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Virgen de la Nieves

(La partenza da Granada è necessaria, e ne ho parlato già qui).

A meno di soste estemporanee, volendo risalire la vetta con alacrità, si può puntare verso Pradollano – frazione di Monachil.

Pradollano

Tanto per aiutare il navigatore nelle sue funzioni, almeno. E, proprio verso questo, la strada si ingrandisce. Sicuramente più nuova, a volte a due carreggiate e tre corsie, addirittura.

“Roba da piegone da ginocchio a terra” insomma!

Pradollano non è nulla di che, anzi… Non aspettatevi una cosina dipo Ponte di Legno o Folgarida, ecco! Più che bella è comoda, permettendo di villeggiare nel centro del parco nazionale della Sierra, potendo anche beneficiare dei vari corsi di attività invernali, escursioni e quant’altro a disposizione dei turisti.

La zona è prettamente sciistica: durante il mio raid estivo la neve mancava così come la marmaglia di turisti, rendendo la località desertica – e permettendomi di tagliare una fetta di strada percorrendo una zona del paese che, sinceramente, non ho ben capito se si potesse prendere in quel verso! Tant’è che a dicembre,  viceversa, quella via mi è stata totalmente interdetta.

Tuttavia la Spagna mi pare abbastanza diligente nell’indicare i percorsi, perciò con bretelle più o meno lunghe, superare la frazioncina per raggiungere il Veleta è davvero agevole, potendolo evitare senza problemi – e molto felicemente, oserei dire. Provate voi a entrare con un mezzo in un centro commerciale di domenica, a ridosso di Natale. Ecco!

Lungo la via non solo indicazioni, ma un altro virtuosismo iberico è la smisurata quantità di punti panoramici! A volte mi capita di non sapere più se godermi la strada, le curve o la vista, fermandomi di tanto in tanto.

L’ultima volta, grazie al clima invernale, sono riuscita a posteggiare e a dilettarmi in scivoloni e palle di neve, su pendii davvero poco scoscesi e molto ampi, tanto per non ritrovarmi a farlo nella calca della vetta.

Calca che, in realtà, era irrisoria.

Nonostante a settembre, quando anche per una sola foto ho dovuto elemosinare la carità cristiana di un turista greco, fosse semidesertico, a dicembre tuttavia non c’era un boom tale da rendere fastidiosa la permanenza.

Certo: bisogna mettere in conto di essere comunque in una località turistica, però probabilmente son solo stata fortunata. O, in realtà, gli spazi sono talmente ampi da non aver realizzato quante auto si sarebbero incolonnate poi, al rientro!

PS. Se incrociate automobili variopinte, tendenzialmente nere e bianche, con geometrie definite e a volte surreali, sono test. Nessun ente governativo o setta strana, solo prototipi testati sulla via!

O mia bella Madunina…

La sommità? Beh… giungendovi, sulla destra, c’è un piazzale sconnesso con alcune casette in legno dal tetto spiovente: qualche bar (se cercate caffè, scordatevelo!), negozio di souvenir… nulla di entusiasmante. Ancor meno quelli dall’altro lato della strada. Strada interrotta da una sbarra che delimita l’area carrabile e rende accessibile l’ultima parte del tragitto ai soli pedoni.

Si tratta di una piacevole passeggiata, comoda su una strada ben asfaltata e non in eccessiva pendenza. Giungervi non è faticoso, nemmeno in abbigliamento tecnico. Pertanto non fatene una questione religiosa quanto “turistica”: merita davvero.

La Virgen de la Nieves altro non è che un “monumento”: un altare sito ai piedi di una sorta di arco ogivale fatto in pietra, sul quale è stata collocata una Madonnina. Il tutto, come appena descritto, si erge su altezze impressionanti che permettono anche di godere di panorami a perdita d’occhio, decisamente fuori dal comune e spettacolari.

Come mancare una tappa caratteristica del luogo? Fatto 30…

Fatto 30 s’era fatto pure tardi e io dovevo raggiungere Antequera. La città dei Dolmen, dove avrei patito non poco per le viuzze strette, storte e dalla pavimentazione improponibile. Quattro ore di viaggio verso ovest, per poi raggiungere Ronda, Gibilterra e proseguire per il resto del periplo.

Stay tuned!

El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

Caminante

Viajante. Viaggiatore.

Il viaggiatore è colui che compie un percorso, non sempre e solo fisico, ogni qualvolta decida di andare oltre.

La presa di coscienza, la fusione con il mondo circostante che, pertanto, diventa suo ed egli ne dievene a sua volta parte integrante.

Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino:
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar.*

Trovo bellissime queste parole, che ho tatuato tra l’altro su un costato – il sinistro, quello del cuore – .

Cos’è che distingue, pertanto, un viajante da un “semplice” turista?

Me lo sono domandata spesso e non sono certa di essere arrivata ad una risposta. O forse sì, ma sicuramente una risposta mutevole, perfettibile e soggetta a revisioni nel tempo.

Si suol dire che Il viaggio non è nella meta ma nel cammino – o versioni simili – il che si pone in antitesi alla vacanza, per cui ci si trasporta, sterilmente, dal punto A al punto B, possibilmente anche in fretta, perché sta nel punto B il motivo del trasferimento.

Credo che molti confondano il viaggio con mete esotiche, lontane o esperienze quasi inenarrabili eppure un animo sterile, chiuso e poco incline all’osmosi, potrebbe ritrovarsi in luoghi incantati, a contatto con animali fantastici o alle pendici di monumenti e architetture superbe per poi tornare a casa uguale a se stesso. Ricco in foto, magari. Con qualcosa da raccontare, ma nulla più di quanto possa aver letto sulla Lonely Planet – bene che vada. Altrimenti, al massimo, si sarà informato su Google e Wikipedia.

Il che non significa che partire senza un minimo di contezza sia da condannare, anzi! Credo che sia una delle tante declinazioni che si possono dare a un viaggio. Ma, perlomeno, che la contaminazione avvenisse “strada facendo”.

C’è un tarlo che mi becca un po’ nel cervello e che ancora non so come risolvere. Se sia meglio girovagare e cercare, talvolta anche con bulimia, di visitare il possibile sfruttando ogni ora utile del giorno o se, invece, sia meglio prenderla con calma e vedere cosa capita nel frattempo. A ciò, si aggiunge un altro dubbio: quanto valga la pena tornare e ritornare sempre negli stessi posti, approfondendo e/o imparando a conoscerli nei minimi dettagli (anche in preda al: “chissa se ci torno più”) e quanto, invece, sia meglio spaziare letteralmente perché, al massimo, “ci tornerò” o, comunque, c’è anche altro da vedere al mondo.

Non lo so. Forse toccherebbe capirlo empiricamente, volta per volta.

Ci sono persone che pianificano un viaggio nei minimi dettagli addirittura mesi prima – dirò, l’ho fatto anche io spesso – e altre che invece si abbandonano al caso – e ho fatto anche questo -.

Credo che sia un po’ difficile e presuntuoso definire il criterio con cui prepararsi a un viaggio. Certamente ci saranno viaggiatori di lungo corso che potranno ben dire la propria e sicuramente i feedback di chi ha qualcosa da raccontare saranno utili. Per il resto, noi siamo il viaggio. Perché il viaggio penetra. Non è un qualcosa che si fa. Lo si vive, certo. E lo si crea, lo si diventa. Ci si plasma vicendevolmente. Non ci si può definire viaggiatori se si gira, si bighellona senza essere tornati un po’ spagnoli o svizzeri o di qualsiasi posto in cui si sia stati.

Per di più un viaggiatore viaggia per se stesso. Non necessariamente per narrarne anche se… butta via! Chi si annoierebbe al cospetto di chi ha visto cose che nemmeno la fotografia renderebbe. Annusato odori impercettibili e quasi impossibili. Lacerato suole su terreni dal materiale quasi inesistente…

Io il viaggiatore lo immagino un po’ come una persona dalla pelle lievemente ruvida, con un cappello in testa e una tenuta comoda, consona. Perché il viaggiatore sa dove sta andando e va bene, essere spartani è un plus, ma pure non essere scemi e incoscienti lo è.

Taccuino in mano, pronto a ricordare e ad annotare ciò che accade, un po’ alla Moleskine di Hemingway! Qualche ruga che ne segna l’intensità dello sguardo e anche, perché no, qualche patimento lungo alcune delle strade percorse.

Riflessivo, talvolta lento, ma coraggioso. Uno che non si ferma davanti al primo cartello che sbarra l’accesso, perché il viaggiatore è, per prima cosa, curioso. Così non fosse non si metterebbe in moto alla ricerca di non sempre si sa cosa, dall’altra parte del globo. Uno che sa comunicare. Non significa che sia, necessariamente, un poliglotta sebbe non ce lo veda totalmente estraneo alle lingue straniere. Però per me è una persona che sa entrare in contatto con quelle che incontra portando loro anche un po’ di sè e di ciò da cui proviene.

Brizzolato e due dita di barba incolta (perché lo descriva uomo? Perché, se fosse donna, sarei io! Scherzi a parte, femmina sono e subisco il fascino maschile, quindi immaginarlo del sesso opposto mi dà un tono romantico al tutto!).

Mi piace vederlo nella mia mente avvolto in colori caldi, a scrutare orizzonti quasi inesistenti o a barcamenarsi nei meandri di città caotiche.

Perché il cammino è lui e lui lo crea, a sua immagine.

E le mappe? Le cartine? Certo, userà anche quelle per poi vagare con il naso all’insù, scontrandosi incolpevolmente con i passanti.

C’è una cosa che, tuttavia, fa di un viaggiatore un… viaggiatore. Ma ad ognuno il suo, perché non c’è verso di stereotipare certe usanze.

La preparazione

Come ci si prepara a un viaggio? Qual è il modo, il metodo con cui un Caminante entra nello spirito del suo prossimo viaggio… E lo fa prima o dopo aver definito i dettagli? Quanti, quali e come ci si arriva a definirli?

Mi chiedo se un viaggiatore abbia una sorta di preludio spirituale, prima di partire. O se, invece, si butti a capofitto in ogni avventura, gestendo ciò che avviene man mano.

Perché ciò che avviene dopo, forse è più visibile. Si torna, si risponde alle domande curiose, si racconta… e narrando, si finisce sempre per narrare un po’ di sé. La gente chiede cosa sia successo, cosa abbia visto. Io, invece, voglio sapere

Perché

Perché uno, da un momento all’altro oppure dopo settimane, mesi, anni di gestazione, abbia lasciato tutti lì e se ne sia andato da qualche parte. Non importa quanto a lungo e se, la distanza, sia Ravenna – Pinarella.

 

Mentre provo a cercare delle risposte, vi lascio anche la traduzione di questa bellissima poesia:

*Viandante, sono le tue orme
Il cammino e nulla più;
Viandante, non esiste sentiero:
si fa la strada nell’andare.
Nell’andare si segna il sentiero
E, voltando lo sguardo indietro,
si scorge il cammino che mai
si tornerà a percorrere.
Viandante, non esiste sentiero,
solo scie nel mare.

(Machado. Dalla raccolta Campos de Castilla, 
Extracto de Proverbios y Cantares, 1912)

Farmaci in viaggio

Questa piccola considerazione è la terza (di tre!) inerente i bisogni da viaggio, prettamente legati a igiene e salute.

Ho iniziato con un antico ma sempiterno “problema” femminile – il ciclo – proseguendo con una lista più frivola (indicando quali siano a mio avviso i must di pulizia e bellezza) per completare questa “opera omnia” con una digressione sui

Farmaci

Vaccini. Vaccinarsi è talvolta obbligatorio, talaltra rimesso alla discrezione del singolo. Occorre informarsi per tempo e provvedere, sempre in anticipo. Le corse last minute non sono mai consigliabili né per la salute né per le pratiche burocratiche.

Nella scelta, consiglio vivamente di consultare il proprio medico e ricordare sempre la destinazione.

Non è scontato trovare i farmaci di cui si possa aver bisogno, all’estero. In America, ad esempio, ho visto negare delle lenti a contatto perché privi di prescrizione medica. La sanità e le sue regole sono talmente tanto legate ad ogni stato che sicuramente conviene dotarsi da casa.

Direi, quindi, le medicine abituali. Insomma: se sei asmatico non vuoi certamente dimenticare l’inalatore. O la famosa “pastina” per la pressione, via. A questi aggiungerei cerotti, bende, garze – il kit di primo soccorso che in alcuni stati è obbligatorio avere, in moto almeno – e cortisone, arnica, autan, qualsiasi cosa si sia usi assumere o utilizzare per punture di insetti. Antinfiammatori, antipiretici, antidolorifici (beh, quella famiglia lì).

Antibiotici: se hanno scoperto la penicillina, beh. Usiamola. Ad ampio spettro, sempre che non si sia allergici, perché si rivela davvero versatile.

In certi paesi ove le acque sono contaminate, si potrebbe essere soggetti a dissenteria (bene che vada). Pertanto assicurarsi di avere anche farmaci legati a questo inconveniente senza trascurare una buona reidratazione. E, di contro, non sottovalutare il fenomeno opposto. L’alimentazione, le condizioni climatiche e le abitudini che variano potrebbero incidere sulla regolarità intestinale! So che fa un po’ specie parlarne, tuttavia se non si vuole rimediare assumendo qualche cibo un po’ avariato, forse è bene giocare d’anticipo anche questa volta. Aggiungo che, a maggior ragione, è anche utile riequilibrarla, quella poveretta della nostra flora intestinale. Non dimenticate dei microbiotici e cercate di non farvi obnubilare la mente dalle pubblicità. Spesso sono fandonie, quindi parlatene con chi di dovere (ecco, forse quelli che si conservano in frigo io non li considererei). Il cibo può influire sulla panza, vero, ma anche sul cavo orale. Alovex e passa la paura! Non c’è afta che gli resista.

Sempre a proposito di cavo orale, se portate apparecchi e dentiere, credo vi tocchi anche tutto ciò che serva per disinfettarli, pulirli e accomodarli.

Collirio, lacrima artificiale e occorrente per chi usa le lentine. Crema (e burrocacao) solare e pomata contro le scottature. Non dimenticate i prodotti appositi per i tatuaggi se ne avete, specialmente se appena fatti. Altrettanto dicasi per i piercings.

Io, per ciò che concerne i miei problemi usuali, ho sempre anche del Muscoril dietro: un miorilassante che ha fatto miracoli, altrimenti sarei ancora rigida come avessi incrociato lo sguardo di Medusa.

Gastroprotettori.

Propoli, miele e polline. Uno meglio dell’altro, sono naturali e non danneggiano in alcun modo il nostro organismo. Contro i “diavoletti” della gola, poi , soprattutto i primi due sono il massimo! Lenire il mal di gola è prioritario, per me. Non manco mai di averne, insieme con caramelline balsamiche e, non da ultimo, delle liquirizie che sono un toccasana per chi soffre di pressione bassa.

Altrettanto valga per aloeteatree. Sono versatilissimi e in certi casi possono rivelarsi un’ottima anticamera di farmaci veri e propri. Non starò a fare un trattato di omeopatia né di scienza, perché non mi compete.

Melatonina. Non è un sonnifero, ricordiamocelo. Si rivela comunque utile nel regolare i ciclo sonno\veglia. Se siete insonni, non sta a me consigliarvi il farmaco giusto, quindi vi rimando a quanto detto all’inizio. Ce l’abbiamo tutti un doc, no? ;D

 

Piccolo tip finale. Se riuscite a dotarvi di confezioni piccole e compatte, bene. Ancora meglio quelle monouso che, mal che vada, si possono anche gettare senza enormi sprechi, conservando però facilità di trasporto, di conservazione e spazio.

 

Insomma, non so se sia esauriente come scaletta e sicuramente ho tralasciato qualcosa che mi verrà in mente tra mesi,

però conto di avervi fornito un buono stimolo eh, ohi: attendo feedback, così da continuare!

 

Il beauty case del viaggiatore

Dopo la riflessione sul ciclo, (e pertanto la prima accortezza è proprio infilare in borsa una coppetta) cosa che ha suscitato non poca ilarità e forse un lieve imbarazzo in alcuni uomini, torno su un argomento un po’ futile, vanitoso e, probabilmente, inutile!

Ma in questi giorni ho la testa un po’ tra le nuvole e ci va così!

Ora: quando si viaggia è sicuramente necessario badare a più aspetti. Alucni tecnici e sicuramente fondamentali e altri meno, specialmente se si gironzola per luoghi urbanizzati o, cosiddetti, “civilizzati”.

Il peggio che possa capitare è dire “tanto al massimo lo compro”!

Beh, mi piacerebbe stilare un vademecum, inserendoci tutto ciò che ci (ci, esatto. Non mi dispiacerebbe avere la vostra opinione e alimentare la lista, via via) passi per la testa.

Al solito, inizio io.

Il contenitore: potete stoccare la vostra roba dove più vi garba, effettivamente. Se la borsina è impermeabile e facile da lavare, tanto meglio. Alcune hanno anche un gancetto, tipo quello delle grucce, che permette di appenderle. Consiglierei di usarne uno morbido e multitasche, così da trovare al volo ciò che serve e da riporre ciò che è necessario a gruppi organizzati.

Considerando che, ad oggi, che fosse bettola o che fosse tenda o camper ho sempre potuto usufruire di acqua corrente, direi che non sempre mi veniva messo a disposizione il sapone. Pertanto, forse prima cosa, un bagnoschiuma!

Bagnoschiuma che, essendo donna, viene seguito immediatamente da shampoo. E shampoo fa eco a balsamo. E qui, già, le boccette si accumulano. Ho deciso di allungare i capelli e li maltratto spesso, pertanto se non li ammorbidisco un po’, finisco per doverli districare con una cesoia. Quando anche il balsamo (o crema) non è sufficiente, mi tocca pure qualche prodotto da utilizzare prima dell’asciugatura e se si è in aereo la corsa ai contenitori dal dosaggio giusto è peggio della corsa agli armamenti in fase di guerra (by the way: 100 ml al massimo. Non significa 100 ml massimo in un contenitore anche più grande. Vuol dire che il contenitore stesso deve avere massimo quella capacità).

Perché tanto ce ne si ricorda spesso all’ultimo momento (io che mi muovo tanto su ruote a volte alcuni automatismi li perdo), ma fortunatamente lasciare un prodotto a casa non sarà mai grave quanto varcare la frontiera americana con della frutta portata da casa per merenda. Ma questa è un’altra storia!

E spazzola (o pettine)? A maggior ragione, per contrastare l’irsutismo, domare la chioma – più che lisciarsela per bellezza – diviene necessario. Vi risparmio la mia dipendenza da fon, ma alla fortuna di trovarsi in zone calde si può unire una bella treccia. Comoda, indolore, veloce. E se non altro dopo ti ritrovi un frisèe da invidiare Cindy Lauper al meglio dei suoi video anni 80.

Ah, per la cronaca… c’è un asciugamanino che farebbe proprio al caso nostro. Si chiama Aquis: lo si usa a mo’ di turbante e ha la capacità di assorbire una grandissima quantità di acqua dalla chioma. Poi, sta a ognuno decidere se sia più comodo questo o un asciugacapelli mignon.

Beh, dopo pelle e peli che fai, ti dimentichi i denti? Spazzolino, dentifricio e filo! Davvero, gente. Il filo è una gran cosa: ci potreste tagliare in due un panetto di burro, all’occorrenza.

A questo punto, in teoria, dovremmo essere ben lavati e spuzzati quindi aggiungerei del deodorante (alcuni ritengono che l’allume di rocca sia magico. Di certo non è liquido, però lascio a voi le vostre priorità) e della crema per chi, come me, combatte contro la pelle secca che deserto, levate.

Un asciugamano di quelli moderni, che si piegano quasi scomparendo e si asciugano a tempo zero. Se campeggiate, quello di sicuro vi tocca da casa. La comodità sta, appunto, nelle dimensioni ridotte ma anche, forse soprattutto, nella sua proprietà di asciugarsi davvero velocemente. Ormai si usano spesso – anche nella versione accappatoio – nello sport, perciò son certa li abbiate visti.

A meno che non abbiate in dotazione la meravigliosa borsetta asciugatrice (ride n dry) Guglatech che ha risolto l’impudica usanza di appendermi i panni in qualche modo sulla moto, perché il sole e l’aria facessero il suo corso!

E la limetta? E le pinzette? E le forbicine? Non so voi: io non porto unghie lunghe e di certo non voglio iniziare mentre sono in pellegrinaggio, a maggior ragione se questo accade per incuria e non per scelta! Perciò, orsù: facciamo che ci travestiamo da grizzly un’altra volta.

Salviette umidificate e gel per disinfettarsi, possono essere utilissimi al volo.

Cotton fioc. In realtà pare che siano stati banditi da molti stati, ma se ancora ne avete qualcuno , possono rivelarsi utili e non solo per grattarsi i timpani! ;D

Il borotalco.

So che ad alcuni rievocherà l’infanzia, ma io ho trovato nel talco un uso molto utile. Che non è spruzzarne nelle scarpe per attenuarne gli odori, ma usarlo contro sudore e umidità.

Parliamone. Io, se sudo, mi lavo! Come conto facciano tutte le persone della terra. In certi momenti, tuttavia, potrebbe essere difficile farlo e quella polverina sovviene facilmente in aiuto.

Supponiamo di essere in moto, alla guida. O di dover dormire o sostare in un luogo afoso, che ci porta a sudare. O passiamo la vita sotto l’acqua oppure, ve lo garantisco, oltre a tamponarsi con salviettine rinfrescanti e asciugamani, una bella “doccia” bianca – e no, non parlo di coca!!! – “asciuga” ed evita che l’umidita ci si appiccichi addosso.

Dirò di più. Anticamente il talco era utilizzato anche come shampoo a seccoOggigiorno lo vendono in comode confezioni chimiche, spray, che fanno una puzza da morirne intossicati. Ovviamente non si possono pretendere miracoli, ma fidatevi che – badando a distribuirlo bene prima e a scrollarsi di dosso l’eccesso poi – quella del talco è una straordinaria capacità di assorbire l’unto. Non vi farà la chioma come foste usciti dal coiffeur, certo… Talvolta io lo uso preventivamente: quando so di poter incontrare giornate calde, nonostante il sottocasco, una passata ce la do.

Sappiatemi dire!

Trucchi?

E mo? Io, da ragazza un pochino vanesia, c’è una cosa una che proprio non posso dimenticare a casa. Si chiama rossetto. È il mio unico vezzo senza il quale potrei sentirmi nuda, a volte. Non sono una donna che ama truccarsi, anzi. In realtà ne sono anche poco capace, però quel tocco di colore, spesso in contrasto o in accordo con il resto dell’abbigliamento, mi dà un senso di vivacità. E detto da una che ha i capelli rossi, direi che la monocromia non sia proprio il mio!

Ne ho così tanti da uscirmi dalle tasche e dalle borse, incluse quelle della tuta da moto (o antipioggia che sia) e accessori vari!

Less is more, quindi anche un filo di matita e\o di mascara, in aggiunta (o al posto di) per me bastano a dare un tono, senza eccedere né riempire la trousse. Anche lo smalto occupa poco spazio, però le unghie con lo smalto rovinato e smangiucchiato sono brutte e fannos ciatto. O ci si porta dietro l’occorrente, o è meglio demandare al rientro!

Voglio dire, un filo di make up non ha mai fatto male a nessuno. E poi, uno dei miei motti era:

dato che non sono brava, per lo meno vedo di essere carina!

 

E poi? E poi mi sa che sia l’ora delle cose serie.

Farmaci (clic for more)

 

Amici in moto – Cristina

Recentemente mi son sentita chiedere spesso il perché abbia optato per una certa moto, specialmente alla luce di quelle che sono le mie velleità “viaggianti”. A corredo, oltre la curiosità, ne sono piovute varie critiche. Ho risposto abbondatemente, direi, attraverso delle parole che mi sono uscite “di pancia” e non starò a ripetermi.

Effettivamente, però, la stessa domanda l’ho posta spesso anche io ai miei compagni di avventure – fisici e virtuali -. Qual è il criterio con cui si sceglie la moto, ammesso che ne esista uno?

Credo che ognuno abbia, un po’ come per i vestiti, per la casa o per chissà diavolo cosa, un proprio principio ispiratore. O, talvolta, delle esigenze. La stazza fisica, ad esempio, incide. A volte le possibilità economiche o, spero spesso, è puramente amore a prima vista.

In tanti si sono prestati a darmi la propria versione e allora oggi vorrei cominciare con Cristina!

Senza pensarci troppo, ecco cosa mi ha scritto:

Non c’è, forse, un motivo terreno per descrivere quel momento in cui si sceglie la moto su cui poggiare il fondoschiena.

È un po’ come quando, da bambina, ti innamori per la prima volta: ti batte forte il cuore… vorresti stare solo con lei a giocare, a riderci insieme o parlarci. Ti fa sentire viva!

Ecco. Questo è ciò che ho provato mentre cercavo la mia “bimba” su cui saltare in sella. L’ho vista e me ne sono innamorata, come davvero una bambina. Emozione… tanta. Così, quando ho chiesto di provarla, non appena mihanno risposto di sì ho percepito un senso di libertà indescrivibile.

Non solo: anche, finalmente, di realizzazione personale. 

Eh sì. Perché simoleggiava un po’ una rivincita. Significava “sbattere in faccia” a chiunque mi dicesse che non ce l’avrei mai fatta, in quanto donna, che si stava sbagliando (anzi: che si era sbagliato) poiché invece ce l’avevo fatta.

Il giorno in cui l’ho ritirata dal concessionario, ci sono salita su. Ho infilato il casco, infilato i guanti e ho fatto quel magnifico, magico gesto che è girare la chiave. E ho avuto la mia conferma: era lei!

Il rumore, le vibrazioni, la posizione di guida… mi sembrava che non fosse la prima volta, anzi. Quasi come un déjà-vu percepivo tutto come se fosse già – stata – mia.

L’ho provato all’epoca e lo sento tuttora, quando la tiro fuori che sia per una passeggiata tranquilla, un po’ di curve sui passi o un viaggio.

Libertà. Non tutti conoscono il significato, e non mi riferisco al vocabolario, di questa parola. Io sono certa di riuscire a “sentirla”, con la mia Scrambler (Ducati, N.d.A.).

Perché non ci si può sentire liberi senza una fantastica compagna di viaggio. E io mi sento libera grazie alla mia bimba.

 

Cosa possiamo dire ancora… La passione è passione e non si discute. Mai mettere in dubbio l’amore di una donna per la moto, perché potrebbe sempre sorprendervi… E sconvolgervi!!!

Oltre a lei e me, altri amici hanno voluto raccontarsi! Andrea (I e II) e Flo!

La mia prima moto

La mia prima moto è stata (è, in realtà, perché ce l’ho ancora) un Monster 600 a carburatori, del 1996.

Non sono certa che sia stata una scelta dettata dall’amore, ma amore comunque è diventato dopo.

In realtà, il mio primo mezzo a due ruote motorizzato è stato un cinquantino: un Aprilia SR “valerossi”! Mia madre era sbiancata alla mia richiesta di comprarmi la versione carenata, l’RS 125 Chesterfield replica (ma anche una RS 50, toh!!!) e così, meglio di nulla, mi sono “accontentata” della versione minore.

Direi che avere lo scooter fosse già una fortuna, comunque. Anche se, quella fifona di mia mamma, me l’aveva preso perché non salissi dietro altri, ma alla fine mi concedeva ben poco movimento per godermelo davvero!!!

Credo di averlo sfruttato meglio e con più gusto all’univerità dato che, nonostante ormai fosse abbondantemente acciaccato, almeno a Bologna madre non aveva minimamente contezza dei miei spostamenti.

Morto definitivamente, son passata direttamente all’auto che a mia madre dava un senso di tranquillità maggiore e l’ipotesi moto, almeno per un po’, non si è più affacciata.

Finché, nonostante tutto, in me non è tornata una certa voglia… come un prurito. O come un rutto, che esplode senza chiedere permesso!

Mia mamma non si spiegava come mai, data questa passione, non amassi andare in giro con mio babbo – biker di lungo corso – e io faticavo a spiegarle ciò che ho compreso poi con il tempo. E cioè che a me, fare la “zavorra“, non mi garba proprio per niente.

Ad una certa età ho lasciato Bologna – scampando una convivenza che “oh mio dio” – e sono approdata a Rimini. Le spese si sono ridotte e, qualche anno dopo, ho trovato un ragazzo. Motociclista!!! Imparare sulla sua sarebbe stato un suicidio, ma nel frattempo un amico comune ho scoperto che vendeva la propria: il famoso mostriciattolo di cui sopra. L’aveva lasciato non so dove, in conto vendita, da una vita così, pur di liberarsene, me l’ha ceduto al prezzo del passaggiodi prorpietà. E con una bazza così cosa fai, non la lanci un’OPA?!?!

Non era messo bene, però il mio (ex) ragazzo è un meccanico – ad oggi Ducati, quindi direi di aver avuto delle buone mani a lavorarci su! -.

In realtà non un – almeno minimo – restauro alla moto era il problema, bensì il parental control. Però ormai ero grande, i soldini erano i miei e quindi né l’infarto di mia madre né il “niet” di mio padre nulla hanno potuto contro la luccicanza che avevo negli occhi!!!

 

Così, infine, giunse

E alla fine, sebbene sgarrupato, rigato, bozzato, rovinato e forse pure un po’ incidentato, ho portato a casa questo esserino che nemmeno se avessi partorito il re del mondo…

Quanto tempo speso appresso, per riuscire a metterlo un po’ in sesto! Il che era bello, perché univa e rinsaldava, via via, anche il rapporto che c’era tra me e il mio fidanzatino non senza farlo sbellicare dalle risate tutte le volte in cui, i primi tempi, facevo pratica impacciata e goffa.

Ricordo ancora un giorno: una mattina, per l’esattezza. Uscendo dall’officina, la quale è a ridosso di un semaforo su una strada alquanto trafficata, mi ero ritrovata con il rosso in corso. Purtroppo, oltre a questo che di per sé mi agitava perché significava – se non fossi partita per tempo – rallentare le auto dietro a mettercisi contro c’era anche un lieve dosso. Dosso che, oggi, probabilmente non percepirei nemmeno mentre ai miei esordi ogni sassolino sarebbe bastato a condannarmi a paura certa.

Beh, aleggiano ancora voci su me che, quella volta, ho fatto spegnere la moto – o il semaforo, a scelta – millemila volte perché, ad ogni minima sgasata per partire, mi spaventavo e lasciavo l’acceleratore, per paura che troppa potenza mi facesse volare via la moto, rendendola ingovernabile!

Quindi provate a immaginarvelo: me. Moto. Semaforo. Lieve colpo di acceleratore, panico, moto che torna indietro. E si spegne. Rewind!

Moto che, alla luce del tempo, ho capito essere viva per miracolo perciò non si sarebbe mai sognata di disarcionarmi così come temevo! Però io la guardavo ancora con sospetto e con rispetto, quindi basta chiedere, a Novafeltria, della rossa sulla Ducati che non sapeva partire al verde…

Prepensionamento? Chissà!

Purtroppo il Monster necessitava di alcune forti opere di manutenzione che, nonostante la manodopera del mio ragazzo e vari pezzi di ricambio recuperabili facilmente, avrebbero comportato un esborso non indifferente e lì mi si è parata davanti la scelta: se orientarmi su una nuova moto, più nuova o, comunque, messa meglio o se spendere una cifra pressoché equivalente in restauro.

La risposta ce l’avete già…

Ma, sebbene sonnolenta, lei è lì. In garage. Che attende. Ora le mie energie si concentrano sulla Big Red, ma la “piccola” non l’ho dimenticata. Arriverà il suo momento!

E voi?

Qual è stata la vostra prima moto? Ce l’avete ancora? Vi è mai capitato di venderne una per poi pentirvene? Insomma… quali sono le vostre storie?

Per chi volesse raccontarcele e leggerle, può trovarci qui, sulla mia pagina facebook.

Buona strada!

Motoincontro del Monte Catria

25 \ 27 gennaio 2018. AgnelloTreffen.

Sì, lo so che l’articolo ha un altro titolo ma, invero, tutto parte da qui!

Non avevo mai partecipato a un raduno invernale e quest’anno, complice anche un clima temperato per essere gennaio, avevo deciso di spostarmi e di tentare.

Purtroppo, a causa di un imprevisto, sabato non ho potuto muovermi e pertanto l’idea di salire è sfumata. Tanto più che la mia rossa era – ed è tuttora – nel reparto di rianimazione della mia officina.

Così, pur di sfogare la mia voglia di moto… ho trovato un compromesso.

Il mio compagno mi ha proposto il raduno del Monte Catria che, nonostante forse non raggiunga le dimensioni dell’Agnello, tanto sconosciuto invero non è dato che è alla sua 42^ edizione!

Restava il problema moto. Che io non ami fare la zavorra è risaputo. Che sia pressoché incapace, pure… E così, quel santo uomo, mentre allestiva il suo GS ha ceduto a me il Domi.

Mitico Honda Dominator, classe 1992 – esattamente dieci anni più giovane di me – tirato “rally” e reduce dalla Gibraltar Race 2018, nonché futuro partecipante dell’edizione del 2019!

Insomma, un chicchino che per gli esperti del settore meritava almeno una sosta per rimirarlo e apprezzarne le modifiche.

Io, che di moto non ci capisco granché già con quelle mie o di genere simile, figuriamoci il resto, mi sono prestata a questo esperimento. Col terrore nei polsi!

Scuola guida!

Invero, la sera prima avevo già fatto delle prove nel parcheggio, con l’ansia nel cuore, la tremarella nelle zampe e la vergogna di chi mi guardava con occhio compassionevole! Non che sulla mia rossa possa vantare imprese d’eccezione, ma almeno ho passato la fase “facciamo le figuracce davanti a tutti”. Così, non solo ero a cavallo di un aggeggio a me poco consono, che mi faceva vergognare un po’ al passaggio di tutte quelle belle motine “stese” (carenate), ma incarnavo perfettamente il cliché della donna incapace di andare in moto. E se ci ho messo anni per scrollarmelo di dosso, ora non avevo voglia di arrivare al raduno a stento e tentennando!!!

Va beh. Se “Roma non è stata costruita in un giorno“, arrivare laggiù poteva anche diventare una passeggiata molto, ma molto lenta!

Allons enfents…

Così ho imbroccato la panoramica del monte Ardizio: sei sul mare, parallelo pressoché alla costa… aspettarsi dei bei tornanti è utopia, ma almeno verso la fine – prima di immettersi obbligatoriamente sulla statale adriatica –  qualche curvetta si propone, presentando un panorama sul mare d’inverno che lascia a bocca aperta!

Purtroppo ne è seguito qualche km di rettilineo, che tuttavia mi è stato utile per prendere confidenza con la bestia che avevo sotto il sedere.

La prima svolta sarebbe arrivata a Fano, verso Fossombrone, Niente superstrade, ma una antica via di epoca romana: la Flaminia (che, fantasia vuole, prende il nome da Gaio Flaminio Nepote). Avete presente il detto che “Tutte le strade portano a Roma”? Mbeh, ora sapete perché!

La Flaminia fu fortemente voluta per collegare l’Urbe alla mia Rimini (insomma, al “nord”), proseguendo ancora verso Milano sotto un altro nome, cioè Via Emilia.

Ma a me bastava fermarmi molto prima, possibilmente senza ruzzolareLa geografia non era una priorità, tanto più che seguivo quell’altro e, probabilmente, se avessi saputo prima cosa mi sarebbe toccato, non l’avrei fatto!

Un breve tratto di statale

Di certo una chicca interessante, in realtà, c’è. Laddove io ho deviato per raggiungere il luogo del raduno, si può invece proseguire sulla via maestra che, traversando gli Appennini, congiunge le Marche all’Umbria grazie al passo della Scheggia. Che no, non significa che te lo fai a razzo, ma piglia il nome da un paese che sta lì!

Il mio bisogno di caffè, che cozzava con quello di placare il tremore, ad un certo punto ha preso il sopravvento e così ho fatto una sosta tecnica a Fossombrone. Beh, belli miei… Che sia in moto, in auto oppure in pellegrinaggio, fateci un salto.

Fossombrone è romana anch’essa (Forum Sempronii), ma poverina ha subito più dominazioni lei del Madagascar a Risiko. Ora, non so gli abitanti come l’abbiano vissuta, nel secoli. Ma la città, da un punto di vista storico, architettonico e artistico, è ora una perla da conservare e ammirare. Tra tutto, la Rocca Malatestiana che si erge superba appena fuori il centro abitato, sul tragitto che porta ai monti delle Cesane.

Nonostante una conversione in gita socio-culturale avrebbe potuto ridimensionare il mio percorso, la sfida era in atto.

Ora, lasciandosi la riviera alle spalle e addentrandosi nel cuore del centro Italia, era scontato che dalla piana si passasse ai colli. E colli significa curve. E curve significa…?

Beh, per un momento ho temuto morte certa! Ci ho messo una vita a imparare le traiettorie e la modalità di guida della mia 3×9, che effettivamente ha dei toni bisbetici e ora mi sembrava di essere balzata su una mountain bike. Il mio primo pensiero è stato:

“Come diavolo si fa a progettare una moto col manubrio che si muove?!”.

No, non è che ballasse, ma questa moto ha uno sterzo che… sterza! Al contrario della mia. Più alta, porta a una postura decisamente differente e così, laddove mi veniva di spostare le chiappe che manco Stoner, dovevo invece ricordare che dovevo settare il  mio corpo in tutt’altra maniera.

Ah! Vi pare facile a voi! Forse sì, invece io a quanto pare faticavo a resettare la mente… Ma, tra una preghiera, una sudata, un qualche ciclista probabilmente sfiorato e tanta tigna… A ‘sto raduno ci sono arrivata.

L’ingresso al raduno

Finché, in cima, non ci siamo incolonnati. Un tizio si era frapposto tra me e Luca e non so cosa gli fosse passato per il capo, ma mi esortava a superarlo. Io che mi ero fermata e bloccata, pietrificata, non accennavo a muovermi nemmeno pagata finché quello – forse spazientito – non se n’è andato da sé. Quando Luca è tornato a prendermi, dato che non l’avevo seguito, ho fatto forse la cosa più saggia e pusillanime della giornata: ho messo il cavalletto. Ho piazzato la moto lì e gliel’ho mollata!

Fortuna, per la mia incolumità emotiva, che fossi tra le poche, pochissime donne motorizzate e che, come accennato, quella moto sia talmente “ganza” da aver convogliato tutta l’attenzione su di sé, distogliendola dalle mie maldestre manovre di autoconservazione!

E io, finalmente, ho potuto rifugiarmi nell’unico bar, al caldo, a sorseggiare ancora caffé.

La quota raggiunta non era alta, però il vento era forte, fortissimo tanto da aver ribaltato varie cose – e questo non mi confortava affatto… All’ennesimo suono di roba che si sfracellava, ho guardato il mio ragazzo e gli ho detto testuali parole (un po’ meno dolcemente):

“IO, giù – per le curve, con la neve e la fila – non ci torno! La moto resta qua. O scendi con la tua e risali, a piedi, e porti giù o io, comunque, un modo per tornare a casa lo trovo!”.

Po’rello…

Il vento l’ho sfidato diverse volte e ammetto che se non lo sopporto nemmeno a piedi, figuriamoci in movimento. In moto. E’ una di quelle situazioni che mi spaventano e sapere di non riuscire a toccare bene a terra, con una moto che non conosco, su asfalto scivoloso non era ciò che mi ero prefigurata.

Non sono una mammoletta, ma ci sono giorni in cui osare e altri in cui essere conservativi. E quello, faceva parte dei secondi.

Tanto per farmi dissipare adrenalina, tra una ciarla e una cazzata con amici ritrovati e astanti, sono andata – ma guarda un po’!!! – a mangiare! L’iscrizione prevedeva una lauta colazione, dolce e salata, così ho deciso che dar pace alla panza avrebbe risolto la metà dei problemi. Tra l’altro, tra i souvenir, a differenza di gadgets e cazzabubboli vari che spesso si regalano – e puntualmente si perdono o buttano poco dopo – il motoclub organizzatore ha pensato a delle – ottime pure – piadine! Un pacco di pida, che la sera non ho mancato di addentare nemmeno un leone a dieta da settimane.

Così ne ho approfittato anche per visitare il castello di Frontone, ove appunto si teneva la merenda, e osservare il panorama da ancora più in alto.

E, dall’alto, tutto acquista un altro senso… Io non sono una grande amante della neve, però apprezzo i luoghi (brulli), ameni e fuori dal mondo. E… e lì, ho trovato una risposta a tutte le mie domande. “Perché?!?!?” Perché guidare con incertezza e rigidità, come se non l’avessi mai fatto prima, e il timore di falciare ciclisti o di finire in terra con una moto non mia e a me forse poco congeniale!?!?

Per tutto quello che stava accadendo intorno a me.

Ed è per questo che, non avendo potuto farlo di persona perché si era tutti sparsi e non ne conosco i vertici, non posso esimermi dal ringraziare il Moto Club Ancona “G. Lattanzi” – La Casetta -ASD che imperterrito, con qualsiasi condizione meteo, si prodiga di anno in anno per mantenere viva questa tradizione.

Tradizione che, a pranzo, avrebbe portato a mangiare non so dove.

Io invece ho preferito gozzovigliare ancora un po’ per bearmi della vista… e perché, sulla strada del rientro, non nego che avrei facilmente trovato una qualche altra motivazione per un pit stop.

Il ritorno

Ora. La moto, effettivamente, l’ho guidata sin dai piedi del castello. Forte di un momento di calma apparente, mentre la gente sfollava per rifocillarsi, sono tornata giù.

Non nascondo nemmeno che ho anche confidato in taaaanta tantissima fortuna. Nella probabilità ce a quell’ora le persone fossero a pranzo (tutte, bimbivecchidonneeuomini) e che qualcuno vedesse me prima che io potessi vedere lui per… stracciare un paio di STOP che mi lasciavano un po’ perplessa. E no, non perché dovessi fermarmi, ma perché se l’avessi fatto non avrei toccato a terra! Addirittura, ad un semaforo, avendo messo la moto in folle son rimasta piantata finché il mio fido accompagnatore non è tornato indietro chiedendosi perché non mi muovessi. Insomma: non toccavo con il piede destro perché c’era un lieve dislivello, perciò se l’avessi messo a terra mi sarei sbilanciata e cadere – sulle auto parcheggiate – non ere una priorità.

Sì, lo so che per guidare un mezzo sebbene non si arrivi perfettamente a terra con le zampe il modo c’è, però io quel giorno non ero molto propensa all’apprendimento! E infatti ho continuato a poggiarmi a gradini e marciapiedi, per il divertimento di tutti…

Così, mesta, delusa, incazzata e nervosa – sì, perché avevo il timore di aver rovinato la giornata a lui e perché mai avrei pensato di poter fare tanto schifo! – sono tornata a casa. Viva.

Ma. Ma siccome sono testona. Ma siccome l’offroad inizia a diventare un tarlo. Ma siccome sono provocatoria e capatosta. Ma siccome è diventata una questione personale…

Stay tuned. Che magari la prossima volta ho da raccontarvi qualcos’altro! ;D

Elogio di una 999

In questi giorni, con EICMA di mezzo, mi è capitato spesso di interagire con motociclisti di ogni tipo i quali, sapendo della mia moto, hanno reagito – quasi tutti – in modo simile.

La 999, a quanto pare, è una moto difficile. Come ogni Ducati è scorbutica, non ama i bassi, tende a perdere pezzi – leggenda narra! – e, almeno questo modello in particolare, è difficile da gestire. Pesante, va domata fisicamente e i semimanubri non agevolano certamente le manovre o certe strade curve. Ha la frizione dura e, a furia di sfrizionare, si indurisce ulteriormente e la moto si surriscalda. Ed è scomoda.

Così, perlomeno, la si descrive. E parzialmente concordo.

Io non ho un gran confronto con altre moto. Ho iniziato con un vecchio Monster 600 a carburatori. Del 1996 che era anche un po’ sgarrupato, aveva un’accelerazione lenta e limitata ma, soprattutto, nonostante tutto è sicuramente più agile.

Da quando ho iniziato a viaggiarci, i riscontri sono stati pressoché gli stessi, a gruppi di due: gli “ammiratori” e i detrattori.

Avevo scorto da lontano un parcheggio enorme, con un castello a lato e una bellissima vista sul mare. Credevo fosse breccia, ed invece era sabbia!

Pacifica la sua descrizione, i primi – comprendendone appunto i limiti – mi fanno tanti complimenti perché, solitamente, non è una moto guidata da una donna – proprio per la fatica – e governarla è arduo. Specialmente quando tento di portarla allo stremo, su passi impegnativi – vedi Stelvio – o su terreni inadatti – vedi strade bianche, sassaiole, etc -.

I secondi, invece, si suddividono ulteriormente.
Quelli che credono lo faccia per una qualche forma di sfida, tanto per attirare l’attenzione. E sbagliano.
E quelli che continuano a cercare un modo, almeno uno, per farmi desistere e prendere una moto “comoda” o, perlomeno, adatta.

E questo mi innervosisce alquanto, forse più delle provocazioni di chi mi prende per quella che vuole fare “la fenomena”.

La moto adatta?

Sono anni che guido la moto. Io lo so. Lo so benissimo che esistono mezzi progettati per il turismo. Non sono mica così idiota da non averlo capito. So anche che la mia rossa ha dei limiti fisici che le rendono difficile certi percorsi o certi progetti.

So bene che la carena sotto non mi fa saltare gradini più alti di tot centimetri o che lo sterzo potrebbe essere poco conciliante su alcuni tornanti.  Insomma, la guido, me ne accorgo anche. Ma ciò che non comprendo, al pari di chi non comprende me, perché si insista, ostinati, a volermi far cambiare moto. Un po’ come stressare un fumatore perché smetta (e io sono una ex fumatrice): non lo farà mai perché tartassato, fidatevi!

Insomma, che fastidio vi do?!

Viaggio principalmente da sola, il che non rallenta nessuno lungo la via.
Sono caduta poche volte: da ferma, come ogni motociclista rispettabile. A causa della pioggia, sul dritto. E per colpa di un’auto che non aveva il freno a mano. Quindi non si può nemmeno dire che sia un intralcio, un intoppo agli amici con cui mi accompagno talvolta. Anzi, ad oggi ho dovuto io sorbirmi quello che, ritenendosi il Bayliss o Cairoli di turno, s’è aspettato perché stampatosi da qualche parte.

Dicesi che, con un’altra moto, potrei stare più comoda. O guidare meglio. Forse.
Beh, chiariamo anche un concetto. Io sono abituata a quella, pertanto non so cosa significhi stare “più comoda”. Ma io non sto scomoda! Insomma, se così fosse perché mai dovrei spararmi 1000 km in giornata o 10.000 in 6 settimane. Cosa avrò mai da espiare!

Io su quella moto ci sto maledettamente bene.

Mi ci incastro perfettamente. Adoro le gambe accovacciate, come quando ero in sella ad un cavallo solo. E la posizione reclinata: per me è un sollievo curvare la schiena, dato che quando cammino o sto seduta son ritta come un fuso. Inoltre, voi partite da un presupposto sbagliato: non pensate di star gobbi sulla vostra moto. Questa è fatta apposta, la percezione è ben diversa!

E i polsi… Ma ce l’avete tutti con i polsi.

Il mio istruttore mi ha insegnato a guidarla con le cosce e con il bacino: se avessi il cruise control potrei camminare senza nemmeno sfiorarli, i semimanubri. Non sto gareggiando, sono rilassata quando giro, io. Pertanto, non è infrequente vedermi addirittura appoggiata al serbatoio o con il telefono in mano per girare un video… ;D

E se non riesco a raggiungere un determinato posto, credo che il problema sia mio. E se rischio di insabbiarmi, come è accaduto in Portogallo, il problema è mio. E se invece ce la faccio, il problema è sempre mio perché qualcosa da ridire l’avrete sempre.

Ma a voi, in fondo, che diavolo ve ne importa?!?!

Passiamo a quelli che mi tacciano di sensazionalismo.
Io “faccio eco” ogni tanto per i motivi suddetti. Lo farebbe chiunque, non sono certo “così” speciale. A me non piacciono i limiti. E se ne trovo alcuni, spesso mi garba superarli. Lo faccio con la 999, lo faccio a piedi, lo faccio punto. Embè?

Io amo quella moto. Non andare in moto. QUELLA moto. Ad oggi è ciò che voglio, ciò che mi dà le sensazioni giuste e ciò che mi basta. La cambierò? Giammai. Ne prenderò un’altra? Sicuramente. Perché l’offroad mi è entrato dentro e so che posso farlo veramente, solo con la dueruote fatta apposta. Ma per ora, ogni volta in cui ci salgo, il cuore trabocca di felicità.

Inoltre, appena patentata, quasi chiunque mi ha consigliato di cambiare attività o di darmi all’uncinetto o… i più carini, di prendere una moto più facile da usare. Innumerevoli i miei pianti. Il nervosismo. La frustrazione. Eppure ci credevo. Credevo in me, credevo in lei e lo volevo. Quindi, ogni passo in più che riesco a fare su quella bestia, per me è una conquista. Girare il mondo (perché sì, voglio portarla ancora altrove) per me è stata una soddisfazione indecente e indescrivibile.

Non piego abbastanza? Non gratto le saponette? Beh, chissene. (E poi, demanderei queste “bravate” alla pista e non alla strada). Però, io, ho fatto quello che ho fatto. E non ne ho ancora visti tanti. E, comunque, arrivare a ciò, per me, è quel miracolo che tanto richiama il mio meccanico. La “magia“, mi definisce lui! Da quel dì in cui, appena comprata, mi ha vista scendere per le vie ondulate del Montefeltro, timoroso che non arrivassi alla prima curva intera e sulla moto (a ragione, eh!) ad adesso ne è passato. E noi, siamo felici così. La prima sfida l’ho vinta con me stessa. Tanto basti.

Io sono la 999.

Quindi, signori miei, avete abbondantemente rotto i coglioni.

Enough?

 

PS. Un grande grazie, invece, a quelli che mi hanno pazientemente sopportata in questi anni. Che mi hanno trascinata in giro, aspettandomi, quando ancora avevo paura già solo a tirare fuori la moto dal garage.

International Female ride day

Ovverosia: giornata mondiale delle donna motociclista.

A quanto pare ricorre ogni primo sabato di maggio ed esorta ogni donna motociclista a girare con la propria moto. E io, che casco sempre dal pero, non lo sapevo nemmeno!

Ne aveva parlato Catalina, invitandoci invero all’evento di Bologna, durante la nostra cena insieme a Riccione e a me, quando si parla di gironzolare – specialmente in moto – si rizzano tutte le antenne.

Così sono andata a spulciare su internet e su Facebook mi ritrovo l’annuncio della giornata organizzata da Andrea (Maida), che ormai io conosco fin troppo bene! Di corsi di guida con lui ne ho fatti due e mi mancava la pista, ma il mio scarico poco prima aveva deciso di esplodere letteralmente!

L’ultimo, proprio pochi mesi fa e allora, perché no? Un nome una garanzia, anche se in genere li organizzava, i miei, una mia amica. Avrei dovuto fidarmi di Andrea anche come PR oltre che come pilota e maestro?

Beh. Intanto sono arrivata la sera prima, alloggiando all’Hotel Cavalli, proprio a Loreo. La proprietaria è Paola, la moglie di Andrea e devo dire che la gentilezza è di casa, lì!!!

Essendo partita presto, ho potuto mettermi in camera a lavorare un po’, così da liberarmi il sabato. La sera ero già pronta ad una cena leggera, frugale e da sola (cosa che a me non pesa poi affatto), invece mi sono ritrovata a tavola non solo col Mister, ma anche con delle altre ragazze che avevano avuto la mia stessa idea di arrivare la sera prima e… E ci siamo divertite da matte!

Andrea è sempre stato bravo ad amalgamare le sue allieve. Che lo sia a sceglierle, ad attirarle o a integrarle, non c’è volta in cui mi sia trovata male. E venerdì non era da meno.

Finalmente il sabato!

Sabato mattina, sveglia all’alba perché il Boss inizia presto, eh! Io ho provato a evitare il piccolo briefing, essendo il IV, per dormire ancora un poco ma poi ho preferito far comunella insieme con le altre ;D

Assicuratosi che avessimo, più o meno, capito tutte tutto, Andrea ci ha finalmente messe in marcia. A coadiuvarlo, Serena: una ragazza dolcissima e bellissima che non ha mai, e dico mai, fatto pesare la sua bravura né con boria né con competitività. Serena è una delle istruttrici donne migliori che si possa trovare e menzione d’onore a Carlo, suo marito (ad ogni incontro con Andrea, c’è sempre un Carlo. Va beh) che ci ha fatto da chiudifila e che ci ha anche riprese con un drone.

Ah, dimenticavo: Serena è un “puro prodotto Made in Maida”, nel senso che è stata una sua allieva e questo dimostra quanto bravo lui sia. Un po’ di DNA motociclistico, un buon istruttore et voilà, un’assistente di prim’ordine!

Il giro si è rivelato davvero intenso e divertente, e non mancherò di parlarne ancora. Andrea l’ha suddiviso tra mattina e pomeriggio, con pranzo in hotel dove Paola ci ha nuovamente deliziati.

Tra l’altro, essendo ora tutte al completo, la “caciara” era aumentata ma anche la complicità e il divertimento.

E difatti, poi…