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Caminante

Viajante. Viaggiatore.

Il viaggiatore è colui che compie un percorso, non sempre e solo fisico, ogni qualvolta decida di andare oltre.

La presa di coscienza, la fusione con il mondo circostante che, pertanto, diventa suo ed egli ne dievene a sua volta parte integrante.

Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino:
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar.*

Trovo bellissime queste parole, che ho tatuato tra l’altro su un costato – il sinistro, quello del cuore – .

Cos’è che distingue, pertanto, un viajante da un “semplice” turista?

Me lo sono domandata spesso e non sono certa di essere arrivata ad una risposta. O forse sì, ma sicuramente una risposta mutevole, perfettibile e soggetta a revisioni nel tempo.

Si suol dire che Il viaggio non è nella meta ma nel cammino – o versioni simili – il che si pone in antitesi alla vacanza, per cui ci si trasporta, sterilmente, dal punto A al punto B, possibilmente anche in fretta, perché sta nel punto B il motivo del trasferimento.

Credo che molti confondano il viaggio con mete esotiche, lontane o esperienze quasi inenarrabili eppure un animo sterile, chiuso e poco incline all’osmosi, potrebbe ritrovarsi in luoghi incantati, a contatto con animali fantastici o alle pendici di monumenti e architetture superbe per poi tornare a casa uguale a se stesso. Ricco in foto, magari. Con qualcosa da raccontare, ma nulla più di quanto possa aver letto sulla Lonely Planet – bene che vada. Altrimenti, al massimo, si sarà informato su Google e Wikipedia.

Il che non significa che partire senza un minimo di contezza sia da condannare, anzi! Credo che sia una delle tante declinazioni che si possono dare a un viaggio. Ma, perlomeno, che la contaminazione avvenisse “strada facendo”.

C’è un tarlo che mi becca un po’ nel cervello e che ancora non so come risolvere. Se sia meglio girovagare e cercare, talvolta anche con bulimia, di visitare il possibile sfruttando ogni ora utile del giorno o se, invece, sia meglio prenderla con calma e vedere cosa capita nel frattempo. A ciò, si aggiunge un altro dubbio: quanto valga la pena tornare e ritornare sempre negli stessi posti, approfondendo e/o imparando a conoscerli nei minimi dettagli (anche in preda al: “chissa se ci torno più”) e quanto, invece, sia meglio spaziare letteralmente perché, al massimo, “ci tornerò” o, comunque, c’è anche altro da vedere al mondo.

Non lo so. Forse toccherebbe capirlo empiricamente, volta per volta.

Ci sono persone che pianificano un viaggio nei minimi dettagli addirittura mesi prima – dirò, l’ho fatto anche io spesso – e altre che invece si abbandonano al caso – e ho fatto anche questo -.

Credo che sia un po’ difficile e presuntuoso definire il criterio con cui prepararsi a un viaggio. Certamente ci saranno viaggiatori di lungo corso che potranno ben dire la propria e sicuramente i feedback di chi ha qualcosa da raccontare saranno utili. Per il resto, noi siamo il viaggio. Perché il viaggio penetra. Non è un qualcosa che si fa. Lo si vive, certo. E lo si crea, lo si diventa. Ci si plasma vicendevolmente. Non ci si può definire viaggiatori se si gira, si bighellona senza essere tornati un po’ spagnoli o svizzeri o di qualsiasi posto in cui si sia stati.

Per di più un viaggiatore viaggia per se stesso. Non necessariamente per narrarne anche se… butta via! Chi si annoierebbe al cospetto di chi ha visto cose che nemmeno la fotografia renderebbe. Annusato odori impercettibili e quasi impossibili. Lacerato suole su terreni dal materiale quasi inesistente…

Io il viaggiatore lo immagino un po’ come una persona dalla pelle lievemente ruvida, con un cappello in testa e una tenuta comoda, consona. Perché il viaggiatore sa dove sta andando e va bene, essere spartani è un plus, ma pure non essere scemi e incoscienti lo è.

Taccuino in mano, pronto a ricordare e ad annotare ciò che accade, un po’ alla Moleskine di Hemingway! Qualche ruga che ne segna l’intensità dello sguardo e anche, perché no, qualche patimento lungo alcune delle strade percorse.

Riflessivo, talvolta lento, ma coraggioso. Uno che non si ferma davanti al primo cartello che sbarra l’accesso, perché il viaggiatore è, per prima cosa, curioso. Così non fosse non si metterebbe in moto alla ricerca di non sempre si sa cosa, dall’altra parte del globo. Uno che sa comunicare. Non significa che sia, necessariamente, un poliglotta sebbe non ce lo veda totalmente estraneo alle lingue straniere. Però per me è una persona che sa entrare in contatto con quelle che incontra portando loro anche un po’ di sè e di ciò da cui proviene.

Brizzolato e due dita di barba incolta (perché lo descriva uomo? Perché, se fosse donna, sarei io! Scherzi a parte, femmina sono e subisco il fascino maschile, quindi immaginarlo del sesso opposto mi dà un tono romantico al tutto!).

Mi piace vederlo nella mia mente avvolto in colori caldi, a scrutare orizzonti quasi inesistenti o a barcamenarsi nei meandri di città caotiche.

Perché il cammino è lui e lui lo crea, a sua immagine.

E le mappe? Le cartine? Certo, userà anche quelle per poi vagare con il naso all’insù, scontrandosi incolpevolmente con i passanti.

C’è una cosa che, tuttavia, fa di un viaggiatore un… viaggiatore. Ma ad ognuno il suo, perché non c’è verso di stereotipare certe usanze.

La preparazione

Come ci si prepara a un viaggio? Qual è il modo, il metodo con cui un Caminante entra nello spirito del suo prossimo viaggio… E lo fa prima o dopo aver definito i dettagli? Quanti, quali e come ci si arriva a definirli?

Mi chiedo se un viaggiatore abbia una sorta di preludio spirituale, prima di partire. O se, invece, si butti a capofitto in ogni avventura, gestendo ciò che avviene man mano.

Perché ciò che avviene dopo, forse è più visibile. Si torna, si risponde alle domande curiose, si racconta… e narrando, si finisce sempre per narrare un po’ di sé. La gente chiede cosa sia successo, cosa abbia visto. Io, invece, voglio sapere

Perché

Perché uno, da un momento all’altro oppure dopo settimane, mesi, anni di gestazione, abbia lasciato tutti lì e se ne sia andato da qualche parte. Non importa quanto a lungo e se, la distanza, sia Ravenna – Pinarella.

 

Mentre provo a cercare delle risposte, vi lascio anche la traduzione di questa bellissima poesia:

*Viandante, sono le tue orme
Il cammino e nulla più;
Viandante, non esiste sentiero:
si fa la strada nell’andare.
Nell’andare si segna il sentiero
E, voltando lo sguardo indietro,
si scorge il cammino che mai
si tornerà a percorrere.
Viandante, non esiste sentiero,
solo scie nel mare.

(Machado. Dalla raccolta Campos de Castilla, 
Extracto de Proverbios y Cantares, 1912)