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Motoincontro del Monte Catria

25 \ 27 gennaio 2018. AgnelloTreffen.

Sì, lo so che l’articolo ha un altro titolo ma, invero, tutto parte da qui!

Non avevo mai partecipato a un raduno invernale e quest’anno, complice anche un clima temperato per essere gennaio, avevo deciso di spostarmi e di tentare.

Purtroppo, a causa di un imprevisto, sabato non ho potuto muovermi e pertanto l’idea di salire è sfumata. Tanto più che la mia rossa era – ed è tuttora – nel reparto di rianimazione della mia officina.

Così, pur di sfogare la mia voglia di moto… ho trovato un compromesso.

Il mio compagno mi ha proposto il raduno del Monte Catria che, nonostante forse non raggiunga le dimensioni dell’Agnello, tanto sconosciuto invero non è dato che è alla sua 42^ edizione!

Restava il problema moto. Che io non ami fare la zavorra è risaputo. Che sia pressoché incapace, pure… E così, quel santo uomo, mentre allestiva il suo GS ha ceduto a me il Domi.

Mitico Honda Dominator, classe 1992 – esattamente dieci anni più giovane di me – tirato “rally” e reduce dalla Gibraltar Race 2018, nonché futuro partecipante dell’edizione del 2019!

Insomma, un chicchino che per gli esperti del settore meritava almeno una sosta per rimirarlo e apprezzarne le modifiche.

Io, che di moto non ci capisco granché già con quelle mie o di genere simile, figuriamoci il resto, mi sono prestata a questo esperimento. Col terrore nei polsi!

Scuola guida!

Invero, la sera prima avevo già fatto delle prove nel parcheggio, con l’ansia nel cuore, la tremarella nelle zampe e la vergogna di chi mi guardava con occhio compassionevole! Non che sulla mia rossa possa vantare imprese d’eccezione, ma almeno ho passato la fase “facciamo le figuracce davanti a tutti”. Così, non solo ero a cavallo di un aggeggio a me poco consono, che mi faceva vergognare un po’ al passaggio di tutte quelle belle motine “stese” (carenate), ma incarnavo perfettamente il cliché della donna incapace di andare in moto. E se ci ho messo anni per scrollarmelo di dosso, ora non avevo voglia di arrivare al raduno a stento e tentennando!!!

Va beh. Se “Roma non è stata costruita in un giorno“, arrivare laggiù poteva anche diventare una passeggiata molto, ma molto lenta!

Allons enfents…

Così ho imbroccato la panoramica del monte Ardizio: sei sul mare, parallelo pressoché alla costa… aspettarsi dei bei tornanti è utopia, ma almeno verso la fine – prima di immettersi obbligatoriamente sulla statale adriatica –  qualche curvetta si propone, presentando un panorama sul mare d’inverno che lascia a bocca aperta!

Purtroppo ne è seguito qualche km di rettilineo, che tuttavia mi è stato utile per prendere confidenza con la bestia che avevo sotto il sedere.

La prima svolta sarebbe arrivata a Fano, verso Fossombrone, Niente superstrade, ma una antica via di epoca romana: la Flaminia (che, fantasia vuole, prende il nome da Gaio Flaminio Nepote). Avete presente il detto che “Tutte le strade portano a Roma”? Mbeh, ora sapete perché!

La Flaminia fu fortemente voluta per collegare l’Urbe alla mia Rimini (insomma, al “nord”), proseguendo ancora verso Milano sotto un altro nome, cioè Via Emilia.

Ma a me bastava fermarmi molto prima, possibilmente senza ruzzolareLa geografia non era una priorità, tanto più che seguivo quell’altro e, probabilmente, se avessi saputo prima cosa mi sarebbe toccato, non l’avrei fatto!

Un breve tratto di statale

Di certo una chicca interessante, in realtà, c’è. Laddove io ho deviato per raggiungere il luogo del raduno, si può invece proseguire sulla via maestra che, traversando gli Appennini, congiunge le Marche all’Umbria grazie al passo della Scheggia. Che no, non significa che te lo fai a razzo, ma piglia il nome da un paese che sta lì!

Il mio bisogno di caffè, che cozzava con quello di placare il tremore, ad un certo punto ha preso il sopravvento e così ho fatto una sosta tecnica a Fossombrone. Beh, belli miei… Che sia in moto, in auto oppure in pellegrinaggio, fateci un salto.

Fossombrone è romana anch’essa (Forum Sempronii), ma poverina ha subito più dominazioni lei del Madagascar a Risiko. Ora, non so gli abitanti come l’abbiano vissuta, nel secoli. Ma la città, da un punto di vista storico, architettonico e artistico, è ora una perla da conservare e ammirare. Tra tutto, la Rocca Malatestiana che si erge superba appena fuori il centro abitato, sul tragitto che porta ai monti delle Cesane.

Nonostante una conversione in gita socio-culturale avrebbe potuto ridimensionare il mio percorso, la sfida era in atto.

Ora, lasciandosi la riviera alle spalle e addentrandosi nel cuore del centro Italia, era scontato che dalla piana si passasse ai colli. E colli significa curve. E curve significa…?

Beh, per un momento ho temuto morte certa! Ci ho messo una vita a imparare le traiettorie e la modalità di guida della mia 3×9, che effettivamente ha dei toni bisbetici e ora mi sembrava di essere balzata su una mountain bike. Il mio primo pensiero è stato:

“Come diavolo si fa a progettare una moto col manubrio che si muove?!”.

No, non è che ballasse, ma questa moto ha uno sterzo che… sterza! Al contrario della mia. Più alta, porta a una postura decisamente differente e così, laddove mi veniva di spostare le chiappe che manco Stoner, dovevo invece ricordare che dovevo settare il  mio corpo in tutt’altra maniera.

Ah! Vi pare facile a voi! Forse sì, invece io a quanto pare faticavo a resettare la mente… Ma, tra una preghiera, una sudata, un qualche ciclista probabilmente sfiorato e tanta tigna… A ‘sto raduno ci sono arrivata.

L’ingresso al raduno

Finché, in cima, non ci siamo incolonnati. Un tizio si era frapposto tra me e Luca e non so cosa gli fosse passato per il capo, ma mi esortava a superarlo. Io che mi ero fermata e bloccata, pietrificata, non accennavo a muovermi nemmeno pagata finché quello – forse spazientito – non se n’è andato da sé. Quando Luca è tornato a prendermi, dato che non l’avevo seguito, ho fatto forse la cosa più saggia e pusillanime della giornata: ho messo il cavalletto. Ho piazzato la moto lì e gliel’ho mollata!

Fortuna, per la mia incolumità emotiva, che fossi tra le poche, pochissime donne motorizzate e che, come accennato, quella moto sia talmente “ganza” da aver convogliato tutta l’attenzione su di sé, distogliendola dalle mie maldestre manovre di autoconservazione!

E io, finalmente, ho potuto rifugiarmi nell’unico bar, al caldo, a sorseggiare ancora caffé.

La quota raggiunta non era alta, però il vento era forte, fortissimo tanto da aver ribaltato varie cose – e questo non mi confortava affatto… All’ennesimo suono di roba che si sfracellava, ho guardato il mio ragazzo e gli ho detto testuali parole (un po’ meno dolcemente):

“IO, giù – per le curve, con la neve e la fila – non ci torno! La moto resta qua. O scendi con la tua e risali, a piedi, e porti giù o io, comunque, un modo per tornare a casa lo trovo!”.

Po’rello…

Il vento l’ho sfidato diverse volte e ammetto che se non lo sopporto nemmeno a piedi, figuriamoci in movimento. In moto. E’ una di quelle situazioni che mi spaventano e sapere di non riuscire a toccare bene a terra, con una moto che non conosco, su asfalto scivoloso non era ciò che mi ero prefigurata.

Non sono una mammoletta, ma ci sono giorni in cui osare e altri in cui essere conservativi. E quello, faceva parte dei secondi.

Tanto per farmi dissipare adrenalina, tra una ciarla e una cazzata con amici ritrovati e astanti, sono andata – ma guarda un po’!!! – a mangiare! L’iscrizione prevedeva una lauta colazione, dolce e salata, così ho deciso che dar pace alla panza avrebbe risolto la metà dei problemi. Tra l’altro, tra i souvenir, a differenza di gadgets e cazzabubboli vari che spesso si regalano – e puntualmente si perdono o buttano poco dopo – il motoclub organizzatore ha pensato a delle – ottime pure – piadine! Un pacco di pida, che la sera non ho mancato di addentare nemmeno un leone a dieta da settimane.

Così ne ho approfittato anche per visitare il castello di Frontone, ove appunto si teneva la merenda, e osservare il panorama da ancora più in alto.

E, dall’alto, tutto acquista un altro senso… Io non sono una grande amante della neve, però apprezzo i luoghi (brulli), ameni e fuori dal mondo. E… e lì, ho trovato una risposta a tutte le mie domande. “Perché?!?!?” Perché guidare con incertezza e rigidità, come se non l’avessi mai fatto prima, e il timore di falciare ciclisti o di finire in terra con una moto non mia e a me forse poco congeniale!?!?

Per tutto quello che stava accadendo intorno a me.

Ed è per questo che, non avendo potuto farlo di persona perché si era tutti sparsi e non ne conosco i vertici, non posso esimermi dal ringraziare il Moto Club Ancona “G. Lattanzi” – La Casetta -ASD che imperterrito, con qualsiasi condizione meteo, si prodiga di anno in anno per mantenere viva questa tradizione.

Tradizione che, a pranzo, avrebbe portato a mangiare non so dove.

Io invece ho preferito gozzovigliare ancora un po’ per bearmi della vista… e perché, sulla strada del rientro, non nego che avrei facilmente trovato una qualche altra motivazione per un pit stop.

Il ritorno

Ora. La moto, effettivamente, l’ho guidata sin dai piedi del castello. Forte di un momento di calma apparente, mentre la gente sfollava per rifocillarsi, sono tornata giù.

Non nascondo nemmeno che ho anche confidato in taaaanta tantissima fortuna. Nella probabilità ce a quell’ora le persone fossero a pranzo (tutte, bimbivecchidonneeuomini) e che qualcuno vedesse me prima che io potessi vedere lui per… stracciare un paio di STOP che mi lasciavano un po’ perplessa. E no, non perché dovessi fermarmi, ma perché se l’avessi fatto non avrei toccato a terra! Addirittura, ad un semaforo, avendo messo la moto in folle son rimasta piantata finché il mio fido accompagnatore non è tornato indietro chiedendosi perché non mi muovessi. Insomma: non toccavo con il piede destro perché c’era un lieve dislivello, perciò se l’avessi messo a terra mi sarei sbilanciata e cadere – sulle auto parcheggiate – non ere una priorità.

Sì, lo so che per guidare un mezzo sebbene non si arrivi perfettamente a terra con le zampe il modo c’è, però io quel giorno non ero molto propensa all’apprendimento! E infatti ho continuato a poggiarmi a gradini e marciapiedi, per il divertimento di tutti…

Così, mesta, delusa, incazzata e nervosa – sì, perché avevo il timore di aver rovinato la giornata a lui e perché mai avrei pensato di poter fare tanto schifo! – sono tornata a casa. Viva.

Ma. Ma siccome sono testona. Ma siccome l’offroad inizia a diventare un tarlo. Ma siccome sono provocatoria e capatosta. Ma siccome è diventata una questione personale…

Stay tuned. Che magari la prossima volta ho da raccontarvi qualcos’altro! ;D