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El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

La mia prima moto

La mia prima moto è stata (è, in realtà, perché ce l’ho ancora) un Monster 600 a carburatori, del 1996.

Non sono certa che sia stata una scelta dettata dall’amore, ma amore comunque è diventato dopo.

In realtà, il mio primo mezzo a due ruote motorizzato è stato un cinquantino: un Aprilia SR “valerossi”! Mia madre era sbiancata alla mia richiesta di comprarmi la versione carenata, l’RS 125 Chesterfield replica (ma anche una RS 50, toh!!!) e così, meglio di nulla, mi sono “accontentata” della versione minore.

Direi che avere lo scooter fosse già una fortuna, comunque. Anche se, quella fifona di mia mamma, me l’aveva preso perché non salissi dietro altri, ma alla fine mi concedeva ben poco movimento per godermelo davvero!!!

Credo di averlo sfruttato meglio e con più gusto all’univerità dato che, nonostante ormai fosse abbondantemente acciaccato, almeno a Bologna madre non aveva minimamente contezza dei miei spostamenti.

Morto definitivamente, son passata direttamente all’auto che a mia madre dava un senso di tranquillità maggiore e l’ipotesi moto, almeno per un po’, non si è più affacciata.

Finché, nonostante tutto, in me non è tornata una certa voglia… come un prurito. O come un rutto, che esplode senza chiedere permesso!

Mia mamma non si spiegava come mai, data questa passione, non amassi andare in giro con mio babbo – biker di lungo corso – e io faticavo a spiegarle ciò che ho compreso poi con il tempo. E cioè che a me, fare la “zavorra“, non mi garba proprio per niente.

Ad una certa età ho lasciato Bologna – scampando una convivenza che “oh mio dio” – e sono approdata a Rimini. Le spese si sono ridotte e, qualche anno dopo, ho trovato un ragazzo. Motociclista!!! Imparare sulla sua sarebbe stato un suicidio, ma nel frattempo un amico comune ho scoperto che vendeva la propria: il famoso mostriciattolo di cui sopra. L’aveva lasciato non so dove, in conto vendita, da una vita così, pur di liberarsene, me l’ha ceduto al prezzo del passaggiodi prorpietà. E con una bazza così cosa fai, non la lanci un’OPA?!?!

Non era messo bene, però il mio (ex) ragazzo è un meccanico – ad oggi Ducati, quindi direi di aver avuto delle buone mani a lavorarci su! -.

In realtà non un – almeno minimo – restauro alla moto era il problema, bensì il parental control. Però ormai ero grande, i soldini erano i miei e quindi né l’infarto di mia madre né il “niet” di mio padre nulla hanno potuto contro la luccicanza che avevo negli occhi!!!

 

Così, infine, giunse

E alla fine, sebbene sgarrupato, rigato, bozzato, rovinato e forse pure un po’ incidentato, ho portato a casa questo esserino che nemmeno se avessi partorito il re del mondo…

Quanto tempo speso appresso, per riuscire a metterlo un po’ in sesto! Il che era bello, perché univa e rinsaldava, via via, anche il rapporto che c’era tra me e il mio fidanzatino non senza farlo sbellicare dalle risate tutte le volte in cui, i primi tempi, facevo pratica impacciata e goffa.

Ricordo ancora un giorno: una mattina, per l’esattezza. Uscendo dall’officina, la quale è a ridosso di un semaforo su una strada alquanto trafficata, mi ero ritrovata con il rosso in corso. Purtroppo, oltre a questo che di per sé mi agitava perché significava – se non fossi partita per tempo – rallentare le auto dietro a mettercisi contro c’era anche un lieve dosso. Dosso che, oggi, probabilmente non percepirei nemmeno mentre ai miei esordi ogni sassolino sarebbe bastato a condannarmi a paura certa.

Beh, aleggiano ancora voci su me che, quella volta, ho fatto spegnere la moto – o il semaforo, a scelta – millemila volte perché, ad ogni minima sgasata per partire, mi spaventavo e lasciavo l’acceleratore, per paura che troppa potenza mi facesse volare via la moto, rendendola ingovernabile!

Quindi provate a immaginarvelo: me. Moto. Semaforo. Lieve colpo di acceleratore, panico, moto che torna indietro. E si spegne. Rewind!

Moto che, alla luce del tempo, ho capito essere viva per miracolo perciò non si sarebbe mai sognata di disarcionarmi così come temevo! Però io la guardavo ancora con sospetto e con rispetto, quindi basta chiedere, a Novafeltria, della rossa sulla Ducati che non sapeva partire al verde…

Prepensionamento? Chissà!

Purtroppo il Monster necessitava di alcune forti opere di manutenzione che, nonostante la manodopera del mio ragazzo e vari pezzi di ricambio recuperabili facilmente, avrebbero comportato un esborso non indifferente e lì mi si è parata davanti la scelta: se orientarmi su una nuova moto, più nuova o, comunque, messa meglio o se spendere una cifra pressoché equivalente in restauro.

La risposta ce l’avete già…

Ma, sebbene sonnolenta, lei è lì. In garage. Che attende. Ora le mie energie si concentrano sulla Big Red, ma la “piccola” non l’ho dimenticata. Arriverà il suo momento!

E voi?

Qual è stata la vostra prima moto? Ce l’avete ancora? Vi è mai capitato di venderne una per poi pentirvene? Insomma… quali sono le vostre storie?

Per chi volesse raccontarcele e leggerle, può trovarci qui, sulla mia pagina facebook.

Buona strada!

International Female ride day

Ovverosia: giornata mondiale delle donna motociclista.

A quanto pare ricorre ogni primo sabato di maggio ed esorta ogni donna motociclista a girare con la propria moto. E io, che casco sempre dal pero, non lo sapevo nemmeno!

Ne aveva parlato Catalina, invitandoci invero all’evento di Bologna, durante la nostra cena insieme a Riccione e a me, quando si parla di gironzolare – specialmente in moto – si rizzano tutte le antenne.

Così sono andata a spulciare su internet e su Facebook mi ritrovo l’annuncio della giornata organizzata da Andrea (Maida), che ormai io conosco fin troppo bene! Di corsi di guida con lui ne ho fatti due e mi mancava la pista, ma il mio scarico poco prima aveva deciso di esplodere letteralmente!

L’ultimo, proprio pochi mesi fa e allora, perché no? Un nome una garanzia, anche se in genere li organizzava, i miei, una mia amica. Avrei dovuto fidarmi di Andrea anche come PR oltre che come pilota e maestro?

Beh. Intanto sono arrivata la sera prima, alloggiando all’Hotel Cavalli, proprio a Loreo. La proprietaria è Paola, la moglie di Andrea e devo dire che la gentilezza è di casa, lì!!!

Essendo partita presto, ho potuto mettermi in camera a lavorare un po’, così da liberarmi il sabato. La sera ero già pronta ad una cena leggera, frugale e da sola (cosa che a me non pesa poi affatto), invece mi sono ritrovata a tavola non solo col Mister, ma anche con delle altre ragazze che avevano avuto la mia stessa idea di arrivare la sera prima e… E ci siamo divertite da matte!

Andrea è sempre stato bravo ad amalgamare le sue allieve. Che lo sia a sceglierle, ad attirarle o a integrarle, non c’è volta in cui mi sia trovata male. E venerdì non era da meno.

Finalmente il sabato!

Sabato mattina, sveglia all’alba perché il Boss inizia presto, eh! Io ho provato a evitare il piccolo briefing, essendo il IV, per dormire ancora un poco ma poi ho preferito far comunella insieme con le altre ;D

Assicuratosi che avessimo, più o meno, capito tutte tutto, Andrea ci ha finalmente messe in marcia. A coadiuvarlo, Serena: una ragazza dolcissima e bellissima che non ha mai, e dico mai, fatto pesare la sua bravura né con boria né con competitività. Serena è una delle istruttrici donne migliori che si possa trovare e menzione d’onore a Carlo, suo marito (ad ogni incontro con Andrea, c’è sempre un Carlo. Va beh) che ci ha fatto da chiudifila e che ci ha anche riprese con un drone.

Ah, dimenticavo: Serena è un “puro prodotto Made in Maida”, nel senso che è stata una sua allieva e questo dimostra quanto bravo lui sia. Un po’ di DNA motociclistico, un buon istruttore et voilà, un’assistente di prim’ordine!

Il giro si è rivelato davvero intenso e divertente, e non mancherò di parlarne ancora. Andrea l’ha suddiviso tra mattina e pomeriggio, con pranzo in hotel dove Paola ci ha nuovamente deliziati.

Tra l’altro, essendo ora tutte al completo, la “caciara” era aumentata ma anche la complicità e il divertimento.

E difatti, poi…

 

 

Il passo dello Spino

Siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Quando affronti le curve sai due cose: una che devi stare attento a qualsiasi cosa. Ciclisti, sterco, ciglio sporco etc. La seconda è che, se ti trovi davanti un veicolo molto più lento e non hai una gran visuale, te lo trascini per  km e km… Rallentando notevolmente e, a volte, creando la fila dietro.

Ed è per questo che, quando ho sentito qualcuno suonare, mi sono anche infastidita. Insomma: non si passava, cosa voleva facessi. Volare? Altrettanto quando ‘sto tizio mi si è affiancato; al più ho creduto fosse successo qualcosa alla moto.

Alcuni minuti dopo me lo sono ritrovato nuovamente sulla sinistra e mentre mi guardava con un fare misto tra il beota e il divertito, l’ho riconosciuto! Era Fabio, un mio amico che quando ha intravisto una 999 rossa, con su una donna e un GS giallo, con su un uomo ha fatto 2+2+: conoscendone i proprietari, ha capito fossimo noi!

Così si è deciso di fermarsi a bere qualcosa prima e di proseguire insieme (per poi fermarsi nuovamente a bere ancora) poi.

Lui aveva lavorato al mattino, decidendo di uscire solo all’ultimo momento. La cosa divertente era che io avevo scritto, proprio quella mattina, a (quasi) tutti i miei contatti per cercarne almeno uno che mi facesse compagnia. Tranne lui! Lo avevo dimenticato o ignorato bellamente, povero ragazzo mio.

Ma si dice che “ciò che è destinato a te troverà il modo” – o qualcosa del genere, no? –  e il kharma quel sabato aveva stabilito io dovessi star bene e divertirmi. E ci è riuscito.

La ripartenza

Al momento di ripartire, tra una foto e una battuta, ho notato che la moto non partiva. La batteria è nuova, non poteva essere quella. Ne abbiamo ragionato a lungo, ma pensare serviva poco e abbiamo dovuto spingere e spingere… finché la mia roscia non si è decisa. E meno male!

(Per la  cronaca, dovrebbero essere le spazzole del motorino).

Il resto del viaggio si è rivelato piacevole. Abbiamo attraversato vari luoghi della mia vita passata, il che ha suscitato un po’ di rimestamento di stomaco, però la cosa migliore da fare in alcuni casi è proprio la terapia d’urto, e portare nuovi ricordi alle zone che sono legate ad altri. E pensare al futuro!

Una volta tornati sulla Via Marecchiese, presa da un che di tamarro e adrenalinico – complice la conoscenza a menadito della strada – ho intravisto dei caschi. Con sorriso beffardo i sono avvicinata a Fabio, l’ho guardato e credo abbia letto il labiale:

“Li sverniciamo?”

Peccato che raggiungendoli non abbiamo notato essere ragazzini, con al massimo dei 125 cc, carucci carucci e fare loro il pelo sarebbe stato davvero da brutte persone! Mi sono limitata solo ad un pollice in su, con occhiolino, ad uno di loro con una Vespa. Tanta roba, la Vespa e dal sorrisone che quel giovane adolescente mi ha fatto, deduco che se lo ricorderà a vita. 🙂

Casa era vicina, ma andando andando si era deciso di fermarci al Primo Miglio, baretto in città per un aperitivo. Tra noi e Rimini, ancora un semaforo dalla coda solitamente interminabile. Io, che ho il dispetto nel DNA e la moto più piccola e snella (in quanto ad agilità, c’è un annoso dibattito in merito), ho seminato i miei amici svicolando tra le auto, i marciapiedi e le bici – parcheggiate – a mo’ di slalom gigante e distanziandoli con sorriso sardonico

Tentando il bis ad un altro rosso, molto più avanti, ad un certo punto ho sentito un rombo vigoroso e mi sono guardata accanto, perché era davvero difficile che provenisse dalla Clio viola appena superata. Beh. Fabio, che per rendermi la pariglia, aveva scavalcato un marciapiede raggiungendo la “pole” mentre io restavo imbottigliata come una sardina!

Non siamo così discoli, sappiatelo. Anzi. Ma ai semafori rossi non è proprio piacevole respirare tutti i gas di scarico dei veicoli intorno ;D

Marco in tutto questo non so dove fosse finito, però l’importante è che siamo arrivati tutti insieme a sederci, paghi strapaghi e contropaghi della giornata. Ognuna iniziata a modo proprio.

Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio. Ognuno diverso. E ognuno in fondo perso. Dentro i fatti suoi.

(cit. V.R. Amaracmand: non iniziamo con il tifo da stadio, eh! Io non lo amo particolarmente, ma questa è una canzone degna di nota).

E via, pronti per una serata con altri amici. Che, per me, significava pizza al metro a “L’Osteria” con un altro gruppo di disgraziati!

Giro in moto: Anghiari

Se una mattina di primavera un viaggiatore…

Il venerdì sera l’umore era migliorato grazie ad un amico di vecchia data che mi aveva fatto una sorpresa. Quelli che quando sei giù lo sentono e appaiono come per magia.

Il sabato, però, ero decisamente agitata. E quindi? Quindi via di messaggi per un giro in moto! Ovviamente non mi rispondeva quasi nessuno. Quasi… ;D

Poi l’illuminazione. Marco, che evidentemente non aveva una beata ceppa da fare o a sua volta era stato snobbato da chiunque, mi ha risposto e all’obiezione “sì, però…” stavo già tremando. Invece significava solo: “sì, però dammi almeno mezzora ché mi preparo”!

Certo che se avessi saputo prima che si muove su un GS vecchio e pure giallo – di un giallo brutto – probabilmente avrei desistito, però me l’aveva taciuto.

Perlomeno mi ha offerto la colazione 😀 E poi, in carrozza!!!

L’idea era di andare ad Anghiari, in Toscana, e semmai fermarsi a mangiare al Castello di Sorci, un piccolo fortilizio in località San Lorenzo – appunto ad Anghiari – nell’aretino.

La via da fare è nota ai motociclisti nostrani (e non): il famoso passo di Viamaggio!!! Ma per arrivare a prenderlo ci sono 2 strade: la famosa Marecchiese che sì, è lievemente mossa, oppure la variante per le Coste di Sgrigna, che sicuramente è più divertente e anche scenografica!

Solitamente, per chi parte dal mare o dalle vallate più lontane, e va verso la Toscana la tappa d’obbligo è al Pascucci di Novafeltria, dove la barista ormai mi riconosce da lontano.

“Tu sei quella del caffè, ristrettissimo, in vetro e la spremuta d’arancia, vero?!”. Ebbene, sì. I miei punti deboli! 😉

Sosta fatta, siamo ripartiti. allegri e pieni di belle speranze! Ma, soprattutto, già affamati!!!

Nonostante un paio di pit stop puramente “cartografici”, perché Marco non sapeva la strada, direi che abbiamo raggiunto il Castello anche agevolmente. Io ci sono già stata spesso, ma l’idea di fare strada non mi sfiora quasi mai l’anticamera del cervelletto

Beh. Prima ci si fa una stradina bianca, breve invero, e poi si arriva in questo posto semi sperduto, raccolto e avvolto dalla natura che lo rende non solo incantevole, ma pure davvero quieto e pacifico.

E quindi, us megna! Abbiamo declinato la proposta “menu completo” per decenza e per dieta, però non abbiamo proprio patito la fame, eh! Non sarebbe da noi!

Giunto il momento di pagare?

Eh. Io sono famosa perché amo i bancomat e odio prelevare allo sportello. Non che sia micragnosa, affatto, è solo che pagherei tutto virtualmente per comodità. Poi, però, quando il pos non funziona… So ca.. ca… cavoli!

Marco fortunatamente era denaro-munito, ma io che, però, ho sempre delle gran monete appresso ammetto di aver contribuito in qualche maniera. Sembrava avessi derubato un bambino della sua paghetta, però ammetto di aver racimolato un certo gruzzolo. (Dirò che per il concerto dei Guns’n Roses accadde la stessa cosa. Solo da un bicchiere ci cavai 60 eurini, mica male no!).

Forse la figura peggiore l’abbiamo (abbiamo… Ha, il mio socio) fatta parlando di cibo e di pizza. Io raccontavo di una recente esperienza in un posto, aggiungendo che a far male una pizza ci vuole davvero impegno!

Uno dei gestori ribatteva, concordando su alcuni punti e aggiungendo che per lui, la pizza, è buona pressoché sempre. Insomma, di bocca buona o, forse, poco capace di discernere tra una fatta bene e una fatta male. Tant’è che Marco, con molta, mooolta nonchalance, ha chiosato: “Ah, beh. Immagino che voi, la pizza, a questo punto non la facciate”.

Invece immaginate voi la sua espressione, quando il tipi ha risposto di sì! (Ahahahahahah!!!). Beh, ha anche aggiunto che la prepara il fratello, togliendo tutti dall’imbarazzo.

Ma le disgrazie non erano finite…

Al ritorno abbiamo cambiato strada. In fondo, a noi importava bighellonare e s’è preso per lo Spino. Ancora ricordo la prima volta in cui l’ho percorso con il mio ex ragazzo: avevo il Monster e ho patito tutto il tempo, incerta e impaurita. Ricordo anche una seconda volta con lui e mio babbo: tener testa a due fenomeni delle due ruote è faticoso: se poi hai appena comprato una 999 e non ci sai nemmeno andare, è da matti.

Ma questa è un’altra storia. Anche perché siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Andrea Maida – gli esercizi nel piazzale

Dopo il consueto briefing, Andrea è solito far fare degli esercizi in un piazzale ampio e comodo.

Lo riempie di conetti e, con una calma estrema, spiega l’esercizio da fare. Ciò che lo rende davvero raro è, non solo la pazienza di cui è dotato, ma la sua capacità di rendere tutto estremamente semplice. E non perché si riveli borioso dimostrando che, ciò che per noi risulta arduo, sia in realtà facile. Ma perché lo rende facile anche per noi! La differenza è sostanziale.

E quando nota che le sue allieve sono un po’ dure di comprendonio, non esita a farle scendere dalle moto e a camminare, anche in fila indiana, lungo il tracciato tra i paletti per imprimere nelle loro cucuzze le traiettorie esatte.

 

E poi via di slalom, frenate, curve e chicane per impratichirsi e sciogliersi. Braccia morbide, cosce adese al serbatoio e via discorrendo. Come già accennato in qualche altro mio articolo (Corso di guida su strada o Recensione corso con Andrea Maida), il numero esiguo di partecipanti rende il corso piacevole e sicuramente poco caotico: provate a immaginare 8, 10, 15 moto che casino farebbero! Anche solo il rombo degli scarichi.

Dimenticavo di dire che Andrea si raccomanda sempre di partecipare ben equipaggiate e con i paramenti al completo: non sia mai che manchi qualche pezzo della vestitura perché lui pretende davvero la sicurezza per sé e per i suoi discenti.

La tecnologia anche in moto

Le riprese e le fotografie sono un altro strumento decisamente utile: spesso si è davvero certi di fare qualcosa, ma è solo rivedendosi che si percepisce la realtà. Non avete idea di quanto io abbia creduto di piegare, in certe occasioni, quando a inclinarsi era solo la mia testa, forse!

Andrea viaggia pieno zeppo di chiavette usb, pennette, tablet, schede di memoria apposta e difatti, durante la pausa pranzo, non manca di mostrare gli errori, o gli orrori, della mattinata – inclusi quelli del breve giro fino all’arrivo al ristorante -.

Meno male che lo fa mentre si mangia: almeno lo strazio di rivedersi fare tante cazzate viene lenito dalla gioia dello stomaco che viene abbondantemente sfamato. Un colpo al cuore e una gioia alla panza!

Pranzo che, comunque, si rivela sempre essere leggero e veloce. Andrea è uno pratico e il suo interesse è insegnare, non fare troppe chiacchiere (sebbene sia una persona davvero socievole e nel tempo libero indulga in ciarle amichevoli) e quindi non crediate di pasteggiare con troppo agio, innaffiando i vostri piatti di vino o birra. Naaaah. Non stavolta.

Così, caffè e pronti nuovamente a salire in sella, per qualche ora di piacevole guida!

Andrea Maida, Maidamotomaster, corso I livello

Ormai, nella vita, di corsi ne ho fatti tanti (in moto ancora qualcuno in meno, ma tant’è) e credo di riconoscere un buon istruttore da uno incompetente.

Il 26 marzo 2017 ero a Civitanova Marche per partecipare ad un corso di guida su strada, organizzato dalla grande Lucia Vallesi con il mitico a Andrea Maida Maidamotomaster.

Non lo conoscevo affatto, però ho dovuto riconoscergli subito grandi qualità.
L’ho intravisto la sera prima a cena e già ne avevo notato la simpatia e la gentilezza, caratteristiche che per me sono imprescindibili.

Il giorno del corso


Il giorno dopo abbiamo iniziato con una formula, a mio avviso, vincente: colazione e teoria, grazie anche all’ausilio di pc e tecnologia.
Questo ci ha permesso di entrare in contatto con lui e tra noi: il rapporto 1:4 fa sì che ci si coalizzi per dare il proprio meglio, spronandoci a vicenda. 

Mai, e dico mai, siamo entrate in competizione negativamente, anzi! Andrea, ovviamente, ha avuto un ruolo chiave in tutto ciò.
Subito dopo abbiamo svolto vari esercizi in un piazzale dove, sempre grazie al numero ridotto di partecipanti, abbiamo potuto esercitarci costantemente e ripetutamente, senza pause lunghe né tempi morti.

Anche l’uso dell’interfono è, indubbiamente, un’ottima idea: essere corretta durante la guida e non dopo, ha un vantaggio enorme.
Abbiamo scoperto che Andrea, nonostante i suoi innumerevoli meriti in ambito sportivo (dal karate allo speedway) e che potrebbe vivere di boria, è capace di elogiare come di “cazziare”, ma senza abbattere né distruggere psicologicamente!

Sa spronare e trasmettere la propria conoscenza, con fare davvero gradevole e semplice. Il Piero Angela delle moto, insomma! Per di più ha domato la “selvaggia” (ormai mi ha ribattezzata così) che è in me portandomi alla disciplina  


Aggiungo che non ho una moto facile facile da guidare (la 999 è ignorantella e pesante) e lui non ha mai, mai, mai accennato al fatto che debba cambiarla. Semmai mi ha spronata a fare il mio meglio per ammansire io lei!


Insomma: sono pronta per il prossimo livello e, probabilmente, per un corso in pista con lui (e ne ho già fatti, seppure traumatizzata).
Più fidelizzata di così… Vordì che merita!!!!!

Partenza annullata: niente traghetto?

Da Rimini a Napoli il tragitto è pressoché lineare e di tempo a disposizione per arrivarvi ne avevo.

Eppure i forti rovesci e il traffico mi stavano osteggiando in ogni modo.

Sorpassi e manovracce non sono consigliati, a maggior ragione con la pioggia battente e con cm di acqua sotto le ruote, ma io ero infreddolita e bagnata!

Così, con una frequenza sicuramente maggiore rispetto alle esigenze del mio serbatoio e alle reali necessità di un viaggiatore normale, non faccio altro che fermarmi per ristorarmi e per asciugarmi. E non solo me, ma pure zaino e abiti…

Ad un certo punto, speranzosa e coperta, credo di essere “in piano”, finché da uno specchietto non vedo una roba arancione svolazzare; è il coprizaino che, essendo da bici, non aveva retto le forti velocità e per poco non rischiavo di perderlo sul parabrezza di qualche auto.

Non sia mai che provochi pure un incidente! Mi fermo al volo, caccio fuori il nastro americano e lo risigillo che manco la saratoga potrebbe fare di meglio!

Good saves dutc tape!

Quindi ho ri-rivestito il mio zainone. E poi l’ho scotchato senza pudore perché l’antipioggia ci si fondesse. E poi lo rifaccio  cosa con le bretelle. Dopodiché, tanto per non essere da meno ai miei averi, opto per la soluzione B: sosta lunga con asciugatura!

Tanto oramai sono avvezza a tappe del genere: che sia un parrucchiere sconosciuto nel bel mezzo dell’Irlanda o il bagno di un ristorante, con gli asciugamani della ormai stranota “Fumagalli & co” cui tanto devo nella vita, ho testimonianze decisamente “illegali” sulla buffaggine della cosa!

E va beh: mi ritrovo in questo posto a metà pomeriggio anche alquanto affamata. Ho in corpo un cappuccio e un cornetto e ammetto che mangiare mi farebbe pure piacere; non è necessario sfidare sempre i propri limiti fisici, no?

Eppure ci ripenso seriamente quando, entrata nel bar, realizzo che il cibo più attraente assomiglia alla  Luisona del “Bar Sport” (mai letto? Mai visto? No? Male! Provvedete!); pensando di scegliere il male minore bisso la colazione, anche se sono le 3 PM e giuro che la sua “bontà” me la ricorderò a vita. Ahimè.

Ciò che, a suo favore, ha quell’autogrill è un bollente, enorme e libero termosifone nel bagno delle donne! Senza pensarci mi spoglio e ci ficco su di tutto: dai panni indossati a quelli nello zaino, cercando quelli meno fradici con cui proseguire.

Ora: per quanto il 27 di dicembre con il diluvio i viandanti siano pochi (e scemi, mi sa), qualche persona i servizi doveva pur usarli. Figuratevi vedere una mezza nuda, tipo matta totalmente, appiccicata al termo. Eh: volevo scaldarmi anche io, mica solo i vestiti!

Fortunatamente nessuna mi ha presa per maniaca o per pazza, ma da una ex motociclista ne ho ricavato tanta solidarietà e chiacchiere a profusione. E io, si sa, sono la regina delle pubbliche relazioni.

Un po’ meno quando GNV, con un messaggino, mi informa che ha annullato la traversata.

E mo…?

 

Guidare con la pioggia: cose da non fare

Da Fano a Orte era doppio il tipo di percorso che mi aspettava: la famigerata “Contessa” e poi la nota, conosciuta e a me tanto cara E45.

Ciò che mi perplimeva, tuttavia, era la congiunzione pioggia battente – abbigliamento “alla garibaldina – strada sconosciuta e non sempre “bella” e… fretta!!!

Avevo un traghetto da prendere alle 8 PM, ma per convertire la prenotazione in biglietto mi si richiedeva la presentazione tassativa alle 6 PM pena l’eventuale perdita della cabina. Io soffro il mal di mare; avevo una tuta e tutto l’abbigliamento da moto che richiedeva spazio e le cabine, anche da 4 posti, sono in realtà dei loculi legalizzati. Perciò l’avevo prenotata tutta intera.

Ma correre per strada è poco saggio, specialmente se c’è un po’ di traffico e se piove come se ti fossi buttato in doccia.

Le mappe davano 5.30 h. scarse e io ne avevo 7. L’E45 permette i 90 km/h:

cosa avrebbe mai potuto andare storto“?!

Pioggia e vento: i miei errori!

Perché, sì: di errori, e pure madornali, si tratta quando fai le cose “ad mentulam canis“, come suolsi dire.

  1. Antipioggia. Volete un consiglio spassionato, ma proprio a cuore aperto, da una testona che non dà mai retta a nessuno (e che spesso, però, ci prende!)? Comprate un maledettissimo antipioggia. Ché il mio era leggerino e, a quanto pare, decisamente poco performante dato che, e non era la prima volta (ma in precedenza penavo di averlo allacciato male io, collo e cappuccio inclusi) l’unica differenza tra l’averlo e il non averlo era essere semplicemente più impicciata. E impacciata.
  2. Zaino impermeabile. Tanto per essere coerenti! Perché se tu ti bagni i tuoi panni, perlomeno, no e vi assicuro che vestire abiti caldi  e asciutti i certi momenti potrebbe fare la differenza!
  3. Casco con la visiera antiappannamento… Provate a immaginare: testa china, perché tanto, la mia posizione di guida, quella è. Cupolino di dimensioni minime, ergo totalmente inutile se si cerca un parabrezza. Visiera totalmente appannata che ti costringe a tenerla aperta, il che ti porta a “pioverti” e sul viso. Occhiali da sole calati sul naso come il peggior tamarro che ti guarda spavaldo da sopra le lenti. E pioggia che non solo ti bagna, ma che non ti fa vedere proprio niente!
  4. Guanti idrorepellenti. Credevate che le mani non patissero il freddo o il bagnato? Fighi, eh, i miei guanti da pista in pelle di canguro! Ma quando il tempo è inclemente, maledici il giorno in cui non sei passato anche solo da Tucano Urbano.
  5. Stivali. I miei, fortunatamente, sono parzialmente in goretex e quindi il disagio era relativo (tanto la prova con quelli “idrosolubili” l’avevo già fatta e vi assicuro che sembrava di camminare nel mar morto. Mare perché strabagnata. Morto, perché quando usi delle scarpe per ore, su  moto, e le innaffi di certo poi muori per il tanfo!). Però un paio nuovo è già in cantiere… Sai com’è!

Dagli errori all’inventiva…

Se imbecille e cocciuta lo sono peggio di un ciuco, perlomeno mamma mi ha fatta pure molto creativa e piena di spirito di adattamento e di iniziativa!

Come ho risolto?

Beh… Diciamo che ho spremuto un po’ le meningi, ma stavolta non era così difficile. Vi scrivo solo una parola: nastro americano!

Andare in moto quando piove: scelta saggia?

La mia scelta del tragitto era stata articolata e non senza patemi, ma alla fine mi ero lasciata convincere.

Come molti dei miei amici sanno, la mia “entropia” spesso mi porta ad essere un filino… disorganizzata! Altrettanto dicasi del il mio bisogno di comodità: a parte alcuni agi cui fatico molto a rinunciare (leggasi “fon”!), sono in realtà una ragazza spartana, senza grandi bisogni né pretese.

Questo la dice lunga sul perché, ad esempio, mi ostini a girare anche in moto senza essere equipaggiata di tutto punto:

“evabehchevuoichesia”

è una delle mie frasi tipiche.

Caldo, freddo, pioggia… quando c’è il sentimento, non c’è difficoltà che tenga: avete presente un panzer? Un mulo da soma? Eccola! Una ciuchina dalla testa rossa!

Così, con un antipioggino che fa (faceva, dato che poi l’ho anche buttato) un pochino schifo sono partita piena di belle speranze. Un angelo custode mi aveva impostato il navigatore, spiegato la strada a voce e fatto un pizzino, lasciandomelo nella borsa da serbatoio (che ha il top trasparente): va bene che la strada era dritta, ma si sa che io possa fare cose impossibili per poi perdermi nelle inezie: devo davvero avere qualche rotella invertita!!!

Arrendersi? Giammai!

L’autostrada scorreva velocemente: i primi km son stati semplici e complici… fino a Fano. Ed è lì che sono iniziati i peggiori, quasi, incubi della mia esistenza! La pioggia iniziava a scendere miseramente e io mi sentivo un po’ idiota: avevo sfidato commenti, critiche, biasimi e iniziavo a temere di aver sbagliato tutto.

Dove vuoi che si vada, su una moto, in inverno?

Eppure era un’esperienza tanto voluta: non potevo arrenderemi né cedere. Sia per me, per la mia autostima e per la capacità di reggere, mentalmente e fisicamente, gli imprevisti e le fatiche… tanto millantata, ma anche dimostrata! Sia perché non volevo dare ragione né soddisfazione ai miei detrattori.

Perciò, indefessa, impassibile e relativamente imperturbabile, ho semplicemente filato dritto.

Non sapevo, tuttavia, che avrei fatto tante e tante e tante soste disperate