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Cicli e… ciclo!

No. Non si parla di motocicli né di ciclomotori, questa volta.

Anzi.

E, partendo dall’assunto – sconsiderato nonché arcaico – che la moto sia appannaggio prettamente, o esclusivamente, maschile questo articolo sarà, invece, dedicato esclusivamente alle donne. E non perché si voglia fare del razzismo di genere ma perché, il mammifero maschio, non è ancora ciclo dotato.

Laddove per ciclo si intende quel periodo di 3\4 o anche 7 giorni di media che, ciclicamente – almeno si spera – coinvolge tutte le donne fertili presenti sul globo terrestre. Un intervallo, talvolta doloroso ma senz’altro scomodo, che affligge specialmente quando si sta fuori di casa.

Ancora me lo ricordo, i primi anni, quando si andava in gita e giù, ancora impacciata, che non sapevo come gestire le cose, i tempi, i cambi… insomma, fare il tagliando era – ed è – una seccatura obbligatoria.

E se la noia attanaglia già i viaggi “a piedi”, come li chiamo io, figuriamoci sopravvivere a quelli in moto!

Insomma, pensate a ore e ore di guida, non sempre da sole o in compagnia di pochi, con i quali si possano accordare, magari mettendoli pure al corrente, pit stop frequenti o improvvisi. Mettete di farlo al caldo… Fastidio, eh!

Allora mi sono chiesta la donna media come ovvii a tale incombenza. E non lo so. Effettivamente, non lo so! E infatti mi piacerebbe che proprio le mie compagne mi dessero la propria opinione.

Però, nel frattempo, posso darvi la mia.

Mooncup.

Che, no, non c’entra nulla con il moonwalk.

Nemmeno fossi qui a fare la testimonial ma, ragazze mie, è davvero la fine del mondo!

In un mondo che, tra l’altro, fa fatica a parlare schiettamente di un processo fisico naturale e spontaneo, normale, noi ci vergognamo e ci nascondiamo pure. E adesso, ditemelo. Come si fa a “regolarizzare” la propria posizione in alcuni momenti quando il tempo è poco, l’igiene anche e la privacy pure? Ma vi ci vedete dietro a delle frasche, non molto protettive con il rametto che vi si incastra nelle mutande, le salviette che avete nascosto in non si sa più quale tasca della giacca, la posizione da equilibrista, i residui che non si possono lasciare in giro ma portarseli appresso fa schifo…

Mbeh! Coppetta, gente. Coppetta!

Mi pare strano che la globalizzazione abbia portato i selfies in Tanzania e non l’uso – o la conoscenza – della coppetta in Italia, ma meglio tardi che mai.

La coppetta è, letteralmente, una coppetta. Insomma, pensate a un flûte e accorciatene il gambo. Uguale! Il resto, immaginatelo… Si tratta di silicone, quindi massima aderenza e, proprio per questo, non patisce variazioni, esondazioni, insozzamenti, spostamenti… non le dà fastidio nulla, finché la tenete con voi! Beh, a meno che non vogliate bruciarla… Ha una capacità contenitiva importante, si riusa – evitando uno spreco di soldi e l’inquinamento del pianeta – e, se proprio non si hanno altre opzioni, basta sciacquarla con dell’acqua per riutilizzarla.

Facile, no?

Altro che “libera e felice come una farfalla“!

Sappiatemi dire!!!