• info@valentinabertelli.it

Archivio dei tag biker

El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

Amici in moto – Cristina

Recentemente mi son sentita chiedere spesso il perché abbia optato per una certa moto, specialmente alla luce di quelle che sono le mie velleità “viaggianti”. A corredo, oltre la curiosità, ne sono piovute varie critiche. Ho risposto abbondatemente, direi, attraverso delle parole che mi sono uscite “di pancia” e non starò a ripetermi.

Effettivamente, però, la stessa domanda l’ho posta spesso anche io ai miei compagni di avventure – fisici e virtuali -. Qual è il criterio con cui si sceglie la moto, ammesso che ne esista uno?

Credo che ognuno abbia, un po’ come per i vestiti, per la casa o per chissà diavolo cosa, un proprio principio ispiratore. O, talvolta, delle esigenze. La stazza fisica, ad esempio, incide. A volte le possibilità economiche o, spero spesso, è puramente amore a prima vista.

In tanti si sono prestati a darmi la propria versione e allora oggi vorrei cominciare con Cristina!

Senza pensarci troppo, ecco cosa mi ha scritto:

Non c’è, forse, un motivo terreno per descrivere quel momento in cui si sceglie la moto su cui poggiare il fondoschiena.

È un po’ come quando, da bambina, ti innamori per la prima volta: ti batte forte il cuore… vorresti stare solo con lei a giocare, a riderci insieme o parlarci. Ti fa sentire viva!

Ecco. Questo è ciò che ho provato mentre cercavo la mia “bimba” su cui saltare in sella. L’ho vista e me ne sono innamorata, come davvero una bambina. Emozione… tanta. Così, quando ho chiesto di provarla, non appena mihanno risposto di sì ho percepito un senso di libertà indescrivibile.

Non solo: anche, finalmente, di realizzazione personale. 

Eh sì. Perché simoleggiava un po’ una rivincita. Significava “sbattere in faccia” a chiunque mi dicesse che non ce l’avrei mai fatta, in quanto donna, che si stava sbagliando (anzi: che si era sbagliato) poiché invece ce l’avevo fatta.

Il giorno in cui l’ho ritirata dal concessionario, ci sono salita su. Ho infilato il casco, infilato i guanti e ho fatto quel magnifico, magico gesto che è girare la chiave. E ho avuto la mia conferma: era lei!

Il rumore, le vibrazioni, la posizione di guida… mi sembrava che non fosse la prima volta, anzi. Quasi come un déjà-vu percepivo tutto come se fosse già – stata – mia.

L’ho provato all’epoca e lo sento tuttora, quando la tiro fuori che sia per una passeggiata tranquilla, un po’ di curve sui passi o un viaggio.

Libertà. Non tutti conoscono il significato, e non mi riferisco al vocabolario, di questa parola. Io sono certa di riuscire a “sentirla”, con la mia Scrambler (Ducati, N.d.A.).

Perché non ci si può sentire liberi senza una fantastica compagna di viaggio. E io mi sento libera grazie alla mia bimba.

 

Cosa possiamo dire ancora… La passione è passione e non si discute. Mai mettere in dubbio l’amore di una donna per la moto, perché potrebbe sempre sorprendervi… E sconvolgervi!!!

Oltre a lei e me, altri amici hanno voluto raccontarsi! Andrea (I e II) e Flo!

La mia prima moto

La mia prima moto è stata (è, in realtà, perché ce l’ho ancora) un Monster 600 a carburatori, del 1996.

Non sono certa che sia stata una scelta dettata dall’amore, ma amore comunque è diventato dopo.

In realtà, il mio primo mezzo a due ruote motorizzato è stato un cinquantino: un Aprilia SR “valerossi”! Mia madre era sbiancata alla mia richiesta di comprarmi la versione carenata, l’RS 125 Chesterfield replica (ma anche una RS 50, toh!!!) e così, meglio di nulla, mi sono “accontentata” della versione minore.

Direi che avere lo scooter fosse già una fortuna, comunque. Anche se, quella fifona di mia mamma, me l’aveva preso perché non salissi dietro altri, ma alla fine mi concedeva ben poco movimento per godermelo davvero!!!

Credo di averlo sfruttato meglio e con più gusto all’univerità dato che, nonostante ormai fosse abbondantemente acciaccato, almeno a Bologna madre non aveva minimamente contezza dei miei spostamenti.

Morto definitivamente, son passata direttamente all’auto che a mia madre dava un senso di tranquillità maggiore e l’ipotesi moto, almeno per un po’, non si è più affacciata.

Finché, nonostante tutto, in me non è tornata una certa voglia… come un prurito. O come un rutto, che esplode senza chiedere permesso!

Mia mamma non si spiegava come mai, data questa passione, non amassi andare in giro con mio babbo – biker di lungo corso – e io faticavo a spiegarle ciò che ho compreso poi con il tempo. E cioè che a me, fare la “zavorra“, non mi garba proprio per niente.

Ad una certa età ho lasciato Bologna – scampando una convivenza che “oh mio dio” – e sono approdata a Rimini. Le spese si sono ridotte e, qualche anno dopo, ho trovato un ragazzo. Motociclista!!! Imparare sulla sua sarebbe stato un suicidio, ma nel frattempo un amico comune ho scoperto che vendeva la propria: il famoso mostriciattolo di cui sopra. L’aveva lasciato non so dove, in conto vendita, da una vita così, pur di liberarsene, me l’ha ceduto al prezzo del passaggiodi prorpietà. E con una bazza così cosa fai, non la lanci un’OPA?!?!

Non era messo bene, però il mio (ex) ragazzo è un meccanico – ad oggi Ducati, quindi direi di aver avuto delle buone mani a lavorarci su! -.

In realtà non un – almeno minimo – restauro alla moto era il problema, bensì il parental control. Però ormai ero grande, i soldini erano i miei e quindi né l’infarto di mia madre né il “niet” di mio padre nulla hanno potuto contro la luccicanza che avevo negli occhi!!!

 

Così, infine, giunse

E alla fine, sebbene sgarrupato, rigato, bozzato, rovinato e forse pure un po’ incidentato, ho portato a casa questo esserino che nemmeno se avessi partorito il re del mondo…

Quanto tempo speso appresso, per riuscire a metterlo un po’ in sesto! Il che era bello, perché univa e rinsaldava, via via, anche il rapporto che c’era tra me e il mio fidanzatino non senza farlo sbellicare dalle risate tutte le volte in cui, i primi tempi, facevo pratica impacciata e goffa.

Ricordo ancora un giorno: una mattina, per l’esattezza. Uscendo dall’officina, la quale è a ridosso di un semaforo su una strada alquanto trafficata, mi ero ritrovata con il rosso in corso. Purtroppo, oltre a questo che di per sé mi agitava perché significava – se non fossi partita per tempo – rallentare le auto dietro a mettercisi contro c’era anche un lieve dosso. Dosso che, oggi, probabilmente non percepirei nemmeno mentre ai miei esordi ogni sassolino sarebbe bastato a condannarmi a paura certa.

Beh, aleggiano ancora voci su me che, quella volta, ho fatto spegnere la moto – o il semaforo, a scelta – millemila volte perché, ad ogni minima sgasata per partire, mi spaventavo e lasciavo l’acceleratore, per paura che troppa potenza mi facesse volare via la moto, rendendola ingovernabile!

Quindi provate a immaginarvelo: me. Moto. Semaforo. Lieve colpo di acceleratore, panico, moto che torna indietro. E si spegne. Rewind!

Moto che, alla luce del tempo, ho capito essere viva per miracolo perciò non si sarebbe mai sognata di disarcionarmi così come temevo! Però io la guardavo ancora con sospetto e con rispetto, quindi basta chiedere, a Novafeltria, della rossa sulla Ducati che non sapeva partire al verde…

Prepensionamento? Chissà!

Purtroppo il Monster necessitava di alcune forti opere di manutenzione che, nonostante la manodopera del mio ragazzo e vari pezzi di ricambio recuperabili facilmente, avrebbero comportato un esborso non indifferente e lì mi si è parata davanti la scelta: se orientarmi su una nuova moto, più nuova o, comunque, messa meglio o se spendere una cifra pressoché equivalente in restauro.

La risposta ce l’avete già…

Ma, sebbene sonnolenta, lei è lì. In garage. Che attende. Ora le mie energie si concentrano sulla Big Red, ma la “piccola” non l’ho dimenticata. Arriverà il suo momento!

E voi?

Qual è stata la vostra prima moto? Ce l’avete ancora? Vi è mai capitato di venderne una per poi pentirvene? Insomma… quali sono le vostre storie?

Per chi volesse raccontarcele e leggerle, può trovarci qui, sulla mia pagina facebook.

Buona strada!

International Female ride day

Ovverosia: giornata mondiale delle donna motociclista.

A quanto pare ricorre ogni primo sabato di maggio ed esorta ogni donna motociclista a girare con la propria moto. E io, che casco sempre dal pero, non lo sapevo nemmeno!

Ne aveva parlato Catalina, invitandoci invero all’evento di Bologna, durante la nostra cena insieme a Riccione e a me, quando si parla di gironzolare – specialmente in moto – si rizzano tutte le antenne.

Così sono andata a spulciare su internet e su Facebook mi ritrovo l’annuncio della giornata organizzata da Andrea (Maida), che ormai io conosco fin troppo bene! Di corsi di guida con lui ne ho fatti due e mi mancava la pista, ma il mio scarico poco prima aveva deciso di esplodere letteralmente!

L’ultimo, proprio pochi mesi fa e allora, perché no? Un nome una garanzia, anche se in genere li organizzava, i miei, una mia amica. Avrei dovuto fidarmi di Andrea anche come PR oltre che come pilota e maestro?

Beh. Intanto sono arrivata la sera prima, alloggiando all’Hotel Cavalli, proprio a Loreo. La proprietaria è Paola, la moglie di Andrea e devo dire che la gentilezza è di casa, lì!!!

Essendo partita presto, ho potuto mettermi in camera a lavorare un po’, così da liberarmi il sabato. La sera ero già pronta ad una cena leggera, frugale e da sola (cosa che a me non pesa poi affatto), invece mi sono ritrovata a tavola non solo col Mister, ma anche con delle altre ragazze che avevano avuto la mia stessa idea di arrivare la sera prima e… E ci siamo divertite da matte!

Andrea è sempre stato bravo ad amalgamare le sue allieve. Che lo sia a sceglierle, ad attirarle o a integrarle, non c’è volta in cui mi sia trovata male. E venerdì non era da meno.

Finalmente il sabato!

Sabato mattina, sveglia all’alba perché il Boss inizia presto, eh! Io ho provato a evitare il piccolo briefing, essendo il IV, per dormire ancora un poco ma poi ho preferito far comunella insieme con le altre ;D

Assicuratosi che avessimo, più o meno, capito tutte tutto, Andrea ci ha finalmente messe in marcia. A coadiuvarlo, Serena: una ragazza dolcissima e bellissima che non ha mai, e dico mai, fatto pesare la sua bravura né con boria né con competitività. Serena è una delle istruttrici donne migliori che si possa trovare e menzione d’onore a Carlo, suo marito (ad ogni incontro con Andrea, c’è sempre un Carlo. Va beh) che ci ha fatto da chiudifila e che ci ha anche riprese con un drone.

Ah, dimenticavo: Serena è un “puro prodotto Made in Maida”, nel senso che è stata una sua allieva e questo dimostra quanto bravo lui sia. Un po’ di DNA motociclistico, un buon istruttore et voilà, un’assistente di prim’ordine!

Il giro si è rivelato davvero intenso e divertente, e non mancherò di parlarne ancora. Andrea l’ha suddiviso tra mattina e pomeriggio, con pranzo in hotel dove Paola ci ha nuovamente deliziati.

Tra l’altro, essendo ora tutte al completo, la “caciara” era aumentata ma anche la complicità e il divertimento.

E difatti, poi…

 

 

Il passo dello Spino

Siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Quando affronti le curve sai due cose: una che devi stare attento a qualsiasi cosa. Ciclisti, sterco, ciglio sporco etc. La seconda è che, se ti trovi davanti un veicolo molto più lento e non hai una gran visuale, te lo trascini per  km e km… Rallentando notevolmente e, a volte, creando la fila dietro.

Ed è per questo che, quando ho sentito qualcuno suonare, mi sono anche infastidita. Insomma: non si passava, cosa voleva facessi. Volare? Altrettanto quando ‘sto tizio mi si è affiancato; al più ho creduto fosse successo qualcosa alla moto.

Alcuni minuti dopo me lo sono ritrovato nuovamente sulla sinistra e mentre mi guardava con un fare misto tra il beota e il divertito, l’ho riconosciuto! Era Fabio, un mio amico che quando ha intravisto una 999 rossa, con su una donna e un GS giallo, con su un uomo ha fatto 2+2+: conoscendone i proprietari, ha capito fossimo noi!

Così si è deciso di fermarsi a bere qualcosa prima e di proseguire insieme (per poi fermarsi nuovamente a bere ancora) poi.

Lui aveva lavorato al mattino, decidendo di uscire solo all’ultimo momento. La cosa divertente era che io avevo scritto, proprio quella mattina, a (quasi) tutti i miei contatti per cercarne almeno uno che mi facesse compagnia. Tranne lui! Lo avevo dimenticato o ignorato bellamente, povero ragazzo mio.

Ma si dice che “ciò che è destinato a te troverà il modo” – o qualcosa del genere, no? –  e il kharma quel sabato aveva stabilito io dovessi star bene e divertirmi. E ci è riuscito.

La ripartenza

Al momento di ripartire, tra una foto e una battuta, ho notato che la moto non partiva. La batteria è nuova, non poteva essere quella. Ne abbiamo ragionato a lungo, ma pensare serviva poco e abbiamo dovuto spingere e spingere… finché la mia roscia non si è decisa. E meno male!

(Per la  cronaca, dovrebbero essere le spazzole del motorino).

Il resto del viaggio si è rivelato piacevole. Abbiamo attraversato vari luoghi della mia vita passata, il che ha suscitato un po’ di rimestamento di stomaco, però la cosa migliore da fare in alcuni casi è proprio la terapia d’urto, e portare nuovi ricordi alle zone che sono legate ad altri. E pensare al futuro!

Una volta tornati sulla Via Marecchiese, presa da un che di tamarro e adrenalinico – complice la conoscenza a menadito della strada – ho intravisto dei caschi. Con sorriso beffardo i sono avvicinata a Fabio, l’ho guardato e credo abbia letto il labiale:

“Li sverniciamo?”

Peccato che raggiungendoli non abbiamo notato essere ragazzini, con al massimo dei 125 cc, carucci carucci e fare loro il pelo sarebbe stato davvero da brutte persone! Mi sono limitata solo ad un pollice in su, con occhiolino, ad uno di loro con una Vespa. Tanta roba, la Vespa e dal sorrisone che quel giovane adolescente mi ha fatto, deduco che se lo ricorderà a vita. 🙂

Casa era vicina, ma andando andando si era deciso di fermarci al Primo Miglio, baretto in città per un aperitivo. Tra noi e Rimini, ancora un semaforo dalla coda solitamente interminabile. Io, che ho il dispetto nel DNA e la moto più piccola e snella (in quanto ad agilità, c’è un annoso dibattito in merito), ho seminato i miei amici svicolando tra le auto, i marciapiedi e le bici – parcheggiate – a mo’ di slalom gigante e distanziandoli con sorriso sardonico

Tentando il bis ad un altro rosso, molto più avanti, ad un certo punto ho sentito un rombo vigoroso e mi sono guardata accanto, perché era davvero difficile che provenisse dalla Clio viola appena superata. Beh. Fabio, che per rendermi la pariglia, aveva scavalcato un marciapiede raggiungendo la “pole” mentre io restavo imbottigliata come una sardina!

Non siamo così discoli, sappiatelo. Anzi. Ma ai semafori rossi non è proprio piacevole respirare tutti i gas di scarico dei veicoli intorno ;D

Marco in tutto questo non so dove fosse finito, però l’importante è che siamo arrivati tutti insieme a sederci, paghi strapaghi e contropaghi della giornata. Ognuna iniziata a modo proprio.

Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio. Ognuno diverso. E ognuno in fondo perso. Dentro i fatti suoi.

(cit. V.R. Amaracmand: non iniziamo con il tifo da stadio, eh! Io non lo amo particolarmente, ma questa è una canzone degna di nota).

E via, pronti per una serata con altri amici. Che, per me, significava pizza al metro a “L’Osteria” con un altro gruppo di disgraziati!

Giro in moto: Anghiari

Se una mattina di primavera un viaggiatore…

Il venerdì sera l’umore era migliorato grazie ad un amico di vecchia data che mi aveva fatto una sorpresa. Quelli che quando sei giù lo sentono e appaiono come per magia.

Il sabato, però, ero decisamente agitata. E quindi? Quindi via di messaggi per un giro in moto! Ovviamente non mi rispondeva quasi nessuno. Quasi… ;D

Poi l’illuminazione. Marco, che evidentemente non aveva una beata ceppa da fare o a sua volta era stato snobbato da chiunque, mi ha risposto e all’obiezione “sì, però…” stavo già tremando. Invece significava solo: “sì, però dammi almeno mezzora ché mi preparo”!

Certo che se avessi saputo prima che si muove su un GS vecchio e pure giallo – di un giallo brutto – probabilmente avrei desistito, però me l’aveva taciuto.

Perlomeno mi ha offerto la colazione 😀 E poi, in carrozza!!!

L’idea era di andare ad Anghiari, in Toscana, e semmai fermarsi a mangiare al Castello di Sorci, un piccolo fortilizio in località San Lorenzo – appunto ad Anghiari – nell’aretino.

La via da fare è nota ai motociclisti nostrani (e non): il famoso passo di Viamaggio!!! Ma per arrivare a prenderlo ci sono 2 strade: la famosa Marecchiese che sì, è lievemente mossa, oppure la variante per le Coste di Sgrigna, che sicuramente è più divertente e anche scenografica!

Solitamente, per chi parte dal mare o dalle vallate più lontane, e va verso la Toscana la tappa d’obbligo è al Pascucci di Novafeltria, dove la barista ormai mi riconosce da lontano.

“Tu sei quella del caffè, ristrettissimo, in vetro e la spremuta d’arancia, vero?!”. Ebbene, sì. I miei punti deboli! 😉

Sosta fatta, siamo ripartiti. allegri e pieni di belle speranze! Ma, soprattutto, già affamati!!!

Nonostante un paio di pit stop puramente “cartografici”, perché Marco non sapeva la strada, direi che abbiamo raggiunto il Castello anche agevolmente. Io ci sono già stata spesso, ma l’idea di fare strada non mi sfiora quasi mai l’anticamera del cervelletto

Beh. Prima ci si fa una stradina bianca, breve invero, e poi si arriva in questo posto semi sperduto, raccolto e avvolto dalla natura che lo rende non solo incantevole, ma pure davvero quieto e pacifico.

E quindi, us megna! Abbiamo declinato la proposta “menu completo” per decenza e per dieta, però non abbiamo proprio patito la fame, eh! Non sarebbe da noi!

Giunto il momento di pagare?

Eh. Io sono famosa perché amo i bancomat e odio prelevare allo sportello. Non che sia micragnosa, affatto, è solo che pagherei tutto virtualmente per comodità. Poi, però, quando il pos non funziona… So ca.. ca… cavoli!

Marco fortunatamente era denaro-munito, ma io che, però, ho sempre delle gran monete appresso ammetto di aver contribuito in qualche maniera. Sembrava avessi derubato un bambino della sua paghetta, però ammetto di aver racimolato un certo gruzzolo. (Dirò che per il concerto dei Guns’n Roses accadde la stessa cosa. Solo da un bicchiere ci cavai 60 eurini, mica male no!).

Forse la figura peggiore l’abbiamo (abbiamo… Ha, il mio socio) fatta parlando di cibo e di pizza. Io raccontavo di una recente esperienza in un posto, aggiungendo che a far male una pizza ci vuole davvero impegno!

Uno dei gestori ribatteva, concordando su alcuni punti e aggiungendo che per lui, la pizza, è buona pressoché sempre. Insomma, di bocca buona o, forse, poco capace di discernere tra una fatta bene e una fatta male. Tant’è che Marco, con molta, mooolta nonchalance, ha chiosato: “Ah, beh. Immagino che voi, la pizza, a questo punto non la facciate”.

Invece immaginate voi la sua espressione, quando il tipi ha risposto di sì! (Ahahahahahah!!!). Beh, ha anche aggiunto che la prepara il fratello, togliendo tutti dall’imbarazzo.

Ma le disgrazie non erano finite…

Al ritorno abbiamo cambiato strada. In fondo, a noi importava bighellonare e s’è preso per lo Spino. Ancora ricordo la prima volta in cui l’ho percorso con il mio ex ragazzo: avevo il Monster e ho patito tutto il tempo, incerta e impaurita. Ricordo anche una seconda volta con lui e mio babbo: tener testa a due fenomeni delle due ruote è faticoso: se poi hai appena comprato una 999 e non ci sai nemmeno andare, è da matti.

Ma questa è un’altra storia. Anche perché siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Andrea Maida – gli esercizi nel piazzale

Dopo il consueto briefing, Andrea è solito far fare degli esercizi in un piazzale ampio e comodo.

Lo riempie di conetti e, con una calma estrema, spiega l’esercizio da fare. Ciò che lo rende davvero raro è, non solo la pazienza di cui è dotato, ma la sua capacità di rendere tutto estremamente semplice. E non perché si riveli borioso dimostrando che, ciò che per noi risulta arduo, sia in realtà facile. Ma perché lo rende facile anche per noi! La differenza è sostanziale.

E quando nota che le sue allieve sono un po’ dure di comprendonio, non esita a farle scendere dalle moto e a camminare, anche in fila indiana, lungo il tracciato tra i paletti per imprimere nelle loro cucuzze le traiettorie esatte.

 

E poi via di slalom, frenate, curve e chicane per impratichirsi e sciogliersi. Braccia morbide, cosce adese al serbatoio e via discorrendo. Come già accennato in qualche altro mio articolo (Corso di guida su strada o Recensione corso con Andrea Maida), il numero esiguo di partecipanti rende il corso piacevole e sicuramente poco caotico: provate a immaginare 8, 10, 15 moto che casino farebbero! Anche solo il rombo degli scarichi.

Dimenticavo di dire che Andrea si raccomanda sempre di partecipare ben equipaggiate e con i paramenti al completo: non sia mai che manchi qualche pezzo della vestitura perché lui pretende davvero la sicurezza per sé e per i suoi discenti.

La tecnologia anche in moto

Le riprese e le fotografie sono un altro strumento decisamente utile: spesso si è davvero certi di fare qualcosa, ma è solo rivedendosi che si percepisce la realtà. Non avete idea di quanto io abbia creduto di piegare, in certe occasioni, quando a inclinarsi era solo la mia testa, forse!

Andrea viaggia pieno zeppo di chiavette usb, pennette, tablet, schede di memoria apposta e difatti, durante la pausa pranzo, non manca di mostrare gli errori, o gli orrori, della mattinata – inclusi quelli del breve giro fino all’arrivo al ristorante -.

Meno male che lo fa mentre si mangia: almeno lo strazio di rivedersi fare tante cazzate viene lenito dalla gioia dello stomaco che viene abbondantemente sfamato. Un colpo al cuore e una gioia alla panza!

Pranzo che, comunque, si rivela sempre essere leggero e veloce. Andrea è uno pratico e il suo interesse è insegnare, non fare troppe chiacchiere (sebbene sia una persona davvero socievole e nel tempo libero indulga in ciarle amichevoli) e quindi non crediate di pasteggiare con troppo agio, innaffiando i vostri piatti di vino o birra. Naaaah. Non stavolta.

Così, caffè e pronti nuovamente a salire in sella, per qualche ora di piacevole guida!

Andrea Maida, Maidamotomaster, corso I livello

Ormai, nella vita, di corsi ne ho fatti tanti (in moto ancora qualcuno in meno, ma tant’è) e credo di riconoscere un buon istruttore da uno incompetente.

Il 26 marzo 2017 ero a Civitanova Marche per partecipare ad un corso di guida su strada, organizzato dalla grande Lucia Vallesi con il mitico a Andrea Maida Maidamotomaster.

Non lo conoscevo affatto, però ho dovuto riconoscergli subito grandi qualità.
L’ho intravisto la sera prima a cena e già ne avevo notato la simpatia e la gentilezza, caratteristiche che per me sono imprescindibili.

Il giorno del corso


Il giorno dopo abbiamo iniziato con una formula, a mio avviso, vincente: colazione e teoria, grazie anche all’ausilio di pc e tecnologia.
Questo ci ha permesso di entrare in contatto con lui e tra noi: il rapporto 1:4 fa sì che ci si coalizzi per dare il proprio meglio, spronandoci a vicenda. 

Mai, e dico mai, siamo entrate in competizione negativamente, anzi! Andrea, ovviamente, ha avuto un ruolo chiave in tutto ciò.
Subito dopo abbiamo svolto vari esercizi in un piazzale dove, sempre grazie al numero ridotto di partecipanti, abbiamo potuto esercitarci costantemente e ripetutamente, senza pause lunghe né tempi morti.

Anche l’uso dell’interfono è, indubbiamente, un’ottima idea: essere corretta durante la guida e non dopo, ha un vantaggio enorme.
Abbiamo scoperto che Andrea, nonostante i suoi innumerevoli meriti in ambito sportivo (dal karate allo speedway) e che potrebbe vivere di boria, è capace di elogiare come di “cazziare”, ma senza abbattere né distruggere psicologicamente!

Sa spronare e trasmettere la propria conoscenza, con fare davvero gradevole e semplice. Il Piero Angela delle moto, insomma! Per di più ha domato la “selvaggia” (ormai mi ha ribattezzata così) che è in me portandomi alla disciplina  


Aggiungo che non ho una moto facile facile da guidare (la 999 è ignorantella e pesante) e lui non ha mai, mai, mai accennato al fatto che debba cambiarla. Semmai mi ha spronata a fare il mio meglio per ammansire io lei!


Insomma: sono pronta per il prossimo livello e, probabilmente, per un corso in pista con lui (e ne ho già fatti, seppure traumatizzata).
Più fidelizzata di così… Vordì che merita!!!!!

Andrea Maida – corso di guida

Il 24 marzo, e cioè ieri per me che scrivo ora, ho partecipato al III (ma per me secondo, dopo quello “subìto” nel 2017: Andrea Maida – I corso) corso di guida tenuto dal mio mitico Istruttore, Andrea Maida.

Non era la prima volta, anzi, e ammetto che nell’arco di un anno i miglioramenti sono stati netti. Ammetto anche che, oltre alla capacità di Andrea, ci ho messo pure del mio scarrozzando la mia moto per l’Europa e mangiandomi letteralmente migliaia di km!

Anche stavolta ho dormito nel medesimo albergo: Hotel la Radice ove ho trovato la stessa gentilezza e la stessa pace: se ci fosse un hotel in cui andare solo per sentirmi in pace, beh: uno sarebbe certamente questo.

Prima del dopocena all’Hops, sono andata a smangiucchiare qualcosa e, un po’ per pigrizia e  un po’ per caso, mi sono ritrovata al Borghetto, piccola locandina a pochi passi da dove pernottavo. Beh, che dire! Anche qui la gentilezza si sprecava e la bontà della cena pure.

Amici, birre e tante risate

Ovviamente la sera prima avevo fatto bisboccia con alcuni amici che non vedevo da poco meno di un annetto, nonostante le migliori intenzioni, del tipo:

Barbara: “Vale, è freddo. Se ti va passo a prenderti in auto, così ti vesti pure comoda”

Vale: “Sei sicura? Io domani ho il corso, non vorrei fare tardi ma nemmeno condizionarti.”

Barbara: “Vai tranquilla!!! Alle 11:30, 12:00 max si va via”.

E fu così che, alle 2:30, poco dopo essere rientrate, le due stavano ancora chattando! E, tra l’altro, a portarmi a casa non era stata nemmeno lei, ma un ragazzo dolcissimo che, effettivamente, vive dalle parti in cui andavo io. Quindi grazie, Devis! 😉

Perciò svegliarsi alle 7:00 è stato a dir poco traumatico, specialmente per una che spesso soffre di insonnia, accumulando ore di sonno perduto come fossero debiti con Equitalia.

Ma nonostante ciò mi è riuscito d’essere tra le prime arrivate!

La colazione, il briefing e qualche sbadiglio!

Sebbene abbia girato in tondo intorno al bar (il 3 Bon)  ove avevamo appuntamento, causa navigatore anarchico e cervello ancora mal funzionante, vi arrivo rischiando pure di imboccare un pezzo di strada contromano. Pirla sì, ma ancora non abbastanza da non realizzarlo per tempo.

Mi si fa gentilmente ricordare dalla regia che, se alla mia amica Lucia non fosse venuta una sana illuminazione, io a quell’ora sarei stata da tutt’altra parte.Troppo pigra per leggere le varie email che mi arrivavano, le ho scritto il minimo indispensabile su Whatsapp, perdendomi ovviamente tutte le indicazioni del caso. Evidentemente la mia fama mi precede e/o la gente mi conosce bene.

Giunta al bar conosco subito due ragazze, una delle quali sammarinese. Era arrivata la mattina stessa e io non ho potuto che darle della matta! Immaginate a che ora si sarà svegliata lei!!! Ma pareva tanto convinta che… boh: al cuor non si comanda e al sonno nemmeno.

Mentre io mi nutro graziosamente con un cornetto alla crema, un cappuccio e un caffè (rigorosamente basso e in vetro) e sì: tutti insieme (ci ha mai pensato nessuno che cappuccino e caffè hanno sapori diversi?!?!), ci raggiunge il resto della ciurma, finché non ci si ritrova tutti: io – altresì detta  Selvaggia – , Luana, Ingrid, Emanuela, Lucia – o Concettina, sempre su idea di Maida -, suo marito Carlo (dalla santa pazienza) e il Boss.

Ci si presenta, si smangiucchia ancora, si scioglie il ghiaccio e via, si parte con il briefing.

 

Attraversare il Gran Sasso in moto

Il tempo reggeva, il sole pure… E ad un certo punto, bello come pochi scenari al mondo, mi sono ritrovata il Gran Sasso di fronte. Non era la prima volta che ci arrivavo vicino, però ogni volta mi lascia senza fiato. Credo che l’Abruzzo sia una delle regioni più belle del paese e, specialmente dopo esserci vissuta, ne sono totalmente innamorata!

Diciamo che la visione di quel sassone ti ripaga di ogni km in piano fatto per arrivarci e attraversarlo…

Il panorama era tale da sentirmi immersa in tanti pandori zuccherati!

L’arrivo in fiera – ovviamente in ritardo –

E pian piano mi avvicinavo alla Fiera di Roma. Ci sarei arrivata per le 4 circa, ma le donne, in occasione dell’8 marzo, 8 e 9 godevano di inìgresso gratuito, ergo non ritenevo un problema farci un salto anche di poche ore: avrei rimandato il resto al sabato.

Primo appello, sicuramente, il mio amico Francesco: fondatore e titolare di Libermoto che, appena arrivata, stava presentando proprio la sua azienda sul palco del padiglione, ben introdotto dalla mitica Cromilla.

Appena terminato mi ha presentato quell’angelo di sua moglie: Alberta è stata davvero davvero dolcissima e simpaticissima! E, entrambi, mi hanno rinnovato l’invito a lasciare i miei averi allo stand, per muovermi liberamente: una borsa da serbatoio, uno zaino, casco e tuta iniziavano a essere scomodi per bighellonare in giro, no?

Per puro caso, a proposito di andare a zonzo, cercando una corsia precisa ho chiesto informazioni ad uno stand molto, ma molto, ma molto interessante: quello di ATL Cuneese.
Chiacchierando del più e del meno ho scoperto che sono i coorganizzatori dell’AgnelloTreffen, al quale avrei voluto partecipare, dovendo disdire per febbre e per mancata preparazione adeguata: ho pur sempre una 999 che andrebbe lievemente “rivisitata” per l’occasione. È solo rimandato…

 

Lo sterrato in moto? “Il BCS non sterra”!

Paolo, il responsabile, mi ha accennato dell’apertura della Via del Sale e quando gli ho detto che ci terrei a provarla, anche con il pompone, credo abbia strabuzzato gli occhi!

Il BCS (come un mio amico chiama amichevolmente la mia moto) “non sterra”, eppure io son capocciona e sto seriamente pensando di provarci. Più che un divertimento sarà un lavoro, per questo – sebbene inizi a girare anche da sola – le strade bianche o ciottolate preferirei percorrerle in compagnia: metti che trovi un tornante ignorante pieno di breccia e sassi, io ho già deciso che scendo, ne scelgo 2 o 3 a caso e me la faccio girare di peso!