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Virgen de la Nieves

(La partenza da Granada è necessaria, e ne ho parlato già qui).

A meno di soste estemporanee, volendo risalire la vetta con alacrità, si può puntare verso Pradollano – frazione di Monachil.

Pradollano

Tanto per aiutare il navigatore nelle sue funzioni, almeno. E, proprio verso questo, la strada si ingrandisce. Sicuramente più nuova, a volte a due carreggiate e tre corsie, addirittura.

“Roba da piegone da ginocchio a terra” insomma!

Pradollano non è nulla di che, anzi… Non aspettatevi una cosina dipo Ponte di Legno o Folgarida, ecco! Più che bella è comoda, permettendo di villeggiare nel centro del parco nazionale della Sierra, potendo anche beneficiare dei vari corsi di attività invernali, escursioni e quant’altro a disposizione dei turisti.

La zona è prettamente sciistica: durante il mio raid estivo la neve mancava così come la marmaglia di turisti, rendendo la località desertica – e permettendomi di tagliare una fetta di strada percorrendo una zona del paese che, sinceramente, non ho ben capito se si potesse prendere in quel verso! Tant’è che a dicembre,  viceversa, quella via mi è stata totalmente interdetta.

Tuttavia la Spagna mi pare abbastanza diligente nell’indicare i percorsi, perciò con bretelle più o meno lunghe, superare la frazioncina per raggiungere il Veleta è davvero agevole, potendolo evitare senza problemi – e molto felicemente, oserei dire. Provate voi a entrare con un mezzo in un centro commerciale di domenica, a ridosso di Natale. Ecco!

Lungo la via non solo indicazioni, ma un altro virtuosismo iberico è la smisurata quantità di punti panoramici! A volte mi capita di non sapere più se godermi la strada, le curve o la vista, fermandomi di tanto in tanto.

L’ultima volta, grazie al clima invernale, sono riuscita a posteggiare e a dilettarmi in scivoloni e palle di neve, su pendii davvero poco scoscesi e molto ampi, tanto per non ritrovarmi a farlo nella calca della vetta.

Calca che, in realtà, era irrisoria.

Nonostante a settembre, quando anche per una sola foto ho dovuto elemosinare la carità cristiana di un turista greco, fosse semidesertico, a dicembre tuttavia non c’era un boom tale da rendere fastidiosa la permanenza.

Certo: bisogna mettere in conto di essere comunque in una località turistica, però probabilmente son solo stata fortunata. O, in realtà, gli spazi sono talmente ampi da non aver realizzato quante auto si sarebbero incolonnate poi, al rientro!

PS. Se incrociate automobili variopinte, tendenzialmente nere e bianche, con geometrie definite e a volte surreali, sono test. Nessun ente governativo o setta strana, solo prototipi testati sulla via!

O mia bella Madunina…

La sommità? Beh… giungendovi, sulla destra, c’è un piazzale sconnesso con alcune casette in legno dal tetto spiovente: qualche bar (se cercate caffè, scordatevelo!), negozio di souvenir… nulla di entusiasmante. Ancor meno quelli dall’altro lato della strada. Strada interrotta da una sbarra che delimita l’area carrabile e rende accessibile l’ultima parte del tragitto ai soli pedoni.

Si tratta di una piacevole passeggiata, comoda su una strada ben asfaltata e non in eccessiva pendenza. Giungervi non è faticoso, nemmeno in abbigliamento tecnico. Pertanto non fatene una questione religiosa quanto “turistica”: merita davvero.

La Virgen de la Nieves altro non è che un “monumento”: un altare sito ai piedi di una sorta di arco ogivale fatto in pietra, sul quale è stata collocata una Madonnina. Il tutto, come appena descritto, si erge su altezze impressionanti che permettono anche di godere di panorami a perdita d’occhio, decisamente fuori dal comune e spettacolari.

Come mancare una tappa caratteristica del luogo? Fatto 30…

Fatto 30 s’era fatto pure tardi e io dovevo raggiungere Antequera. La città dei Dolmen, dove avrei patito non poco per le viuzze strette, storte e dalla pavimentazione improponibile. Quattro ore di viaggio verso ovest, per poi raggiungere Ronda, Gibilterra e proseguire per il resto del periplo.

Stay tuned!

El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

La mia prima moto

La mia prima moto è stata (è, in realtà, perché ce l’ho ancora) un Monster 600 a carburatori, del 1996.

Non sono certa che sia stata una scelta dettata dall’amore, ma amore comunque è diventato dopo.

In realtà, il mio primo mezzo a due ruote motorizzato è stato un cinquantino: un Aprilia SR “valerossi”! Mia madre era sbiancata alla mia richiesta di comprarmi la versione carenata, l’RS 125 Chesterfield replica (ma anche una RS 50, toh!!!) e così, meglio di nulla, mi sono “accontentata” della versione minore.

Direi che avere lo scooter fosse già una fortuna, comunque. Anche se, quella fifona di mia mamma, me l’aveva preso perché non salissi dietro altri, ma alla fine mi concedeva ben poco movimento per godermelo davvero!!!

Credo di averlo sfruttato meglio e con più gusto all’univerità dato che, nonostante ormai fosse abbondantemente acciaccato, almeno a Bologna madre non aveva minimamente contezza dei miei spostamenti.

Morto definitivamente, son passata direttamente all’auto che a mia madre dava un senso di tranquillità maggiore e l’ipotesi moto, almeno per un po’, non si è più affacciata.

Finché, nonostante tutto, in me non è tornata una certa voglia… come un prurito. O come un rutto, che esplode senza chiedere permesso!

Mia mamma non si spiegava come mai, data questa passione, non amassi andare in giro con mio babbo – biker di lungo corso – e io faticavo a spiegarle ciò che ho compreso poi con il tempo. E cioè che a me, fare la “zavorra“, non mi garba proprio per niente.

Ad una certa età ho lasciato Bologna – scampando una convivenza che “oh mio dio” – e sono approdata a Rimini. Le spese si sono ridotte e, qualche anno dopo, ho trovato un ragazzo. Motociclista!!! Imparare sulla sua sarebbe stato un suicidio, ma nel frattempo un amico comune ho scoperto che vendeva la propria: il famoso mostriciattolo di cui sopra. L’aveva lasciato non so dove, in conto vendita, da una vita così, pur di liberarsene, me l’ha ceduto al prezzo del passaggiodi prorpietà. E con una bazza così cosa fai, non la lanci un’OPA?!?!

Non era messo bene, però il mio (ex) ragazzo è un meccanico – ad oggi Ducati, quindi direi di aver avuto delle buone mani a lavorarci su! -.

In realtà non un – almeno minimo – restauro alla moto era il problema, bensì il parental control. Però ormai ero grande, i soldini erano i miei e quindi né l’infarto di mia madre né il “niet” di mio padre nulla hanno potuto contro la luccicanza che avevo negli occhi!!!

 

Così, infine, giunse

E alla fine, sebbene sgarrupato, rigato, bozzato, rovinato e forse pure un po’ incidentato, ho portato a casa questo esserino che nemmeno se avessi partorito il re del mondo…

Quanto tempo speso appresso, per riuscire a metterlo un po’ in sesto! Il che era bello, perché univa e rinsaldava, via via, anche il rapporto che c’era tra me e il mio fidanzatino non senza farlo sbellicare dalle risate tutte le volte in cui, i primi tempi, facevo pratica impacciata e goffa.

Ricordo ancora un giorno: una mattina, per l’esattezza. Uscendo dall’officina, la quale è a ridosso di un semaforo su una strada alquanto trafficata, mi ero ritrovata con il rosso in corso. Purtroppo, oltre a questo che di per sé mi agitava perché significava – se non fossi partita per tempo – rallentare le auto dietro a mettercisi contro c’era anche un lieve dosso. Dosso che, oggi, probabilmente non percepirei nemmeno mentre ai miei esordi ogni sassolino sarebbe bastato a condannarmi a paura certa.

Beh, aleggiano ancora voci su me che, quella volta, ho fatto spegnere la moto – o il semaforo, a scelta – millemila volte perché, ad ogni minima sgasata per partire, mi spaventavo e lasciavo l’acceleratore, per paura che troppa potenza mi facesse volare via la moto, rendendola ingovernabile!

Quindi provate a immaginarvelo: me. Moto. Semaforo. Lieve colpo di acceleratore, panico, moto che torna indietro. E si spegne. Rewind!

Moto che, alla luce del tempo, ho capito essere viva per miracolo perciò non si sarebbe mai sognata di disarcionarmi così come temevo! Però io la guardavo ancora con sospetto e con rispetto, quindi basta chiedere, a Novafeltria, della rossa sulla Ducati che non sapeva partire al verde…

Prepensionamento? Chissà!

Purtroppo il Monster necessitava di alcune forti opere di manutenzione che, nonostante la manodopera del mio ragazzo e vari pezzi di ricambio recuperabili facilmente, avrebbero comportato un esborso non indifferente e lì mi si è parata davanti la scelta: se orientarmi su una nuova moto, più nuova o, comunque, messa meglio o se spendere una cifra pressoché equivalente in restauro.

La risposta ce l’avete già…

Ma, sebbene sonnolenta, lei è lì. In garage. Che attende. Ora le mie energie si concentrano sulla Big Red, ma la “piccola” non l’ho dimenticata. Arriverà il suo momento!

E voi?

Qual è stata la vostra prima moto? Ce l’avete ancora? Vi è mai capitato di venderne una per poi pentirvene? Insomma… quali sono le vostre storie?

Per chi volesse raccontarcele e leggerle, può trovarci qui, sulla mia pagina facebook.

Buona strada!

Elogio di una 999

In questi giorni, con EICMA di mezzo, mi è capitato spesso di interagire con motociclisti di ogni tipo i quali, sapendo della mia moto, hanno reagito – quasi tutti – in modo simile.

La 999, a quanto pare, è una moto difficile. Come ogni Ducati è scorbutica, non ama i bassi, tende a perdere pezzi – leggenda narra! – e, almeno questo modello in particolare, è difficile da gestire. Pesante, va domata fisicamente e i semimanubri non agevolano certamente le manovre o certe strade curve. Ha la frizione dura e, a furia di sfrizionare, si indurisce ulteriormente e la moto si surriscalda. Ed è scomoda.

Così, perlomeno, la si descrive. E parzialmente concordo.

Io non ho un gran confronto con altre moto. Ho iniziato con un vecchio Monster 600 a carburatori. Del 1996 che era anche un po’ sgarrupato, aveva un’accelerazione lenta e limitata ma, soprattutto, nonostante tutto è sicuramente più agile.

Da quando ho iniziato a viaggiarci, i riscontri sono stati pressoché gli stessi, a gruppi di due: gli “ammiratori” e i detrattori.

Avevo scorto da lontano un parcheggio enorme, con un castello a lato e una bellissima vista sul mare. Credevo fosse breccia, ed invece era sabbia!

Pacifica la sua descrizione, i primi – comprendendone appunto i limiti – mi fanno tanti complimenti perché, solitamente, non è una moto guidata da una donna – proprio per la fatica – e governarla è arduo. Specialmente quando tento di portarla allo stremo, su passi impegnativi – vedi Stelvio – o su terreni inadatti – vedi strade bianche, sassaiole, etc -.

I secondi, invece, si suddividono ulteriormente.
Quelli che credono lo faccia per una qualche forma di sfida, tanto per attirare l’attenzione. E sbagliano.
E quelli che continuano a cercare un modo, almeno uno, per farmi desistere e prendere una moto “comoda” o, perlomeno, adatta.

E questo mi innervosisce alquanto, forse più delle provocazioni di chi mi prende per quella che vuole fare “la fenomena”.

La moto adatta?

Sono anni che guido la moto. Io lo so. Lo so benissimo che esistono mezzi progettati per il turismo. Non sono mica così idiota da non averlo capito. So anche che la mia rossa ha dei limiti fisici che le rendono difficile certi percorsi o certi progetti.

So bene che la carena sotto non mi fa saltare gradini più alti di tot centimetri o che lo sterzo potrebbe essere poco conciliante su alcuni tornanti.  Insomma, la guido, me ne accorgo anche. Ma ciò che non comprendo, al pari di chi non comprende me, perché si insista, ostinati, a volermi far cambiare moto. Un po’ come stressare un fumatore perché smetta (e io sono una ex fumatrice): non lo farà mai perché tartassato, fidatevi!

Insomma, che fastidio vi do?!

Viaggio principalmente da sola, il che non rallenta nessuno lungo la via.
Sono caduta poche volte: da ferma, come ogni motociclista rispettabile. A causa della pioggia, sul dritto. E per colpa di un’auto che non aveva il freno a mano. Quindi non si può nemmeno dire che sia un intralcio, un intoppo agli amici con cui mi accompagno talvolta. Anzi, ad oggi ho dovuto io sorbirmi quello che, ritenendosi il Bayliss o Cairoli di turno, s’è aspettato perché stampatosi da qualche parte.

Dicesi che, con un’altra moto, potrei stare più comoda. O guidare meglio. Forse.
Beh, chiariamo anche un concetto. Io sono abituata a quella, pertanto non so cosa significhi stare “più comoda”. Ma io non sto scomoda! Insomma, se così fosse perché mai dovrei spararmi 1000 km in giornata o 10.000 in 6 settimane. Cosa avrò mai da espiare!

Io su quella moto ci sto maledettamente bene.

Mi ci incastro perfettamente. Adoro le gambe accovacciate, come quando ero in sella ad un cavallo solo. E la posizione reclinata: per me è un sollievo curvare la schiena, dato che quando cammino o sto seduta son ritta come un fuso. Inoltre, voi partite da un presupposto sbagliato: non pensate di star gobbi sulla vostra moto. Questa è fatta apposta, la percezione è ben diversa!

E i polsi… Ma ce l’avete tutti con i polsi.

Il mio istruttore mi ha insegnato a guidarla con le cosce e con il bacino: se avessi il cruise control potrei camminare senza nemmeno sfiorarli, i semimanubri. Non sto gareggiando, sono rilassata quando giro, io. Pertanto, non è infrequente vedermi addirittura appoggiata al serbatoio o con il telefono in mano per girare un video… ;D

E se non riesco a raggiungere un determinato posto, credo che il problema sia mio. E se rischio di insabbiarmi, come è accaduto in Portogallo, il problema è mio. E se invece ce la faccio, il problema è sempre mio perché qualcosa da ridire l’avrete sempre.

Ma a voi, in fondo, che diavolo ve ne importa?!?!

Passiamo a quelli che mi tacciano di sensazionalismo.
Io “faccio eco” ogni tanto per i motivi suddetti. Lo farebbe chiunque, non sono certo “così” speciale. A me non piacciono i limiti. E se ne trovo alcuni, spesso mi garba superarli. Lo faccio con la 999, lo faccio a piedi, lo faccio punto. Embè?

Io amo quella moto. Non andare in moto. QUELLA moto. Ad oggi è ciò che voglio, ciò che mi dà le sensazioni giuste e ciò che mi basta. La cambierò? Giammai. Ne prenderò un’altra? Sicuramente. Perché l’offroad mi è entrato dentro e so che posso farlo veramente, solo con la dueruote fatta apposta. Ma per ora, ogni volta in cui ci salgo, il cuore trabocca di felicità.

Inoltre, appena patentata, quasi chiunque mi ha consigliato di cambiare attività o di darmi all’uncinetto o… i più carini, di prendere una moto più facile da usare. Innumerevoli i miei pianti. Il nervosismo. La frustrazione. Eppure ci credevo. Credevo in me, credevo in lei e lo volevo. Quindi, ogni passo in più che riesco a fare su quella bestia, per me è una conquista. Girare il mondo (perché sì, voglio portarla ancora altrove) per me è stata una soddisfazione indecente e indescrivibile.

Non piego abbastanza? Non gratto le saponette? Beh, chissene. (E poi, demanderei queste “bravate” alla pista e non alla strada). Però, io, ho fatto quello che ho fatto. E non ne ho ancora visti tanti. E, comunque, arrivare a ciò, per me, è quel miracolo che tanto richiama il mio meccanico. La “magia“, mi definisce lui! Da quel dì in cui, appena comprata, mi ha vista scendere per le vie ondulate del Montefeltro, timoroso che non arrivassi alla prima curva intera e sulla moto (a ragione, eh!) ad adesso ne è passato. E noi, siamo felici così. La prima sfida l’ho vinta con me stessa. Tanto basti.

Io sono la 999.

Quindi, signori miei, avete abbondantemente rotto i coglioni.

Enough?

 

PS. Un grande grazie, invece, a quelli che mi hanno pazientemente sopportata in questi anni. Che mi hanno trascinata in giro, aspettandomi, quando ancora avevo paura già solo a tirare fuori la moto dal garage.

International Female ride day

Ovverosia: giornata mondiale delle donna motociclista.

A quanto pare ricorre ogni primo sabato di maggio ed esorta ogni donna motociclista a girare con la propria moto. E io, che casco sempre dal pero, non lo sapevo nemmeno!

Ne aveva parlato Catalina, invitandoci invero all’evento di Bologna, durante la nostra cena insieme a Riccione e a me, quando si parla di gironzolare – specialmente in moto – si rizzano tutte le antenne.

Così sono andata a spulciare su internet e su Facebook mi ritrovo l’annuncio della giornata organizzata da Andrea (Maida), che ormai io conosco fin troppo bene! Di corsi di guida con lui ne ho fatti due e mi mancava la pista, ma il mio scarico poco prima aveva deciso di esplodere letteralmente!

L’ultimo, proprio pochi mesi fa e allora, perché no? Un nome una garanzia, anche se in genere li organizzava, i miei, una mia amica. Avrei dovuto fidarmi di Andrea anche come PR oltre che come pilota e maestro?

Beh. Intanto sono arrivata la sera prima, alloggiando all’Hotel Cavalli, proprio a Loreo. La proprietaria è Paola, la moglie di Andrea e devo dire che la gentilezza è di casa, lì!!!

Essendo partita presto, ho potuto mettermi in camera a lavorare un po’, così da liberarmi il sabato. La sera ero già pronta ad una cena leggera, frugale e da sola (cosa che a me non pesa poi affatto), invece mi sono ritrovata a tavola non solo col Mister, ma anche con delle altre ragazze che avevano avuto la mia stessa idea di arrivare la sera prima e… E ci siamo divertite da matte!

Andrea è sempre stato bravo ad amalgamare le sue allieve. Che lo sia a sceglierle, ad attirarle o a integrarle, non c’è volta in cui mi sia trovata male. E venerdì non era da meno.

Finalmente il sabato!

Sabato mattina, sveglia all’alba perché il Boss inizia presto, eh! Io ho provato a evitare il piccolo briefing, essendo il IV, per dormire ancora un poco ma poi ho preferito far comunella insieme con le altre ;D

Assicuratosi che avessimo, più o meno, capito tutte tutto, Andrea ci ha finalmente messe in marcia. A coadiuvarlo, Serena: una ragazza dolcissima e bellissima che non ha mai, e dico mai, fatto pesare la sua bravura né con boria né con competitività. Serena è una delle istruttrici donne migliori che si possa trovare e menzione d’onore a Carlo, suo marito (ad ogni incontro con Andrea, c’è sempre un Carlo. Va beh) che ci ha fatto da chiudifila e che ci ha anche riprese con un drone.

Ah, dimenticavo: Serena è un “puro prodotto Made in Maida”, nel senso che è stata una sua allieva e questo dimostra quanto bravo lui sia. Un po’ di DNA motociclistico, un buon istruttore et voilà, un’assistente di prim’ordine!

Il giro si è rivelato davvero intenso e divertente, e non mancherò di parlarne ancora. Andrea l’ha suddiviso tra mattina e pomeriggio, con pranzo in hotel dove Paola ci ha nuovamente deliziati.

Tra l’altro, essendo ora tutte al completo, la “caciara” era aumentata ma anche la complicità e il divertimento.

E difatti, poi…

 

 

Il passo dello Spino

Siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Quando affronti le curve sai due cose: una che devi stare attento a qualsiasi cosa. Ciclisti, sterco, ciglio sporco etc. La seconda è che, se ti trovi davanti un veicolo molto più lento e non hai una gran visuale, te lo trascini per  km e km… Rallentando notevolmente e, a volte, creando la fila dietro.

Ed è per questo che, quando ho sentito qualcuno suonare, mi sono anche infastidita. Insomma: non si passava, cosa voleva facessi. Volare? Altrettanto quando ‘sto tizio mi si è affiancato; al più ho creduto fosse successo qualcosa alla moto.

Alcuni minuti dopo me lo sono ritrovato nuovamente sulla sinistra e mentre mi guardava con un fare misto tra il beota e il divertito, l’ho riconosciuto! Era Fabio, un mio amico che quando ha intravisto una 999 rossa, con su una donna e un GS giallo, con su un uomo ha fatto 2+2+: conoscendone i proprietari, ha capito fossimo noi!

Così si è deciso di fermarsi a bere qualcosa prima e di proseguire insieme (per poi fermarsi nuovamente a bere ancora) poi.

Lui aveva lavorato al mattino, decidendo di uscire solo all’ultimo momento. La cosa divertente era che io avevo scritto, proprio quella mattina, a (quasi) tutti i miei contatti per cercarne almeno uno che mi facesse compagnia. Tranne lui! Lo avevo dimenticato o ignorato bellamente, povero ragazzo mio.

Ma si dice che “ciò che è destinato a te troverà il modo” – o qualcosa del genere, no? –  e il kharma quel sabato aveva stabilito io dovessi star bene e divertirmi. E ci è riuscito.

La ripartenza

Al momento di ripartire, tra una foto e una battuta, ho notato che la moto non partiva. La batteria è nuova, non poteva essere quella. Ne abbiamo ragionato a lungo, ma pensare serviva poco e abbiamo dovuto spingere e spingere… finché la mia roscia non si è decisa. E meno male!

(Per la  cronaca, dovrebbero essere le spazzole del motorino).

Il resto del viaggio si è rivelato piacevole. Abbiamo attraversato vari luoghi della mia vita passata, il che ha suscitato un po’ di rimestamento di stomaco, però la cosa migliore da fare in alcuni casi è proprio la terapia d’urto, e portare nuovi ricordi alle zone che sono legate ad altri. E pensare al futuro!

Una volta tornati sulla Via Marecchiese, presa da un che di tamarro e adrenalinico – complice la conoscenza a menadito della strada – ho intravisto dei caschi. Con sorriso beffardo i sono avvicinata a Fabio, l’ho guardato e credo abbia letto il labiale:

“Li sverniciamo?”

Peccato che raggiungendoli non abbiamo notato essere ragazzini, con al massimo dei 125 cc, carucci carucci e fare loro il pelo sarebbe stato davvero da brutte persone! Mi sono limitata solo ad un pollice in su, con occhiolino, ad uno di loro con una Vespa. Tanta roba, la Vespa e dal sorrisone che quel giovane adolescente mi ha fatto, deduco che se lo ricorderà a vita. 🙂

Casa era vicina, ma andando andando si era deciso di fermarci al Primo Miglio, baretto in città per un aperitivo. Tra noi e Rimini, ancora un semaforo dalla coda solitamente interminabile. Io, che ho il dispetto nel DNA e la moto più piccola e snella (in quanto ad agilità, c’è un annoso dibattito in merito), ho seminato i miei amici svicolando tra le auto, i marciapiedi e le bici – parcheggiate – a mo’ di slalom gigante e distanziandoli con sorriso sardonico

Tentando il bis ad un altro rosso, molto più avanti, ad un certo punto ho sentito un rombo vigoroso e mi sono guardata accanto, perché era davvero difficile che provenisse dalla Clio viola appena superata. Beh. Fabio, che per rendermi la pariglia, aveva scavalcato un marciapiede raggiungendo la “pole” mentre io restavo imbottigliata come una sardina!

Non siamo così discoli, sappiatelo. Anzi. Ma ai semafori rossi non è proprio piacevole respirare tutti i gas di scarico dei veicoli intorno ;D

Marco in tutto questo non so dove fosse finito, però l’importante è che siamo arrivati tutti insieme a sederci, paghi strapaghi e contropaghi della giornata. Ognuna iniziata a modo proprio.

Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio. Ognuno diverso. E ognuno in fondo perso. Dentro i fatti suoi.

(cit. V.R. Amaracmand: non iniziamo con il tifo da stadio, eh! Io non lo amo particolarmente, ma questa è una canzone degna di nota).

E via, pronti per una serata con altri amici. Che, per me, significava pizza al metro a “L’Osteria” con un altro gruppo di disgraziati!

Giro in moto: Anghiari

Se una mattina di primavera un viaggiatore…

Il venerdì sera l’umore era migliorato grazie ad un amico di vecchia data che mi aveva fatto una sorpresa. Quelli che quando sei giù lo sentono e appaiono come per magia.

Il sabato, però, ero decisamente agitata. E quindi? Quindi via di messaggi per un giro in moto! Ovviamente non mi rispondeva quasi nessuno. Quasi… ;D

Poi l’illuminazione. Marco, che evidentemente non aveva una beata ceppa da fare o a sua volta era stato snobbato da chiunque, mi ha risposto e all’obiezione “sì, però…” stavo già tremando. Invece significava solo: “sì, però dammi almeno mezzora ché mi preparo”!

Certo che se avessi saputo prima che si muove su un GS vecchio e pure giallo – di un giallo brutto – probabilmente avrei desistito, però me l’aveva taciuto.

Perlomeno mi ha offerto la colazione 😀 E poi, in carrozza!!!

L’idea era di andare ad Anghiari, in Toscana, e semmai fermarsi a mangiare al Castello di Sorci, un piccolo fortilizio in località San Lorenzo – appunto ad Anghiari – nell’aretino.

La via da fare è nota ai motociclisti nostrani (e non): il famoso passo di Viamaggio!!! Ma per arrivare a prenderlo ci sono 2 strade: la famosa Marecchiese che sì, è lievemente mossa, oppure la variante per le Coste di Sgrigna, che sicuramente è più divertente e anche scenografica!

Solitamente, per chi parte dal mare o dalle vallate più lontane, e va verso la Toscana la tappa d’obbligo è al Pascucci di Novafeltria, dove la barista ormai mi riconosce da lontano.

“Tu sei quella del caffè, ristrettissimo, in vetro e la spremuta d’arancia, vero?!”. Ebbene, sì. I miei punti deboli! 😉

Sosta fatta, siamo ripartiti. allegri e pieni di belle speranze! Ma, soprattutto, già affamati!!!

Nonostante un paio di pit stop puramente “cartografici”, perché Marco non sapeva la strada, direi che abbiamo raggiunto il Castello anche agevolmente. Io ci sono già stata spesso, ma l’idea di fare strada non mi sfiora quasi mai l’anticamera del cervelletto

Beh. Prima ci si fa una stradina bianca, breve invero, e poi si arriva in questo posto semi sperduto, raccolto e avvolto dalla natura che lo rende non solo incantevole, ma pure davvero quieto e pacifico.

E quindi, us megna! Abbiamo declinato la proposta “menu completo” per decenza e per dieta, però non abbiamo proprio patito la fame, eh! Non sarebbe da noi!

Giunto il momento di pagare?

Eh. Io sono famosa perché amo i bancomat e odio prelevare allo sportello. Non che sia micragnosa, affatto, è solo che pagherei tutto virtualmente per comodità. Poi, però, quando il pos non funziona… So ca.. ca… cavoli!

Marco fortunatamente era denaro-munito, ma io che, però, ho sempre delle gran monete appresso ammetto di aver contribuito in qualche maniera. Sembrava avessi derubato un bambino della sua paghetta, però ammetto di aver racimolato un certo gruzzolo. (Dirò che per il concerto dei Guns’n Roses accadde la stessa cosa. Solo da un bicchiere ci cavai 60 eurini, mica male no!).

Forse la figura peggiore l’abbiamo (abbiamo… Ha, il mio socio) fatta parlando di cibo e di pizza. Io raccontavo di una recente esperienza in un posto, aggiungendo che a far male una pizza ci vuole davvero impegno!

Uno dei gestori ribatteva, concordando su alcuni punti e aggiungendo che per lui, la pizza, è buona pressoché sempre. Insomma, di bocca buona o, forse, poco capace di discernere tra una fatta bene e una fatta male. Tant’è che Marco, con molta, mooolta nonchalance, ha chiosato: “Ah, beh. Immagino che voi, la pizza, a questo punto non la facciate”.

Invece immaginate voi la sua espressione, quando il tipi ha risposto di sì! (Ahahahahahah!!!). Beh, ha anche aggiunto che la prepara il fratello, togliendo tutti dall’imbarazzo.

Ma le disgrazie non erano finite…

Al ritorno abbiamo cambiato strada. In fondo, a noi importava bighellonare e s’è preso per lo Spino. Ancora ricordo la prima volta in cui l’ho percorso con il mio ex ragazzo: avevo il Monster e ho patito tutto il tempo, incerta e impaurita. Ricordo anche una seconda volta con lui e mio babbo: tener testa a due fenomeni delle due ruote è faticoso: se poi hai appena comprato una 999 e non ci sai nemmeno andare, è da matti.

Ma questa è un’altra storia. Anche perché siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Cena MissBiker Rimini

Qualche giorno fa ho ricevuto una richiesta di amicizia da una ragazza dal nome improbabile e da un bel viso: Catilina.

Devo dire che non ne è seguito alcun contatto finché, un giorno, non mi manda un messaggio su Messenger invitandomi alla cena di stasera (26 marzo), creata ad hoc per sole motocicliste donne della zona.

E che potevo non andarci, io? E difatti, chiamata un’amica che, tra l’altro, lo sapeva già, ho confermato in pochi minuti!

L’appuntamento era alle 8:30 PM (eh, io a utilizzare il formato 24 h proprio non ci riesco!) al Birrodromo di Riccione, posto carino dove non si mangia affatto male! Diciamo il luogo adatto per una comitiva di forsennate, come ci saremmo rivelate poi. Diciamo pure che 8:30 o 20:30 era un eufemismo: il ritardo delle donne mi sa che non sia proprio una leggenda.

Quando io e Chiara – la mia amica – siamo entrate e ci siamo accomodate, siamo state accolte dalle prime tre: Angela, Sofia e Catilina, appunto. Ammetto che per essere un appuntamento al buio l’imbarazzo c’era tutto, ma pian piano abbiamo rotto il ghiaccio: la moto è una passione che aggrega ed è bastato chiedersi che modello si avesse, per sciogliersi!

Così, via via, man mano che arrivava una nuova motociclista il disagio calava e l’ilarità saliva.

Ad aiutare l’ironia generale il povero cameriere che credo si sia sotterrato dopo quella sera…

Mi era stato detto che alla ragazza che aveva prenotato era stato risposto in modo sarcastico (le parole “donna” e “motociclista” nella stessa frase per alcuni sono ancora un’eresia), pertanto io ho preso il primo malcapitato facendogli notare che era un gesto da perfetti stronzi, sessisti e retrogradi! (Che è vero, poi). La coalizione tra di noi è diventata evidente e non gli abbiamo più lasciato tregua. Pover’uomo…

A partire dal cambio di tavolo, perché il nostro era un enorme fratino che impediva di chiacchierare senza sentire l’eco dalla distanza tra una e l’altra, quindi ne abbiamo scelto un altro molto più consono a un appuntamento al buio, che richiedeva la massima espansione. Una tavola rotonda.

Io, tanto per cambiare, ho spinto perché ci portassero da mangiare (della birra posso farne a meno. Del cibo pure, ma stavo morendo di fame a quell’ora) e abbiamo ordinato qualche porzione di patatine fritte per poi, dopo taaaaanto tempo, riuscire anche a chiedere del cibo vero (giuro che avrei acceso un cero al santo del giorno).

Le risate si sono sprecate e le foto pure, come le minacce di cambiare locale la prossima volta (per me loro lì, ne sarebbero soltanto felici) ad ogni “pretesa” che ci venisse in mente – no… non crediate che siamo state così eccessive! Però abbiamo animato un tantino il pub, suvvia -.

Ed è stato anche piacevole ritrovarsi, senza nemmeno volerlo, nella “curva Ducati“, dato che tra tre Scrambler, un Multistrada e la mia 999 ci siamo piazzate in fila decisamente per caso. Eh. Il feeling è a pelle, no? Anche se ad essere di pelle è la tuta che indossiamo 😉

Bella gente, belle ciarle, belle risate. Quindi grazie a Chiara, Cristina, Sabrina, Valentina, Elisa, Catilina, Sofia, Marzia, Angela e Natscha.

Chissà che non ne troviamo altre!

Ad Majora, Donne.

 

 

Andrea Maida – gli esercizi nel piazzale

Dopo il consueto briefing, Andrea è solito far fare degli esercizi in un piazzale ampio e comodo.

Lo riempie di conetti e, con una calma estrema, spiega l’esercizio da fare. Ciò che lo rende davvero raro è, non solo la pazienza di cui è dotato, ma la sua capacità di rendere tutto estremamente semplice. E non perché si riveli borioso dimostrando che, ciò che per noi risulta arduo, sia in realtà facile. Ma perché lo rende facile anche per noi! La differenza è sostanziale.

E quando nota che le sue allieve sono un po’ dure di comprendonio, non esita a farle scendere dalle moto e a camminare, anche in fila indiana, lungo il tracciato tra i paletti per imprimere nelle loro cucuzze le traiettorie esatte.

 

E poi via di slalom, frenate, curve e chicane per impratichirsi e sciogliersi. Braccia morbide, cosce adese al serbatoio e via discorrendo. Come già accennato in qualche altro mio articolo (Corso di guida su strada o Recensione corso con Andrea Maida), il numero esiguo di partecipanti rende il corso piacevole e sicuramente poco caotico: provate a immaginare 8, 10, 15 moto che casino farebbero! Anche solo il rombo degli scarichi.

Dimenticavo di dire che Andrea si raccomanda sempre di partecipare ben equipaggiate e con i paramenti al completo: non sia mai che manchi qualche pezzo della vestitura perché lui pretende davvero la sicurezza per sé e per i suoi discenti.

La tecnologia anche in moto

Le riprese e le fotografie sono un altro strumento decisamente utile: spesso si è davvero certi di fare qualcosa, ma è solo rivedendosi che si percepisce la realtà. Non avete idea di quanto io abbia creduto di piegare, in certe occasioni, quando a inclinarsi era solo la mia testa, forse!

Andrea viaggia pieno zeppo di chiavette usb, pennette, tablet, schede di memoria apposta e difatti, durante la pausa pranzo, non manca di mostrare gli errori, o gli orrori, della mattinata – inclusi quelli del breve giro fino all’arrivo al ristorante -.

Meno male che lo fa mentre si mangia: almeno lo strazio di rivedersi fare tante cazzate viene lenito dalla gioia dello stomaco che viene abbondantemente sfamato. Un colpo al cuore e una gioia alla panza!

Pranzo che, comunque, si rivela sempre essere leggero e veloce. Andrea è uno pratico e il suo interesse è insegnare, non fare troppe chiacchiere (sebbene sia una persona davvero socievole e nel tempo libero indulga in ciarle amichevoli) e quindi non crediate di pasteggiare con troppo agio, innaffiando i vostri piatti di vino o birra. Naaaah. Non stavolta.

Così, caffè e pronti nuovamente a salire in sella, per qualche ora di piacevole guida!

Andrea Maida, Maidamotomaster, corso I livello

Ormai, nella vita, di corsi ne ho fatti tanti (in moto ancora qualcuno in meno, ma tant’è) e credo di riconoscere un buon istruttore da uno incompetente.

Il 26 marzo 2017 ero a Civitanova Marche per partecipare ad un corso di guida su strada, organizzato dalla grande Lucia Vallesi con il mitico a Andrea Maida Maidamotomaster.

Non lo conoscevo affatto, però ho dovuto riconoscergli subito grandi qualità.
L’ho intravisto la sera prima a cena e già ne avevo notato la simpatia e la gentilezza, caratteristiche che per me sono imprescindibili.

Il giorno del corso


Il giorno dopo abbiamo iniziato con una formula, a mio avviso, vincente: colazione e teoria, grazie anche all’ausilio di pc e tecnologia.
Questo ci ha permesso di entrare in contatto con lui e tra noi: il rapporto 1:4 fa sì che ci si coalizzi per dare il proprio meglio, spronandoci a vicenda. 

Mai, e dico mai, siamo entrate in competizione negativamente, anzi! Andrea, ovviamente, ha avuto un ruolo chiave in tutto ciò.
Subito dopo abbiamo svolto vari esercizi in un piazzale dove, sempre grazie al numero ridotto di partecipanti, abbiamo potuto esercitarci costantemente e ripetutamente, senza pause lunghe né tempi morti.

Anche l’uso dell’interfono è, indubbiamente, un’ottima idea: essere corretta durante la guida e non dopo, ha un vantaggio enorme.
Abbiamo scoperto che Andrea, nonostante i suoi innumerevoli meriti in ambito sportivo (dal karate allo speedway) e che potrebbe vivere di boria, è capace di elogiare come di “cazziare”, ma senza abbattere né distruggere psicologicamente!

Sa spronare e trasmettere la propria conoscenza, con fare davvero gradevole e semplice. Il Piero Angela delle moto, insomma! Per di più ha domato la “selvaggia” (ormai mi ha ribattezzata così) che è in me portandomi alla disciplina  


Aggiungo che non ho una moto facile facile da guidare (la 999 è ignorantella e pesante) e lui non ha mai, mai, mai accennato al fatto che debba cambiarla. Semmai mi ha spronata a fare il mio meglio per ammansire io lei!


Insomma: sono pronta per il prossimo livello e, probabilmente, per un corso in pista con lui (e ne ho già fatti, seppure traumatizzata).
Più fidelizzata di così… Vordì che merita!!!!!