvero velocemente. Ormai si usano spesso – anche nella versione accappatoio – nello sport, perciò son certa li abbiate visti.

A meno che non abbiate in dotazione la meravigliosa borsetta asciugatrice (ride n dry) Guglatech che ha risolto l’impudica usanza di appendermi i panni in qualche modo sulla moto, perché il sole e l’aria facessero il suo corso!

E la limetta? E le pinzette? E le forbicine? Non so voi: io non porto unghie lunghe e di certo non voglio iniziare mentre sono in pellegrinaggio, a maggior ragione se questo accade per incuria e non per scelta! Perciò, orsù: facciamo che ci travestiamo da grizzly un’altra volta.

Salviette umidificate e gel per disinfettarsi, possono essere utilissimi al volo.

Cotton fioc. In realtà pare che siano stati banditi da molti stati, ma se ancora ne avete qualcuno , possono rivelarsi utili e non solo per grattarsi i timpani! ;D

Il borotalco.

So che ad alcuni rievocherà l’infanzia, ma io ho trovato nel talco un uso molto utile. Che non è spruzzarne nelle scarpe per attenuarne gli odori, ma usarlo contro sudore e umidità.

Parliamone. Io, se sudo, mi lavo! Come conto facciano tutte le persone della terra. In certi momenti, tuttavia, potrebbe essere difficile farlo e quella polverina sovviene facilmente in aiuto.

Supponiamo di essere in moto, alla guida. O di dover dormire o sostare in un luogo afoso, che ci porta a sudare. O passiamo la vita sotto l’acqua oppure, ve lo garantisco, oltre a tamponarsi con salviettine rinfrescanti e asciugamani, una bella “doccia” bianca – e no, non parlo di coca!!! – “asciuga” ed evita che l’umidita ci si appiccichi addosso.

Dirò di più. Anticamente il talco era utilizzato anche come shampoo a seccoOggigiorno lo vendono in comode confezioni chimiche, spray, che fanno una puzza da morirne intossicati. Ovviamente non si possono pretendere miracoli, ma fidatevi che – badando a distribuirlo bene prima e a scrollarsi di dosso l’eccesso poi – quella del talco è una straordinaria capacità di assorbire l’unto. Non vi farà la chioma come foste usciti dal coiffeur, certo… Talvolta io lo uso preventivamente: quando so di poter incontrare giornate calde, nonostante il sottocasco, una passata ce la do.

Sappiatemi dire!

Trucchi?

E mo? Io, da ragazza un pochino vanesia, c’è una cosa una che proprio non posso dimenticare a casa. Si chiama rossetto. È il mio unico vezzo senza il quale potrei sentirmi nuda, a volte. Non sono una donna che ama truccarsi, anzi. In realtà ne sono anche poco capace, però quel tocco di colore, spesso in contrasto o in accordo con il resto dell’abbigliamento, mi dà un senso di vivacità. E detto da una che ha i capelli rossi, direi che la monocromia non sia proprio il mio!

Ne ho così tanti da uscirmi dalle tasche e dalle borse, incluse quelle della tuta da moto (o antipioggia che sia) e accessori vari!

Less is more, quindi anche un filo di matita e\o di mascara, in aggiunta (o al posto di) per me bastano a dare un tono, senza eccedere né riempire la trousse. Anche lo smalto occupa poco spazio, però le unghie con lo smalto rovinato e smangiucchiato sono brutte e fannos ciatto. O ci si porta dietro l’occorrente, o è meglio demandare al rientro!

Voglio dire, un filo di make up non ha mai fatto male a nessuno. E poi, uno dei miei motti era:

dato che non sono brava, per lo meno vedo di essere carina!

 

E poi? E poi mi sa che sia l’ora delle cose serie.

Farmaci (clic for more)

 

Cicli e… ciclo!

No. Non si parla di motocicli né di ciclomotori, questa volta.

Anzi.

E, partendo dall’assunto – sconsiderato nonché arcaico – che la moto sia appannaggio prettamente, o esclusivamente, maschile questo articolo sarà, invece, dedicato esclusivamente alle donne. E non perché si voglia fare del razzismo di genere ma perché, il mammifero maschio, non è ancora ciclo dotato.

Laddove per ciclo si intende quel periodo di 3\4 o anche 7 giorni di media che, ciclicamente – almeno si spera – coinvolge tutte le donne fertili presenti sul globo terrestre. Un intervallo, talvolta doloroso ma senz’altro scomodo, che affligge specialmente quando si sta fuori di casa.

Ancora me lo ricordo, i primi anni, quando si andava in gita e giù, ancora impacciata, che non sapevo come gestire le cose, i tempi, i cambi… insomma, fare il tagliando era – ed è – una seccatura obbligatoria.

E se la noia attanaglia già i viaggi “a piedi”, come li chiamo io, figuriamoci sopravvivere a quelli in moto!

Insomma, pensate a ore e ore di guida, non sempre da sole o in compagnia di pochi, con i quali si possano accordare, magari mettendoli pure al corrente, pit stop frequenti o improvvisi. Mettete di farlo al caldo… Fastidio, eh!

Allora mi sono chiesta la donna media come ovvii a tale incombenza. E non lo so. Effettivamente, non lo so! E infatti mi piacerebbe che proprio le mie compagne mi dessero la propria opinione.

Però, nel frattempo, posso darvi la mia.

Mooncup.

Che, no, non c’entra nulla con il moonwalk.

Nemmeno fossi qui a fare la testimonial ma, ragazze mie, è davvero la fine del mondo!

In un mondo che, tra l’altro, fa fatica a parlare schiettamente di un processo fisico naturale e spontaneo, normale, noi ci vergognamo e ci nascondiamo pure. E adesso, ditemelo. Come si fa a “regolarizzare” la propria posizione in alcuni momenti quando il tempo è poco, l’igiene anche e la privacy pure? Ma vi ci vedete dietro a delle frasche, non molto protettive con il rametto che vi si incastra nelle mutande, le salviette che avete nascosto in non si sa più quale tasca della giacca, la posizione da equilibrista, i residui che non si possono lasciare in giro ma portarseli appresso fa schifo…

Mbeh! Coppetta, gente. Coppetta!

Mi pare strano che la globalizzazione abbia portato i selfies in Tanzania e non l’uso – o la conoscenza – della coppetta in Italia, ma meglio tardi che mai.

La coppetta è, letteralmente, una coppetta. Insomma, pensate a un flûte e accorciatene il gambo. Uguale! Il resto, immaginatelo… Si tratta di silicone, quindi massima aderenza e, proprio per questo, non patisce variazioni, esondazioni, insozzamenti, spostamenti… non le dà fastidio nulla, finché la tenete con voi! Beh, a meno che non vogliate bruciarla… Ha una capacità contenitiva importante, si riusa – evitando uno spreco di soldi e l’inquinamento del pianeta – e, se proprio non si hanno altre opzioni, basta sciacquarla con dell’acqua per riutilizzarla.

Facile, no?

Altro che “libera e felice come una farfalla“!

Sappiatemi dire!!!

Amici in moto – Andrea

Dopo la mia personale testimonianza, quelle di Cristina e di Flo ecco il primo mammifero maschio ad avermi dato la sua opinione!

Ho conosciuto Andrea perché uno dei cofondatori di uno dei raduni più spettacolari del globo: il Ruotesfonde! Attualmente, purtroppo, in sonno io prego ancora le divinità delle due ruote affinché riescano a ripetersi, nuovamente!

Va beh. Nel frattempo continuo a rompergli le scatole e, da ultimo, proprio ieri… Forse non aveva nulla da fare. Forse, veramente mi vuol bene e tempo zero eccolo qua!

La moto si sceglie con il cuore e non con la testa… io aggiungerei anche con il portafogli.

Quante volte abbiamo sentito questa frase, forse perché è il miglior consiglio che bisognerebbe dare ad un amico che ha intenzione di comprare la moto. Bada bene, ho detto la moto, non una moto, perché appena la porti a casa si instaura un rapporto speciale che la rende unica in mezzo alle altre.

Tralasciando le ginocchia sbucciate per impennare sul portapacchi del “Benellino 50cc” e le notti passate a “smanettare” un Ciao supersonico, la prima moto è stata una Honda NSR 125 SP acquistata a 16 anni spaccati. Non era la più veloce tra le 125 dell’epoca ma era tra le più fighe.

L’Honda stravinceva nel mondiale con Capirossi e Doohan e la mia era la replica di quella che dominava il campionato Sport Production. Era perfetta, affidabile, me la vendettero con lo scarico Arrow e centralina dedicata.

In realtà era un vanto nei discorsi al bar ma nella pratica non superavo comunque i fatidici 30 cavalli. Siamo stati insieme diversi anni e, a parte una innocua scivolata, abbiamo consumato solo gomme e pasta lucidante. Ci siamo separati percheé con il trasferimento per motivi di lavoro non avevo più tempo per usarla e darle tutte le cure necessarie.

Il secondo amore

Dopo una pausa di circa tre anni è arrivata lei, la Shadow. Mi si è aperto un mondo: quello del custom. Negli otto anni che abbiamo vissuto insieme le ho cambiato tutto! Avevo realizzato l’idea di moto che avevo in testa: ruote larghe, cromature luccicanti, scarichi rumorosi ed un assetto da drag-bike più votato ai passi appenninici che ai lungomare affollati.

È stata la moto che ha lasciato il segno… abbiamo vissuto insieme gli anni più spensierati della mia gioventù, quelli in cui non hai una meta ma l’importante è partire. Ricordo ancora i diversi colloqui preliminari con il ragazzo a cui la vendetti, gli occhi lucidi ed i crampi allo stomaco quando la portò via dal mio garage.

E via di “scarenate”…

In quel periodo mi tornarono dei pruriti stradaioli e volevo riavvicinarmi alle moto “stese”. Presi il Monster ma commisi l’errore di prendere il 620, una bellissima moto con molta personalità ma nel mio caso, anche se molto godibile e divertente da guidare, mancava di quella potenza per cui avevo deciso di cambiare genere.

Una scelta sbagliata da parte mia sin dall’inizio, però avevo tenuto in considerazione il fatto che se non mi fossi trovato a mio agio l’avrei potuta rivendere facilmente.

… e il ritorno alle Custom!

Così è stato, l’ho comprata a settembre e rivenduta a maggio dell’anno seguente! Sono ritornato al custom, entrando in un mondo che a mio avviso è uno dei più affascinanti di sempre, il mondo Triumph.

Speedmaster 790 giallo/ nero del 2003 “la giallona”, bicilindrico parallelo da 790cc con due carburatori, il fascino delle vecchie Bonneville con un assetto da cruiser, fasatura a 270^ per rendere il sound unico ed inconfondibile.

Appena acquistata, mi sono sbarazzato di tutti gli accessori inutili e ho cominciato a darle una impronta cafe-racer. Posso dire che avevo trovato la moto perfetta per il mio utilizzo: un motore corposo e sempre pronto, sia per delle “sparate” sull’Appennino che per lasciare qualche striscia di gomma sul lungomare o a qualche raduno.

Con il tempo la famiglia è cresciuta e le occasioni per girare in moto sono calate. Un inverno ho deciso di mettermi a giocare in garage e ne ho fatto una cafe-racer a tutti gli effetti con tanto di semi manubri, serbatoio del Thruxton e sellino a salsicciotti. Una meraviglia a detta di molti, una show Bike a mio avviso. Purtroppo era diventata una moto bella da vedere ma molto scomoda da guidare.
Così ho fatto un annuncio di vendita e l’insistenza di un ragazzo che se ne era innamorato mi ha spinto a cederla.

 

Fine prima parte!

La seconda… eccola!

Amici in moto – Cristina

Recentemente mi son sentita chiedere spesso il perché abbia optato per una certa moto, specialmente alla luce di quelle che sono le mie velleità “viaggianti”. A corredo, oltre la curiosità, ne sono piovute varie critiche. Ho risposto abbondatemente, direi, attraverso delle parole che mi sono uscite “di pancia” e non starò a ripetermi.

Effettivamente, però, la stessa domanda l’ho posta spesso anche io ai miei compagni di avventure – fisici e virtuali -. Qual è il criterio con cui si sceglie la moto, ammesso che ne esista uno?

Credo che ognuno abbia, un po’ come per i vestiti, per la casa o per chissà diavolo cosa, un proprio principio ispiratore. O, talvolta, delle esigenze. La stazza fisica, ad esempio, incide. A volte le possibilità economiche o, spero spesso, è puramente amore a prima vista.

In tanti si sono prestati a darmi la propria versione e allora oggi vorrei cominciare con Cristina!

Senza pensarci troppo, ecco cosa mi ha scritto:

Non c’è, forse, un motivo terreno per descrivere quel momento in cui si sceglie la moto su cui poggiare il fondoschiena.

È un po’ come quando, da bambina, ti innamori per la prima volta: ti batte forte il cuore… vorresti stare solo con lei a giocare, a riderci insieme o parlarci. Ti fa sentire viva!

Ecco. Questo è ciò che ho provato mentre cercavo la mia “bimba” su cui saltare in sella. L’ho vista e me ne sono innamorata, come davvero una bambina. Emozione… tanta. Così, quando ho chiesto di provarla, non appena mihanno risposto di sì ho percepito un senso di libertà indescrivibile.

Non solo: anche, finalmente, di realizzazione personale. 

Eh sì. Perché simoleggiava un po’ una rivincita. Significava “sbattere in faccia” a chiunque mi dicesse che non ce l’avrei mai fatta, in quanto donna, che si stava sbagliando (anzi: che si era sbagliato) poiché invece ce l’avevo fatta.

Il giorno in cui l’ho ritirata dal concessionario, ci sono salita su. Ho infilato il casco, infilato i guanti e ho fatto quel magnifico, magico gesto che è girare la chiave. E ho avuto la mia conferma: era lei!

Il rumore, le vibrazioni, la posizione di guida… mi sembrava che non fosse la prima volta, anzi. Quasi come un déjà-vu percepivo tutto come se fosse già – stata – mia.

L’ho provato all’epoca e lo sento tuttora, quando la tiro fuori che sia per una passeggiata tranquilla, un po’ di curve sui passi o un viaggio.

Libertà. Non tutti conoscono il significato, e non mi riferisco al vocabolario, di questa parola. Io sono certa di riuscire a “sentirla”, con la mia Scrambler (Ducati, N.d.A.).

Perché non ci si può sentire liberi senza una fantastica compagna di viaggio. E io mi sento libera grazie alla mia bimba.

 

Cosa possiamo dire ancora… La passione è passione e non si discute. Mai mettere in dubbio l’amore di una donna per la moto, perché potrebbe sempre sorprendervi… E sconvolgervi!!!

Oltre a lei e me, altri amici hanno voluto raccontarsi! Andrea (I e II) e Flo!