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Amici in moto – Andrea

Dopo la mia personale testimonianza, quelle di Cristina e di Flo ecco il primo mammifero maschio ad avermi dato la sua opinione!

Ho conosciuto Andrea perché uno dei cofondatori di uno dei raduni più spettacolari del globo: il Ruotesfonde! Attualmente, purtroppo, in sonno io prego ancora le divinità delle due ruote affinché riescano a ripetersi, nuovamente!

Va beh. Nel frattempo continuo a rompergli le scatole e, da ultimo, proprio ieri… Forse non aveva nulla da fare. Forse, veramente mi vuol bene e tempo zero eccolo qua!

La moto si sceglie con il cuore e non con la testa… io aggiungerei anche con il portafogli.

Quante volte abbiamo sentito questa frase, forse perché è il miglior consiglio che bisognerebbe dare ad un amico che ha intenzione di comprare la moto. Bada bene, ho detto la moto, non una moto, perché appena la porti a casa si instaura un rapporto speciale che la rende unica in mezzo alle altre.

Tralasciando le ginocchia sbucciate per impennare sul portapacchi del “Benellino 50cc” e le notti passate a “smanettare” un Ciao supersonico, la prima moto è stata una Honda NSR 125 SP acquistata a 16 anni spaccati. Non era la più veloce tra le 125 dell’epoca ma era tra le più fighe.

L’Honda stravinceva nel mondiale con Capirossi e Doohan e la mia era la replica di quella che dominava il campionato Sport Production. Era perfetta, affidabile, me la vendettero con lo scarico Arrow e centralina dedicata.

In realtà era un vanto nei discorsi al bar ma nella pratica non superavo comunque i fatidici 30 cavalli. Siamo stati insieme diversi anni e, a parte una innocua scivolata, abbiamo consumato solo gomme e pasta lucidante. Ci siamo separati percheé con il trasferimento per motivi di lavoro non avevo più tempo per usarla e darle tutte le cure necessarie.

Il secondo amore

Dopo una pausa di circa tre anni è arrivata lei, la Shadow. Mi si è aperto un mondo: quello del custom. Negli otto anni che abbiamo vissuto insieme le ho cambiato tutto! Avevo realizzato l’idea di moto che avevo in testa: ruote larghe, cromature luccicanti, scarichi rumorosi ed un assetto da drag-bike più votato ai passi appenninici che ai lungomare affollati.

È stata la moto che ha lasciato il segno… abbiamo vissuto insieme gli anni più spensierati della mia gioventù, quelli in cui non hai una meta ma l’importante è partire. Ricordo ancora i diversi colloqui preliminari con il ragazzo a cui la vendetti, gli occhi lucidi ed i crampi allo stomaco quando la portò via dal mio garage.

E via di “scarenate”…

In quel periodo mi tornarono dei pruriti stradaioli e volevo riavvicinarmi alle moto “stese”. Presi il Monster ma commisi l’errore di prendere il 620, una bellissima moto con molta personalità ma nel mio caso, anche se molto godibile e divertente da guidare, mancava di quella potenza per cui avevo deciso di cambiare genere.

Una scelta sbagliata da parte mia sin dall’inizio, però avevo tenuto in considerazione il fatto che se non mi fossi trovato a mio agio l’avrei potuta rivendere facilmente.

… e il ritorno alle Custom!

Così è stato, l’ho comprata a settembre e rivenduta a maggio dell’anno seguente! Sono ritornato al custom, entrando in un mondo che a mio avviso è uno dei più affascinanti di sempre, il mondo Triumph.

Speedmaster 790 giallo/ nero del 2003 “la giallona”, bicilindrico parallelo da 790cc con due carburatori, il fascino delle vecchie Bonneville con un assetto da cruiser, fasatura a 270^ per rendere il sound unico ed inconfondibile.

Appena acquistata, mi sono sbarazzato di tutti gli accessori inutili e ho cominciato a darle una impronta cafe-racer. Posso dire che avevo trovato la moto perfetta per il mio utilizzo: un motore corposo e sempre pronto, sia per delle “sparate” sull’Appennino che per lasciare qualche striscia di gomma sul lungomare o a qualche raduno.

Con il tempo la famiglia è cresciuta e le occasioni per girare in moto sono calate. Un inverno ho deciso di mettermi a giocare in garage e ne ho fatto una cafe-racer a tutti gli effetti con tanto di semi manubri, serbatoio del Thruxton e sellino a salsicciotti. Una meraviglia a detta di molti, una show Bike a mio avviso. Purtroppo era diventata una moto bella da vedere ma molto scomoda da guidare.
Così ho fatto un annuncio di vendita e l’insistenza di un ragazzo che se ne era innamorato mi ha spinto a cederla.

 

Fine prima parte!

La seconda… eccola!

Amici in moto – Cristina

Recentemente mi son sentita chiedere spesso il perché abbia optato per una certa moto, specialmente alla luce di quelle che sono le mie velleità “viaggianti”. A corredo, oltre la curiosità, ne sono piovute varie critiche. Ho risposto abbondatemente, direi, attraverso delle parole che mi sono uscite “di pancia” e non starò a ripetermi.

Effettivamente, però, la stessa domanda l’ho posta spesso anche io ai miei compagni di avventure – fisici e virtuali -. Qual è il criterio con cui si sceglie la moto, ammesso che ne esista uno?

Credo che ognuno abbia, un po’ come per i vestiti, per la casa o per chissà diavolo cosa, un proprio principio ispiratore. O, talvolta, delle esigenze. La stazza fisica, ad esempio, incide. A volte le possibilità economiche o, spero spesso, è puramente amore a prima vista.

In tanti si sono prestati a darmi la propria versione e allora oggi vorrei cominciare con Cristina!

Senza pensarci troppo, ecco cosa mi ha scritto:

Non c’è, forse, un motivo terreno per descrivere quel momento in cui si sceglie la moto su cui poggiare il fondoschiena.

È un po’ come quando, da bambina, ti innamori per la prima volta: ti batte forte il cuore… vorresti stare solo con lei a giocare, a riderci insieme o parlarci. Ti fa sentire viva!

Ecco. Questo è ciò che ho provato mentre cercavo la mia “bimba” su cui saltare in sella. L’ho vista e me ne sono innamorata, come davvero una bambina. Emozione… tanta. Così, quando ho chiesto di provarla, non appena mihanno risposto di sì ho percepito un senso di libertà indescrivibile.

Non solo: anche, finalmente, di realizzazione personale. 

Eh sì. Perché simoleggiava un po’ una rivincita. Significava “sbattere in faccia” a chiunque mi dicesse che non ce l’avrei mai fatta, in quanto donna, che si stava sbagliando (anzi: che si era sbagliato) poiché invece ce l’avevo fatta.

Il giorno in cui l’ho ritirata dal concessionario, ci sono salita su. Ho infilato il casco, infilato i guanti e ho fatto quel magnifico, magico gesto che è girare la chiave. E ho avuto la mia conferma: era lei!

Il rumore, le vibrazioni, la posizione di guida… mi sembrava che non fosse la prima volta, anzi. Quasi come un déjà-vu percepivo tutto come se fosse già – stata – mia.

L’ho provato all’epoca e lo sento tuttora, quando la tiro fuori che sia per una passeggiata tranquilla, un po’ di curve sui passi o un viaggio.

Libertà. Non tutti conoscono il significato, e non mi riferisco al vocabolario, di questa parola. Io sono certa di riuscire a “sentirla”, con la mia Scrambler (Ducati, N.d.A.).

Perché non ci si può sentire liberi senza una fantastica compagna di viaggio. E io mi sento libera grazie alla mia bimba.

 

Cosa possiamo dire ancora… La passione è passione e non si discute. Mai mettere in dubbio l’amore di una donna per la moto, perché potrebbe sempre sorprendervi… E sconvolgervi!!!

Oltre a lei e me, altri amici hanno voluto raccontarsi! Andrea (I e II) e Flo!

La mia prima moto

La mia prima moto è stata (è, in realtà, perché ce l’ho ancora) un Monster 600 a carburatori, del 1996.

Non sono certa che sia stata una scelta dettata dall’amore, ma amore comunque è diventato dopo.

In realtà, il mio primo mezzo a due ruote motorizzato è stato un cinquantino: un Aprilia SR “valerossi”! Mia madre era sbiancata alla mia richiesta di comprarmi la versione carenata, l’RS 125 Chesterfield replica (ma anche una RS 50, toh!!!) e così, meglio di nulla, mi sono “accontentata” della versione minore.

Direi che avere lo scooter fosse già una fortuna, comunque. Anche se, quella fifona di mia mamma, me l’aveva preso perché non salissi dietro altri, ma alla fine mi concedeva ben poco movimento per godermelo davvero!!!

Credo di averlo sfruttato meglio e con più gusto all’univerità dato che, nonostante ormai fosse abbondantemente acciaccato, almeno a Bologna madre non aveva minimamente contezza dei miei spostamenti.

Morto definitivamente, son passata direttamente all’auto che a mia madre dava un senso di tranquillità maggiore e l’ipotesi moto, almeno per un po’, non si è più affacciata.

Finché, nonostante tutto, in me non è tornata una certa voglia… come un prurito. O come un rutto, che esplode senza chiedere permesso!

Mia mamma non si spiegava come mai, data questa passione, non amassi andare in giro con mio babbo – biker di lungo corso – e io faticavo a spiegarle ciò che ho compreso poi con il tempo. E cioè che a me, fare la “zavorra“, non mi garba proprio per niente.

Ad una certa età ho lasciato Bologna – scampando una convivenza che “oh mio dio” – e sono approdata a Rimini. Le spese si sono ridotte e, qualche anno dopo, ho trovato un ragazzo. Motociclista!!! Imparare sulla sua sarebbe stato un suicidio, ma nel frattempo un amico comune ho scoperto che vendeva la propria: il famoso mostriciattolo di cui sopra. L’aveva lasciato non so dove, in conto vendita, da una vita così, pur di liberarsene, me l’ha ceduto al prezzo del passaggiodi prorpietà. E con una bazza così cosa fai, non la lanci un’OPA?!?!

Non era messo bene, però il mio (ex) ragazzo è un meccanico – ad oggi Ducati, quindi direi di aver avuto delle buone mani a lavorarci su! -.

In realtà non un – almeno minimo – restauro alla moto era il problema, bensì il parental control. Però ormai ero grande, i soldini erano i miei e quindi né l’infarto di mia madre né il “niet” di mio padre nulla hanno potuto contro la luccicanza che avevo negli occhi!!!

 

Così, infine, giunse

E alla fine, sebbene sgarrupato, rigato, bozzato, rovinato e forse pure un po’ incidentato, ho portato a casa questo esserino che nemmeno se avessi partorito il re del mondo…

Quanto tempo speso appresso, per riuscire a metterlo un po’ in sesto! Il che era bello, perché univa e rinsaldava, via via, anche il rapporto che c’era tra me e il mio fidanzatino non senza farlo sbellicare dalle risate tutte le volte in cui, i primi tempi, facevo pratica impacciata e goffa.

Ricordo ancora un giorno: una mattina, per l’esattezza. Uscendo dall’officina, la quale è a ridosso di un semaforo su una strada alquanto trafficata, mi ero ritrovata con il rosso in corso. Purtroppo, oltre a questo che di per sé mi agitava perché significava – se non fossi partita per tempo – rallentare le auto dietro a mettercisi contro c’era anche un lieve dosso. Dosso che, oggi, probabilmente non percepirei nemmeno mentre ai miei esordi ogni sassolino sarebbe bastato a condannarmi a paura certa.

Beh, aleggiano ancora voci su me che, quella volta, ho fatto spegnere la moto – o il semaforo, a scelta – millemila volte perché, ad ogni minima sgasata per partire, mi spaventavo e lasciavo l’acceleratore, per paura che troppa potenza mi facesse volare via la moto, rendendola ingovernabile!

Quindi provate a immaginarvelo: me. Moto. Semaforo. Lieve colpo di acceleratore, panico, moto che torna indietro. E si spegne. Rewind!

Moto che, alla luce del tempo, ho capito essere viva per miracolo perciò non si sarebbe mai sognata di disarcionarmi così come temevo! Però io la guardavo ancora con sospetto e con rispetto, quindi basta chiedere, a Novafeltria, della rossa sulla Ducati che non sapeva partire al verde…

Prepensionamento? Chissà!

Purtroppo il Monster necessitava di alcune forti opere di manutenzione che, nonostante la manodopera del mio ragazzo e vari pezzi di ricambio recuperabili facilmente, avrebbero comportato un esborso non indifferente e lì mi si è parata davanti la scelta: se orientarmi su una nuova moto, più nuova o, comunque, messa meglio o se spendere una cifra pressoché equivalente in restauro.

La risposta ce l’avete già…

Ma, sebbene sonnolenta, lei è lì. In garage. Che attende. Ora le mie energie si concentrano sulla Big Red, ma la “piccola” non l’ho dimenticata. Arriverà il suo momento!

E voi?

Qual è stata la vostra prima moto? Ce l’avete ancora? Vi è mai capitato di venderne una per poi pentirvene? Insomma… quali sono le vostre storie?

Per chi volesse raccontarcele e leggerle, può trovarci qui, sulla mia pagina facebook.

Buona strada!

Motoincontro del Monte Catria

25 \ 27 gennaio 2018. AgnelloTreffen.

Sì, lo so che l’articolo ha un altro titolo ma, invero, tutto parte da qui!

Non avevo mai partecipato a un raduno invernale e quest’anno, complice anche un clima temperato per essere gennaio, avevo deciso di spostarmi e di tentare.

Purtroppo, a causa di un imprevisto, sabato non ho potuto muovermi e pertanto l’idea di salire è sfumata. Tanto più che la mia rossa era – ed è tuttora – nel reparto di rianimazione della mia officina.

Così, pur di sfogare la mia voglia di moto… ho trovato un compromesso.

Il mio compagno mi ha proposto il raduno del Monte Catria che, nonostante forse non raggiunga le dimensioni dell’Agnello, tanto sconosciuto invero non è dato che è alla sua 42^ edizione!

Restava il problema moto. Che io non ami fare la zavorra è risaputo. Che sia pressoché incapace, pure… E così, quel santo uomo, mentre allestiva il suo GS ha ceduto a me il Domi.

Mitico Honda Dominator, classe 1992 – esattamente dieci anni più giovane di me – tirato “rally” e reduce dalla Gibraltar Race 2018, nonché futuro partecipante dell’edizione del 2019!

Insomma, un chicchino che per gli esperti del settore meritava almeno una sosta per rimirarlo e apprezzarne le modifiche.

Io, che di moto non ci capisco granché già con quelle mie o di genere simile, figuriamoci il resto, mi sono prestata a questo esperimento. Col terrore nei polsi!

Scuola guida!

Invero, la sera prima avevo già fatto delle prove nel parcheggio, con l’ansia nel cuore, la tremarella nelle zampe e la vergogna di chi mi guardava con occhio compassionevole! Non che sulla mia rossa possa vantare imprese d’eccezione, ma almeno ho passato la fase “facciamo le figuracce davanti a tutti”. Così, non solo ero a cavallo di un aggeggio a me poco consono, che mi faceva vergognare un po’ al passaggio di tutte quelle belle motine “stese” (carenate), ma incarnavo perfettamente il cliché della donna incapace di andare in moto. E se ci ho messo anni per scrollarmelo di dosso, ora non avevo voglia di arrivare al raduno a stento e tentennando!!!

Va beh. Se “Roma non è stata costruita in un giorno“, arrivare laggiù poteva anche diventare una passeggiata molto, ma molto lenta!

Allons enfents…

Così ho imbroccato la panoramica del monte Ardizio: sei sul mare, parallelo pressoché alla costa… aspettarsi dei bei tornanti è utopia, ma almeno verso la fine – prima di immettersi obbligatoriamente sulla statale adriatica –  qualche curvetta si propone, presentando un panorama sul mare d’inverno che lascia a bocca aperta!

Purtroppo ne è seguito qualche km di rettilineo, che tuttavia mi è stato utile per prendere confidenza con la bestia che avevo sotto il sedere.

La prima svolta sarebbe arrivata a Fano, verso Fossombrone, Niente superstrade, ma una antica via di epoca romana: la Flaminia (che, fantasia vuole, prende il nome da Gaio Flaminio Nepote). Avete presente il detto che “Tutte le strade portano a Roma”? Mbeh, ora sapete perché!

La Flaminia fu fortemente voluta per collegare l’Urbe alla mia Rimini (insomma, al “nord”), proseguendo ancora verso Milano sotto un altro nome, cioè Via Emilia.

Ma a me bastava fermarmi molto prima, possibilmente senza ruzzolareLa geografia non era una priorità, tanto più che seguivo quell’altro e, probabilmente, se avessi saputo prima cosa mi sarebbe toccato, non l’avrei fatto!

Un breve tratto di statale

Di certo una chicca interessante, in realtà, c’è. Laddove io ho deviato per raggiungere il luogo del raduno, si può invece proseguire sulla via maestra che, traversando gli Appennini, congiunge le Marche all’Umbria grazie al passo della Scheggia. Che no, non significa che te lo fai a razzo, ma piglia il nome da un paese che sta lì!

Il mio bisogno di caffè, che cozzava con quello di placare il tremore, ad un certo punto ha preso il sopravvento e così ho fatto una sosta tecnica a Fossombrone. Beh, belli miei… Che sia in moto, in auto oppure in pellegrinaggio, fateci un salto.

Fossombrone è romana anch’essa (Forum Sempronii), ma poverina ha subito più dominazioni lei del Madagascar a Risiko. Ora, non so gli abitanti come l’abbiano vissuta, nel secoli. Ma la città, da un punto di vista storico, architettonico e artistico, è ora una perla da conservare e ammirare. Tra tutto, la Rocca Malatestiana che si erge superba appena fuori il centro abitato, sul tragitto che porta ai monti delle Cesane.

Nonostante una conversione in gita socio-culturale avrebbe potuto ridimensionare il mio percorso, la sfida era in atto.

Ora, lasciandosi la riviera alle spalle e addentrandosi nel cuore del centro Italia, era scontato che dalla piana si passasse ai colli. E colli significa curve. E curve significa…?

Beh, per un momento ho temuto morte certa! Ci ho messo una vita a imparare le traiettorie e la modalità di guida della mia 3×9, che effettivamente ha dei toni bisbetici e ora mi sembrava di essere balzata su una mountain bike. Il mio primo pensiero è stato:

“Come diavolo si fa a progettare una moto col manubrio che si muove?!”.

No, non è che ballasse, ma questa moto ha uno sterzo che… sterza! Al contrario della mia. Più alta, porta a una postura decisamente differente e così, laddove mi veniva di spostare le chiappe che manco Stoner, dovevo invece ricordare che dovevo settare il  mio corpo in tutt’altra maniera.

Ah! Vi pare facile a voi! Forse sì, invece io a quanto pare faticavo a resettare la mente… Ma, tra una preghiera, una sudata, un qualche ciclista probabilmente sfiorato e tanta tigna… A ‘sto raduno ci sono arrivata.

L’ingresso al raduno

Finché, in cima, non ci siamo incolonnati. Un tizio si era frapposto tra me e Luca e non so cosa gli fosse passato per il capo, ma mi esortava a superarlo. Io che mi ero fermata e bloccata, pietrificata, non accennavo a muovermi nemmeno pagata finché quello – forse spazientito – non se n’è andato da sé. Quando Luca è tornato a prendermi, dato che non l’avevo seguito, ho fatto forse la cosa più saggia e pusillanime della giornata: ho messo il cavalletto. Ho piazzato la moto lì e gliel’ho mollata!

Fortuna, per la mia incolumità emotiva, che fossi tra le poche, pochissime donne motorizzate e che, come accennato, quella moto sia talmente “ganza” da aver convogliato tutta l’attenzione su di sé, distogliendola dalle mie maldestre manovre di autoconservazione!

E io, finalmente, ho potuto rifugiarmi nell’unico bar, al caldo, a sorseggiare ancora caffé.

La quota raggiunta non era alta, però il vento era forte, fortissimo tanto da aver ribaltato varie cose – e questo non mi confortava affatto… All’ennesimo suono di roba che si sfracellava, ho guardato il mio ragazzo e gli ho detto testuali parole (un po’ meno dolcemente):

“IO, giù – per le curve, con la neve e la fila – non ci torno! La moto resta qua. O scendi con la tua e risali, a piedi, e porti giù o io, comunque, un modo per tornare a casa lo trovo!”.

Po’rello…

Il vento l’ho sfidato diverse volte e ammetto che se non lo sopporto nemmeno a piedi, figuriamoci in movimento. In moto. E’ una di quelle situazioni che mi spaventano e sapere di non riuscire a toccare bene a terra, con una moto che non conosco, su asfalto scivoloso non era ciò che mi ero prefigurata.

Non sono una mammoletta, ma ci sono giorni in cui osare e altri in cui essere conservativi. E quello, faceva parte dei secondi.

Tanto per farmi dissipare adrenalina, tra una ciarla e una cazzata con amici ritrovati e astanti, sono andata – ma guarda un po’!!! – a mangiare! L’iscrizione prevedeva una lauta colazione, dolce e salata, così ho deciso che dar pace alla panza avrebbe risolto la metà dei problemi. Tra l’altro, tra i souvenir, a differenza di gadgets e cazzabubboli vari che spesso si regalano – e puntualmente si perdono o buttano poco dopo – il motoclub organizzatore ha pensato a delle – ottime pure – piadine! Un pacco di pida, che la sera non ho mancato di addentare nemmeno un leone a dieta da settimane.

Così ne ho approfittato anche per visitare il castello di Frontone, ove appunto si teneva la merenda, e osservare il panorama da ancora più in alto.

E, dall’alto, tutto acquista un altro senso… Io non sono una grande amante della neve, però apprezzo i luoghi (brulli), ameni e fuori dal mondo. E… e lì, ho trovato una risposta a tutte le mie domande. “Perché?!?!?” Perché guidare con incertezza e rigidità, come se non l’avessi mai fatto prima, e il timore di falciare ciclisti o di finire in terra con una moto non mia e a me forse poco congeniale!?!?

Per tutto quello che stava accadendo intorno a me.

Ed è per questo che, non avendo potuto farlo di persona perché si era tutti sparsi e non ne conosco i vertici, non posso esimermi dal ringraziare il Moto Club Ancona “G. Lattanzi” – La Casetta -ASD che imperterrito, con qualsiasi condizione meteo, si prodiga di anno in anno per mantenere viva questa tradizione.

Tradizione che, a pranzo, avrebbe portato a mangiare non so dove.

Io invece ho preferito gozzovigliare ancora un po’ per bearmi della vista… e perché, sulla strada del rientro, non nego che avrei facilmente trovato una qualche altra motivazione per un pit stop.

Il ritorno

Ora. La moto, effettivamente, l’ho guidata sin dai piedi del castello. Forte di un momento di calma apparente, mentre la gente sfollava per rifocillarsi, sono tornata giù.

Non nascondo nemmeno che ho anche confidato in taaaanta tantissima fortuna. Nella probabilità ce a quell’ora le persone fossero a pranzo (tutte, bimbivecchidonneeuomini) e che qualcuno vedesse me prima che io potessi vedere lui per… stracciare un paio di STOP che mi lasciavano un po’ perplessa. E no, non perché dovessi fermarmi, ma perché se l’avessi fatto non avrei toccato a terra! Addirittura, ad un semaforo, avendo messo la moto in folle son rimasta piantata finché il mio fido accompagnatore non è tornato indietro chiedendosi perché non mi muovessi. Insomma: non toccavo con il piede destro perché c’era un lieve dislivello, perciò se l’avessi messo a terra mi sarei sbilanciata e cadere – sulle auto parcheggiate – non ere una priorità.

Sì, lo so che per guidare un mezzo sebbene non si arrivi perfettamente a terra con le zampe il modo c’è, però io quel giorno non ero molto propensa all’apprendimento! E infatti ho continuato a poggiarmi a gradini e marciapiedi, per il divertimento di tutti…

Così, mesta, delusa, incazzata e nervosa – sì, perché avevo il timore di aver rovinato la giornata a lui e perché mai avrei pensato di poter fare tanto schifo! – sono tornata a casa. Viva.

Ma. Ma siccome sono testona. Ma siccome l’offroad inizia a diventare un tarlo. Ma siccome sono provocatoria e capatosta. Ma siccome è diventata una questione personale…

Stay tuned. Che magari la prossima volta ho da raccontarvi qualcos’altro! ;D

Elogio di una 999

In questi giorni, con EICMA di mezzo, mi è capitato spesso di interagire con motociclisti di ogni tipo i quali, sapendo della mia moto, hanno reagito – quasi tutti – in modo simile.

La 999, a quanto pare, è una moto difficile. Come ogni Ducati è scorbutica, non ama i bassi, tende a perdere pezzi – leggenda narra! – e, almeno questo modello in particolare, è difficile da gestire. Pesante, va domata fisicamente e i semimanubri non agevolano certamente le manovre o certe strade curve. Ha la frizione dura e, a furia di sfrizionare, si indurisce ulteriormente e la moto si surriscalda. Ed è scomoda.

Così, perlomeno, la si descrive. E parzialmente concordo.

Io non ho un gran confronto con altre moto. Ho iniziato con un vecchio Monster 600 a carburatori. Del 1996 che era anche un po’ sgarrupato, aveva un’accelerazione lenta e limitata ma, soprattutto, nonostante tutto è sicuramente più agile.

Da quando ho iniziato a viaggiarci, i riscontri sono stati pressoché gli stessi, a gruppi di due: gli “ammiratori” e i detrattori.

Avevo scorto da lontano un parcheggio enorme, con un castello a lato e una bellissima vista sul mare. Credevo fosse breccia, ed invece era sabbia!

Pacifica la sua descrizione, i primi – comprendendone appunto i limiti – mi fanno tanti complimenti perché, solitamente, non è una moto guidata da una donna – proprio per la fatica – e governarla è arduo. Specialmente quando tento di portarla allo stremo, su passi impegnativi – vedi Stelvio – o su terreni inadatti – vedi strade bianche, sassaiole, etc -.

I secondi, invece, si suddividono ulteriormente.
Quelli che credono lo faccia per una qualche forma di sfida, tanto per attirare l’attenzione. E sbagliano.
E quelli che continuano a cercare un modo, almeno uno, per farmi desistere e prendere una moto “comoda” o, perlomeno, adatta.

E questo mi innervosisce alquanto, forse più delle provocazioni di chi mi prende per quella che vuole fare “la fenomena”.

La moto adatta?

Sono anni che guido la moto. Io lo so. Lo so benissimo che esistono mezzi progettati per il turismo. Non sono mica così idiota da non averlo capito. So anche che la mia rossa ha dei limiti fisici che le rendono difficile certi percorsi o certi progetti.

So bene che la carena sotto non mi fa saltare gradini più alti di tot centimetri o che lo sterzo potrebbe essere poco conciliante su alcuni tornanti.  Insomma, la guido, me ne accorgo anche. Ma ciò che non comprendo, al pari di chi non comprende me, perché si insista, ostinati, a volermi far cambiare moto. Un po’ come stressare un fumatore perché smetta (e io sono una ex fumatrice): non lo farà mai perché tartassato, fidatevi!

Insomma, che fastidio vi do?!

Viaggio principalmente da sola, il che non rallenta nessuno lungo la via.
Sono caduta poche volte: da ferma, come ogni motociclista rispettabile. A causa della pioggia, sul dritto. E per colpa di un’auto che non aveva il freno a mano. Quindi non si può nemmeno dire che sia un intralcio, un intoppo agli amici con cui mi accompagno talvolta. Anzi, ad oggi ho dovuto io sorbirmi quello che, ritenendosi il Bayliss o Cairoli di turno, s’è aspettato perché stampatosi da qualche parte.

Dicesi che, con un’altra moto, potrei stare più comoda. O guidare meglio. Forse.
Beh, chiariamo anche un concetto. Io sono abituata a quella, pertanto non so cosa significhi stare “più comoda”. Ma io non sto scomoda! Insomma, se così fosse perché mai dovrei spararmi 1000 km in giornata o 10.000 in 6 settimane. Cosa avrò mai da espiare!

Io su quella moto ci sto maledettamente bene.

Mi ci incastro perfettamente. Adoro le gambe accovacciate, come quando ero in sella ad un cavallo solo. E la posizione reclinata: per me è un sollievo curvare la schiena, dato che quando cammino o sto seduta son ritta come un fuso. Inoltre, voi partite da un presupposto sbagliato: non pensate di star gobbi sulla vostra moto. Questa è fatta apposta, la percezione è ben diversa!

E i polsi… Ma ce l’avete tutti con i polsi.

Il mio istruttore mi ha insegnato a guidarla con le cosce e con il bacino: se avessi il cruise control potrei camminare senza nemmeno sfiorarli, i semimanubri. Non sto gareggiando, sono rilassata quando giro, io. Pertanto, non è infrequente vedermi addirittura appoggiata al serbatoio o con il telefono in mano per girare un video… ;D

E se non riesco a raggiungere un determinato posto, credo che il problema sia mio. E se rischio di insabbiarmi, come è accaduto in Portogallo, il problema è mio. E se invece ce la faccio, il problema è sempre mio perché qualcosa da ridire l’avrete sempre.

Ma a voi, in fondo, che diavolo ve ne importa?!?!

Passiamo a quelli che mi tacciano di sensazionalismo.
Io “faccio eco” ogni tanto per i motivi suddetti. Lo farebbe chiunque, non sono certo “così” speciale. A me non piacciono i limiti. E se ne trovo alcuni, spesso mi garba superarli. Lo faccio con la 999, lo faccio a piedi, lo faccio punto. Embè?

Io amo quella moto. Non andare in moto. QUELLA moto. Ad oggi è ciò che voglio, ciò che mi dà le sensazioni giuste e ciò che mi basta. La cambierò? Giammai. Ne prenderò un’altra? Sicuramente. Perché l’offroad mi è entrato dentro e so che posso farlo veramente, solo con la dueruote fatta apposta. Ma per ora, ogni volta in cui ci salgo, il cuore trabocca di felicità.

Inoltre, appena patentata, quasi chiunque mi ha consigliato di cambiare attività o di darmi all’uncinetto o… i più carini, di prendere una moto più facile da usare. Innumerevoli i miei pianti. Il nervosismo. La frustrazione. Eppure ci credevo. Credevo in me, credevo in lei e lo volevo. Quindi, ogni passo in più che riesco a fare su quella bestia, per me è una conquista. Girare il mondo (perché sì, voglio portarla ancora altrove) per me è stata una soddisfazione indecente e indescrivibile.

Non piego abbastanza? Non gratto le saponette? Beh, chissene. (E poi, demanderei queste “bravate” alla pista e non alla strada). Però, io, ho fatto quello che ho fatto. E non ne ho ancora visti tanti. E, comunque, arrivare a ciò, per me, è quel miracolo che tanto richiama il mio meccanico. La “magia“, mi definisce lui! Da quel dì in cui, appena comprata, mi ha vista scendere per le vie ondulate del Montefeltro, timoroso che non arrivassi alla prima curva intera e sulla moto (a ragione, eh!) ad adesso ne è passato. E noi, siamo felici così. La prima sfida l’ho vinta con me stessa. Tanto basti.

Io sono la 999.

Quindi, signori miei, avete abbondantemente rotto i coglioni.

Enough?

 

PS. Un grande grazie, invece, a quelli che mi hanno pazientemente sopportata in questi anni. Che mi hanno trascinata in giro, aspettandomi, quando ancora avevo paura già solo a tirare fuori la moto dal garage.

La calma è la virtù dei… calmi

Proprio così.

Scrivo questo articolo “di pancia”, al volo, nonostante abbia tanto di cui parlare ancora, e sia decisamente indietro.

Aggiungo che, inoltre, per me i social sono un biglietto da visita, non un diario personale per cui queste mie parole di oggi saranno una deviazione speciale, ma rappresentano un’esperienza più che uno sfogo che, magari, potrebbe essere utile a qualcuno.

“Chi arranca a testa bassa è costantemente superato da chi si ferma, ogni tanto, a riflettere e riposare”

Una volta ho letto questa frase e mi è rimasta impressa. Un po’ mi rispecchiava già e, un po’, l’ho fatta mia. Esagerare, cercare di far tanto, troppo, spesso porta solo a dei gran guai e io, in queste settimane, ne sono la testimone vivente.

L’ultimo anno per me è stato faticoso, pieno di cambiamenti e di emozioni (e pure frustrazioni!). Questi hanno riguardato la mia vita in toto: emotivamente e lavorativamente

Ciò ha comportato degli scossoni non indifferenti con ovvie scossette d’assestamento.

Ho lasciato indietro amici, persone tossiche così come ne ho conosciute delle altre. Di passaggio o più statiche, ma tant’è. Ho cambiato pressoché lavoro, dovendo ricominciare daccapo, ma scoprendo una passione e un talento sopiti e mai sollecitati realmente. E, a ciò, ho aggiunto dei progetti che sto cercando di realizzare a fatica, con altrettanti “litigi”, sgomitando e dedicandovi anima e corpo.

“If your dreams don’t scare you, they’re not big enough”, no?

Però. C’è un “però”.

Però sono finita in overflow (essì, l’inglesismo è stato fatto apposta per la rima!).

E sapete perché?

Ansia da prestazione (in primis).

Ho stravolto tutto, sono entrata in contatto con personaggi vari che mi hanno cercata, dato fiducia e io, per la fretta di dimostrare a me stessa e a loro di essere capace e vogliosa, ho esagerato.

Una sorta di bulimia lavorativa e formativa che, alle lunghe, non paga. Si rischia l’inaffidabilità, la sfiducia, la credibilità. Solo i fatti contano e la speranza che chi ha creduto in te all’inizio, comprenda e lo faccia ancora.

Workaholic? No, grazie.”

In fase di start-up, laddove l’azienda era la Valentina stessa, ho premuto sull’acceleratore, rischiando il crash anche nei campi a me affini o propizi.

Indubbiamente ero in fase di “straordinari” perenne, ma questo non doveva oltrepassare certi confini per me più che per il resto.

Alcune persone, più o meno esplicitamente, mi hanno dato degli input che oggi, nonostante i miei “ho capito” totalmente razionali, mi hanno portata alla reale comprensione di quanto stessi esagerando. Anche il mio raffreddore ha contribuito a spiegarmelo!

“I progetti falliscono, non le persone”!

Qualche mese fa ho preso parte ad una conferenza alla quale hanno partecipato due oratori (Andrea Visconti e Francesca Corrado con la sua scuola di fallimento) davvero interessanti i quali, effettivamente, hanno detto una cosa tanto ovvia, quanto saggia ma quanto dimenticata da tutti. Le persone non falliscono. Basta sentirsi miseri o falliti per dei flop.

Chi non fa, non sbaglia e allora “fatti“, come mi ha scritto un “tizio” oggi (e no, non di droga!). Uno che recentemente mi ha coinvolta in alcuni progetti vedendo qualcosa in me.

Guardare avanti è l’obiettivo.

E per me che, ad ogni cazzata, non ci dormo la notte per giorni non è immediato, ma in effetti quando il guaio è fatto, rimuginare è uno spreco di energie. Va bene un debriefing, perché per imparare dai propri errori tocca anche capire cosa sia successo e poi andale!

“Piove sempre sul bagnato”

Vero. E sapete perché? Perché il mood influenza noi stessi e il nostro comportamento. Ansia genera ansia. Disordine porta disordine e via andare…

Gli impegni mi si sono accavallati, i ritardi accumulati, il sonno arretrato che ormai sogno in lire! ;D

Sono sempre di corsa, mangio male e come capita. (E la ciccia incede!) Ho dimenticato un turno di lavoro, ho dimenticato persino i giorni di una gara alla quale dovevo partecipare! Avevo orientativamente preso un intero weekend libero, ma solo all’ultimo momento ho realizzato che si iniziava il giovedì sera, partendo il venerdì mattina e che la domenica sarebbe servita solo come trasferimento a casa!

In più sono attaccato a cel, tablet, pc 24h.

Poi mi sono ricordata anche di altre perle: non importa quanto freelance e libera da “cartellini da timbrare” possa essere. Ad una certa, staccare. Un mio collaboratore mi ha risposto, durante una telefonata di lavoro, esattamente così: “Io parlo di lavoro dalle 7.30 alle 20.00. Poi basta. Fosse anche, solo, una mail”. Non ha mica tutti i torti!

L’importanza dei limiti

Riconoscere i propri limiti è essenziale. E vitale. Un limite non è un demerito e, anzi, può essere uno stimolo. Nonché un “muro” solo momentaneo. Pertanto scegliere bene i propri impegni, scaglionarli e, semmai, rimandarli o rifiutarne altri è saggio.

Pensate al tetris! La base scende solo se i mattoncini ci sono tutti, altrimenti la schermata si riempie e… game over!

“C’è chi dice no”

E l’importanza dei “no”. No alle chiamate nei momenti inopportuni (ormai portavo il cellulare anche in palestra o al campo sportivo, pur di essere reperibile); alle chat serali, quando posso finalmente rilassarmi  o durante la giornata, mentre ho altro da fare. Spiegare ai miei interlocutori che se dessi sempre, a tutti, il tempo quando e come lo richiedono non vivrei più.

No a riunioni, aperitivi o corsi quando si è stanchi o straimpegnati perché poi la mente cede.

E non mi stupisco se resto fuori di casa, dimentico il cellulare chissà dove, le chiavi sull’auto parcheggiata in centro o, banalmente,  accumulo panni da stirare o faccio troppa fatica in sala pesi perché sono stanca e affaticata e insonne.

E meno male che la mia fisioterapista mi “scrocchia” per bene! Certo, sono reduce da un infortunio, ma fidatevi che buona parte di contratture è tanto stress! (Ah, grazie Auro!).

Cui prodest?

A chi giova? A nessuno!

No, ragazzi miei. Non arranchiamo. Nemmeno fossi una top manager!

Respirare. Battere le mani. Ricordare qual è la propria posizione e altro giro, altra corsa!

Uno dei consigli  migliori datimi da una persona a me cara, quando giocando a pallavolo una sera inanellavo sbagli su sbagli perché nervosa, rischiando di peggiorare la situazione e di mandare in confusione una squadra intera.

L’effetto domino è un disastro! Poco e bene, poco e bene… Deve diventare un mantra.

 

Quindi vorrei ringraziare chi, in questi mesi, mi ha aiutata ad allontanare le negatività, a credere in me stessa, a realizzare che la reperibilità costante sì, ma solo se sei Dr. House e non Valentina Bertellia;  respirare e stare calma; a capire che ho tutte le potenzialità del mondo, ma la forza è nulla senza il controllo e la mia energia strepitosa e coinvolgente va ben incanalata o è sprecata. A chi ha dimostrato una cultura dell’errore fortemente positiva; a chi ha creduto nei miei progetti nonostante sembrassero campati in aria e a tante altre persone, ma che ora, in questo caso, posso riassumere (e non necessariamente in questo ordine di consigli) in Gianluca, Celeste, Francesca, Matteo e Andrea.

Ad majora.

 

Al roti in te fium

Comunicato Stampa:

Ape Car a Novafeltria: domenica 3 giugno esibizioni, prove cronometrate e premi speciali per un mezzo sempre di moda

In Valmarecchia è un simbolo, una moda, oltre che un comodo mezzo di trasporto. È un mezzo che ispira libertà e invita i giovani a “metterci le mani” sopra per divertenti, originali personalizzazioni.
All’Ape Car è dedicata la manifestazione in programma domenica 3 giugno a Novafeltria, zona Campo del Fiume. Una giornata di esibizioni e di sfilate.

“Al roti in te fium”, organizzata dalla Pro Loco di Novafeltria e patrocinata dal Comune di Novafeltria, vedrà scendere in pista Ape, Vespa, Scooter e Ape Proto.
Oltre alle classiche Ape Car da 50cc, ci sarà infatti la possibilità di ammirare Ape Proto, Ape Car dalle dimensioni più grandi, non stradali, appositamente realizzate per gare.

I mezzi sono attesi al Campo del Fiume dalle 9.30 per le iscrizioni e la preparazione, dalle 14 potranno essere ammirati dal pubblico tutti allineati, prima delle sfilate e delle varie esibizioni.

Diversi i premi in palio. La giuria premierà l’Ape più bella, l’Ape più bassa, l’Ape più veloce nei giri cronometrati previsti, prima dell’ingresso in campo delle Ape Proto.

Sono già decine i mezzi iscritti alle “Roti”: arrivano da San Marino, da Carpegna, ma anche da Riccione e da tutta la Valmarecchia.

“Al roti in te fium” nasce dalla passione di un terzetto di amici: lo stesso terzetto di appassionatissimi amici, Dario Gabrielli, Lorenzo Castagnoli e Matteo Ugolini, l’unico maggiorenne del trio. In precedenza, a Natale, sempre loro tre avevano organizzato per le vie di Novafeltria, una simpatica passerella con le Ape Car in versione natalizia, “confluita” nel concorso “vota l’Ape di Natale”, con mezzi addobbati di tutto punto in tema natalizio e di colore rosso.

Domenica 3 giugno, dalle ore 9, la “magia” di queste “tre ruote” si rinnoverà in maniera piacevole e divertente.

International Female ride day

Ovverosia: giornata mondiale delle donna motociclista.

A quanto pare ricorre ogni primo sabato di maggio ed esorta ogni donna motociclista a girare con la propria moto. E io, che casco sempre dal pero, non lo sapevo nemmeno!

Ne aveva parlato Catalina, invitandoci invero all’evento di Bologna, durante la nostra cena insieme a Riccione e a me, quando si parla di gironzolare – specialmente in moto – si rizzano tutte le antenne.

Così sono andata a spulciare su internet e su Facebook mi ritrovo l’annuncio della giornata organizzata da Andrea (Maida), che ormai io conosco fin troppo bene! Di corsi di guida con lui ne ho fatti due e mi mancava la pista, ma il mio scarico poco prima aveva deciso di esplodere letteralmente!

L’ultimo, proprio pochi mesi fa e allora, perché no? Un nome una garanzia, anche se in genere li organizzava, i miei, una mia amica. Avrei dovuto fidarmi di Andrea anche come PR oltre che come pilota e maestro?

Beh. Intanto sono arrivata la sera prima, alloggiando all’Hotel Cavalli, proprio a Loreo. La proprietaria è Paola, la moglie di Andrea e devo dire che la gentilezza è di casa, lì!!!

Essendo partita presto, ho potuto mettermi in camera a lavorare un po’, così da liberarmi il sabato. La sera ero già pronta ad una cena leggera, frugale e da sola (cosa che a me non pesa poi affatto), invece mi sono ritrovata a tavola non solo col Mister, ma anche con delle altre ragazze che avevano avuto la mia stessa idea di arrivare la sera prima e… E ci siamo divertite da matte!

Andrea è sempre stato bravo ad amalgamare le sue allieve. Che lo sia a sceglierle, ad attirarle o a integrarle, non c’è volta in cui mi sia trovata male. E venerdì non era da meno.

Finalmente il sabato!

Sabato mattina, sveglia all’alba perché il Boss inizia presto, eh! Io ho provato a evitare il piccolo briefing, essendo il IV, per dormire ancora un poco ma poi ho preferito far comunella insieme con le altre ;D

Assicuratosi che avessimo, più o meno, capito tutte tutto, Andrea ci ha finalmente messe in marcia. A coadiuvarlo, Serena: una ragazza dolcissima e bellissima che non ha mai, e dico mai, fatto pesare la sua bravura né con boria né con competitività. Serena è una delle istruttrici donne migliori che si possa trovare e menzione d’onore a Carlo, suo marito (ad ogni incontro con Andrea, c’è sempre un Carlo. Va beh) che ci ha fatto da chiudifila e che ci ha anche riprese con un drone.

Ah, dimenticavo: Serena è un “puro prodotto Made in Maida”, nel senso che è stata una sua allieva e questo dimostra quanto bravo lui sia. Un po’ di DNA motociclistico, un buon istruttore et voilà, un’assistente di prim’ordine!

Il giro si è rivelato davvero intenso e divertente, e non mancherò di parlarne ancora. Andrea l’ha suddiviso tra mattina e pomeriggio, con pranzo in hotel dove Paola ci ha nuovamente deliziati.

Tra l’altro, essendo ora tutte al completo, la “caciara” era aumentata ma anche la complicità e il divertimento.

E difatti, poi…

 

 

Il passo dello Spino

Siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!

Quando affronti le curve sai due cose: una che devi stare attento a qualsiasi cosa. Ciclisti, sterco, ciglio sporco etc. La seconda è che, se ti trovi davanti un veicolo molto più lento e non hai una gran visuale, te lo trascini per  km e km… Rallentando notevolmente e, a volte, creando la fila dietro.

Ed è per questo che, quando ho sentito qualcuno suonare, mi sono anche infastidita. Insomma: non si passava, cosa voleva facessi. Volare? Altrettanto quando ‘sto tizio mi si è affiancato; al più ho creduto fosse successo qualcosa alla moto.

Alcuni minuti dopo me lo sono ritrovato nuovamente sulla sinistra e mentre mi guardava con un fare misto tra il beota e il divertito, l’ho riconosciuto! Era Fabio, un mio amico che quando ha intravisto una 999 rossa, con su una donna e un GS giallo, con su un uomo ha fatto 2+2+: conoscendone i proprietari, ha capito fossimo noi!

Così si è deciso di fermarsi a bere qualcosa prima e di proseguire insieme (per poi fermarsi nuovamente a bere ancora) poi.

Lui aveva lavorato al mattino, decidendo di uscire solo all’ultimo momento. La cosa divertente era che io avevo scritto, proprio quella mattina, a (quasi) tutti i miei contatti per cercarne almeno uno che mi facesse compagnia. Tranne lui! Lo avevo dimenticato o ignorato bellamente, povero ragazzo mio.

Ma si dice che “ciò che è destinato a te troverà il modo” – o qualcosa del genere, no? –  e il kharma quel sabato aveva stabilito io dovessi star bene e divertirmi. E ci è riuscito.

La ripartenza

Al momento di ripartire, tra una foto e una battuta, ho notato che la moto non partiva. La batteria è nuova, non poteva essere quella. Ne abbiamo ragionato a lungo, ma pensare serviva poco e abbiamo dovuto spingere e spingere… finché la mia roscia non si è decisa. E meno male!

(Per la  cronaca, dovrebbero essere le spazzole del motorino).

Il resto del viaggio si è rivelato piacevole. Abbiamo attraversato vari luoghi della mia vita passata, il che ha suscitato un po’ di rimestamento di stomaco, però la cosa migliore da fare in alcuni casi è proprio la terapia d’urto, e portare nuovi ricordi alle zone che sono legate ad altri. E pensare al futuro!

Una volta tornati sulla Via Marecchiese, presa da un che di tamarro e adrenalinico – complice la conoscenza a menadito della strada – ho intravisto dei caschi. Con sorriso beffardo i sono avvicinata a Fabio, l’ho guardato e credo abbia letto il labiale:

“Li sverniciamo?”

Peccato che raggiungendoli non abbiamo notato essere ragazzini, con al massimo dei 125 cc, carucci carucci e fare loro il pelo sarebbe stato davvero da brutte persone! Mi sono limitata solo ad un pollice in su, con occhiolino, ad uno di loro con una Vespa. Tanta roba, la Vespa e dal sorrisone che quel giovane adolescente mi ha fatto, deduco che se lo ricorderà a vita. 🙂

Casa era vicina, ma andando andando si era deciso di fermarci al Primo Miglio, baretto in città per un aperitivo. Tra noi e Rimini, ancora un semaforo dalla coda solitamente interminabile. Io, che ho il dispetto nel DNA e la moto più piccola e snella (in quanto ad agilità, c’è un annoso dibattito in merito), ho seminato i miei amici svicolando tra le auto, i marciapiedi e le bici – parcheggiate – a mo’ di slalom gigante e distanziandoli con sorriso sardonico

Tentando il bis ad un altro rosso, molto più avanti, ad un certo punto ho sentito un rombo vigoroso e mi sono guardata accanto, perché era davvero difficile che provenisse dalla Clio viola appena superata. Beh. Fabio, che per rendermi la pariglia, aveva scavalcato un marciapiede raggiungendo la “pole” mentre io restavo imbottigliata come una sardina!

Non siamo così discoli, sappiatelo. Anzi. Ma ai semafori rossi non è proprio piacevole respirare tutti i gas di scarico dei veicoli intorno ;D

Marco in tutto questo non so dove fosse finito, però l’importante è che siamo arrivati tutti insieme a sederci, paghi strapaghi e contropaghi della giornata. Ognuna iniziata a modo proprio.

Ognuno a rincorrere i suoi guai. Ognuno col suo viaggio. Ognuno diverso. E ognuno in fondo perso. Dentro i fatti suoi.

(cit. V.R. Amaracmand: non iniziamo con il tifo da stadio, eh! Io non lo amo particolarmente, ma questa è una canzone degna di nota).

E via, pronti per una serata con altri amici. Che, per me, significava pizza al metro a “L’Osteria” con un altro gruppo di disgraziati!

Giro in moto: Anghiari

Se una mattina di primavera un viaggiatore…

Il venerdì sera l’umore era migliorato grazie ad un amico di vecchia data che mi aveva fatto una sorpresa. Quelli che quando sei giù lo sentono e appaiono come per magia.

Il sabato, però, ero decisamente agitata. E quindi? Quindi via di messaggi per un giro in moto! Ovviamente non mi rispondeva quasi nessuno. Quasi… ;D

Poi l’illuminazione. Marco, che evidentemente non aveva una beata ceppa da fare o a sua volta era stato snobbato da chiunque, mi ha risposto e all’obiezione “sì, però…” stavo già tremando. Invece significava solo: “sì, però dammi almeno mezzora ché mi preparo”!

Certo che se avessi saputo prima che si muove su un GS vecchio e pure giallo – di un giallo brutto – probabilmente avrei desistito, però me l’aveva taciuto.

Perlomeno mi ha offerto la colazione 😀 E poi, in carrozza!!!

L’idea era di andare ad Anghiari, in Toscana, e semmai fermarsi a mangiare al Castello di Sorci, un piccolo fortilizio in località San Lorenzo – appunto ad Anghiari – nell’aretino.

La via da fare è nota ai motociclisti nostrani (e non): il famoso passo di Viamaggio!!! Ma per arrivare a prenderlo ci sono 2 strade: la famosa Marecchiese che sì, è lievemente mossa, oppure la variante per le Coste di Sgrigna, che sicuramente è più divertente e anche scenografica!

Solitamente, per chi parte dal mare o dalle vallate più lontane, e va verso la Toscana la tappa d’obbligo è al Pascucci di Novafeltria, dove la barista ormai mi riconosce da lontano.

“Tu sei quella del caffè, ristrettissimo, in vetro e la spremuta d’arancia, vero?!”. Ebbene, sì. I miei punti deboli! 😉

Sosta fatta, siamo ripartiti. allegri e pieni di belle speranze! Ma, soprattutto, già affamati!!!

Nonostante un paio di pit stop puramente “cartografici”, perché Marco non sapeva la strada, direi che abbiamo raggiunto il Castello anche agevolmente. Io ci sono già stata spesso, ma l’idea di fare strada non mi sfiora quasi mai l’anticamera del cervelletto

Beh. Prima ci si fa una stradina bianca, breve invero, e poi si arriva in questo posto semi sperduto, raccolto e avvolto dalla natura che lo rende non solo incantevole, ma pure davvero quieto e pacifico.

E quindi, us megna! Abbiamo declinato la proposta “menu completo” per decenza e per dieta, però non abbiamo proprio patito la fame, eh! Non sarebbe da noi!

Giunto il momento di pagare?

Eh. Io sono famosa perché amo i bancomat e odio prelevare allo sportello. Non che sia micragnosa, affatto, è solo che pagherei tutto virtualmente per comodità. Poi, però, quando il pos non funziona… So ca.. ca… cavoli!

Marco fortunatamente era denaro-munito, ma io che, però, ho sempre delle gran monete appresso ammetto di aver contribuito in qualche maniera. Sembrava avessi derubato un bambino della sua paghetta, però ammetto di aver racimolato un certo gruzzolo. (Dirò che per il concerto dei Guns’n Roses accadde la stessa cosa. Solo da un bicchiere ci cavai 60 eurini, mica male no!).

Forse la figura peggiore l’abbiamo (abbiamo… Ha, il mio socio) fatta parlando di cibo e di pizza. Io raccontavo di una recente esperienza in un posto, aggiungendo che a far male una pizza ci vuole davvero impegno!

Uno dei gestori ribatteva, concordando su alcuni punti e aggiungendo che per lui, la pizza, è buona pressoché sempre. Insomma, di bocca buona o, forse, poco capace di discernere tra una fatta bene e una fatta male. Tant’è che Marco, con molta, mooolta nonchalance, ha chiosato: “Ah, beh. Immagino che voi, la pizza, a questo punto non la facciate”.

Invece immaginate voi la sua espressione, quando il tipi ha risposto di sì! (Ahahahahahah!!!). Beh, ha anche aggiunto che la prepara il fratello, togliendo tutti dall’imbarazzo.

Ma le disgrazie non erano finite…

Al ritorno abbiamo cambiato strada. In fondo, a noi importava bighellonare e s’è preso per lo Spino. Ancora ricordo la prima volta in cui l’ho percorso con il mio ex ragazzo: avevo il Monster e ho patito tutto il tempo, incerta e impaurita. Ricordo anche una seconda volta con lui e mio babbo: tener testa a due fenomeni delle due ruote è faticoso: se poi hai appena comprato una 999 e non ci sai nemmeno andare, è da matti.

Ma questa è un’altra storia. Anche perché siamo partiti in due e siamo tornati in… tre!