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WRWR: Women Riders World Relay 2019

«Volevo innescare una sorellanza globale di donne ispiratrici per promuovere coraggio, avventura, unità e passione per il motociclismo da tutti gli angoli del mondo e fare qualcosa che non è mai stato fatto prima su questa scala. Il mio obiettivo è quello di rendere il settore WOW in grado di concretizzare il mercato globale per le donne negli sport motoristici e di ispirare le donne di tutto il mondo».

Con queste parole la fondatrice del WRWR, Hayley Bell, spiega la sua iniziativa.

Un’iniziativa unica nel suo genere, destinata a diventare addirittura un primato.

Un tour di 100 paesi, che vedrà coinvolte migliaia di donne soprannominate “Guardians” intente a trasportare un testimone – un bastone di legno intagliato a mano – consegnandoselo lungo le numerose tappe come da programma.

 

Il record

Abbiamo parlato con i responsabili del Guinness World Records e l’evento infrangerà ufficiosamente due record: la staffetta più grande del mondo e la staffetta femminile più grande del mondo. Per il record ufficiale, dovrebbe svolgersi in uno stadio!”.

 

L’idea

Quasi come un “sogno d’una notte di mezza estate”, Hayley ha avuto una folgorazione circa un anno fa, proprio durante la bella stagione.

Pilota di enduro e motocross, la vulcanica ragazza la sa lunga: a detta sua, nonostante il crescente numero di donne in sella, l’industria del motociclismo sembra non essersene ancora accorta pienamente.

Come già può riscontrarsi nel settore dell’abbigliamento che, spesso, vede costrette molte ragazze a ripiegare su accessori o tute da uomo o su “banalissimi” completi rosa, “patendo” la penuria di attenzione verso le proprie esigenze.

Non chiamatelo semplicemente “girl empowerment”!

Quella di Bell non è solo una manifestazione, dunque. Ma anche una sfida, una provocazione mirata a far riconoscere la forza e la determinazione del mondo femminile e, anche, a evidenziare quale forte numero e gran potenziale il mondo delle motocicliste sia.

Ghettizzazione?

L’entusiasmo contagioso di Hayley sembra sciogliere ogni dubbio. Il WRWR, a differenza di molti eventi inclusivi, si svolgerà “fuori”. Fuori dai confini nazionali, fuori dagli schemi, fuori da tutto a riprova dell’esistenza di un micro-cosmo forte e irriducibile, che non si può ignorare.

Siamo un segmento in crescita, in controtendenza rispetto all’andamento generale. Dobbiamo unirci e raggiungere un traguardo che nessuno aveva mai neppure osato sperare”.

Il riscontro mediatico

Non appena sviluppato il piano, Hayley l’ha immediatamente tradotto in termini concreti.

Dalla creazione del gruppo Facebook, l’iniziativa ha registrato quota 10.000 iscrizioni in oltre 80 paesi, in un solo mese. Ad oggi se ne contano oltre 50,000 world wide.

Gruppo altamente eterogeneo che ha livellato tutti gli scaglioni sociali e da cui sono nate anche delle sezioni locali, evidenziando un riscontro inaspettato che si autoalimenta quotidianamente.

Il potere della comunità biker è incredibile. Anche senza attività di marketing o promozione, il progetto è cresciuto grazie al semplice passaparola. Ed è anche un ottimo modo per raccogliere più informazioni su di noi in quanto motocicliste”.

E, contrariamente al timore fondato di trovare opposizione da parte del contraltare maschile, gli uomini hanno dimostrato invece supporto e accoglienza.

Donne ispiratrici

La pilota inglese ammette di aver tratto ispirazione da varie donne che si sono distinte nel mondo del motociclismo. Come Maria Costello – prima presidente donna della TT Association – e Ana Carrasco – vincitrice del Campionato mondiale Supersport 300 -. “Anche nel nostro gruppo non mancano modelli positivi e rider straordinarie”, aggiunge.

Non a caso, prima che il testimone lasci il Regno Unito per la Francia, l’Ace Cafè di Londra ospiterà per l’occasione Elspeth Beard, la prima donna britannica ad aver compiuto il giro del mondo in sella ad una moto!

L’itinerario

Ad oggi, l’itinerario è già stato programmato.

Data del kick off 27 febbraio, con partenza da John O’Groats, Scozia. Lungo il percorso numerosi i checkpoint.

Le due tappe tricolori si avvicinano: il 25 marzo le connazionali incontreranno le francesi a Menton presso Yamaha Motors Forecourt, ove prenderanno in consegna il testimone puntando verso il Lago di Garda con sosta a Parma, nella concessionaria BMW R.P. Motors dove le attende una sorella biker, Rossella, per un welcome party. Il giorno seguente la marcia riprenderà verso Gorizia ma, prima dell’incontro con le colleghe slovene, altri due appuntamenti: Verona, con visita alla casa di Giulietta e poi, come non fermarsi da Special di Mr. Martini, noto customizzatore italiano? Mentre, nel pomeriggio, un veloce break ospiti della Triple Bike, la concessionaria Triumph Vicenza, organizzato da Sandra di “Free Spirit Parts” ove il gruppo finalmente si compatterà.

Last but not least, un saluto a Silvia Silviafit a Villesse. Ex motoviaggiatrice e pilota; parte integrante di motocicliste.net e ora, a seguito di un brutto incidente che le ha tolto qualcosa, ma non la passione per le moto né le sue amicizie, anche membro attivo del direttivo Di.Di. – Diversamente Disabili -.

Le ardite donne italiane che si cimenteranno, accompagnate dall’inglese Louisa Swaden (Ambassador Italiana) coadiuvata nel suo ruolo dalla coambassador Rosaria Fiorentino sono: Licia Bonoli  e Valentina Bertelliroad capitaina -; Monica Zoi, Monica Bortolusso, Michela Finocchiaro, Manuela Ritzberger, Barbara Rocchetto, Anna Polame, Agnese Mattiuzzi e Flora Rossi.

A loro si affiancano anche Johanna Barthorpe e Colette Tindall Edeling, la quale ha l’obiettivo di completare l’intero giro per riportare il testimone in patria. E noi le auguriamo vivamente di riuscirci!

Al confine, ci sarà ad attenderle Nadja Kaplja.

Tutti potranno seguirci e sapere dove si trova il ‘testimone’ in tempo reale sul sito della WRWR; aggiorneremo anche i progressi delle ragazze man mano che la staffetta attraverserà i vari paesi del mondo.”

Non rimane che restare sintonizzati, quindi…

Programma

Febbraio 2019

Scozia

Marzo 2019

Irlanda, Galles, Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo, Andorra, Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro

Aprile 2019

Albania, Macedonia (FYROM), Serbia, Ungheria, Slovacchia, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Liechtenstein, Svizzera, Germania, Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi

Maggio 2019

Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Russia, Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina, Romania

Giugno 2019

Bulgaria, Grecia, Turchia, Iran, Pakistan

Luglio 2019

India, Nepal, Bangladesh, Myanmar, Laos

Agosto 2019

Vietnam, Cambogia, Thailandia, Malaysia, Singapore, Indonesia, Australia

Settembre 2019

Nuova Zelanda, Canada

Ottobre 2019

Stati Uniti, Messico, Belize, Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica

Novembre 2019

Panama, Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia, Cile, Argentina, Uruguay

Dicembre 2019

Paraguay, Brasile, Sudafrica, Namibia, Botswana

Gennaio 2020

Zimbabwe, Mozambico, Tanzania, Kenya, Oman, Emirati Arabi Uniti

Riders on the road

Riders on the road è un progetto nato da un ristretto gruppo di motociclisti, quasi per caso, ma da un’idea decisamente valida.

A “monte” di questo c’è Antonello… Montes!

Antonello Montes

Antonello va in moto da anni: la sua passione l’ha condotto in giro per l’Italia, definendo anche alcune sfide on the road, sempre a scopo benefico, che ne hanno rivelato la dura tempra.

Ha lo sguardo buono, pacato, eppure su due ruote si trasforma e dimostra tutta la sua essenza!

Da buon motociclista, ha l’animo espansivo e incline alla condivisione. Con l’avvento dei social, Antonello frequenta i gruppi dedicati, anche virtualmente ed è proprio grazie a Facebook che, nel 2014, qualcosa è successo.

Ducatistaxfede

Galeotta è la pagina “Ducatistaxfede” ove conosce quelli che saranno i suoi futuri compagni di viaggio e di nuovi progetti.

Il caso ha voluto che, infatti, nell’agosto del 2015 alcuni di questi si trovino in vacanza o di passaggio nella riviera romagnola.

Montes, ad esempio, è in viaggio in moto e, peregrinando per i colli riminesi, si imbatte in un furgone con un riferimento al Sic. Incuriosito, lo segue fino a Coriano ritrovandosi in Fondazione.

Albani, nel mentre, villeggia con la famiglia a Rimini, residenza di Antonio Rossi, da loro ribattezzato Yuston: da qui alla cena è un attimo e le chiacchiere di pochi si tramutano in un progetto ben definito.

La Staffetta del cuore

Vero, nome abusato forse, ma pregno di solidarietà e di onestà, tanto da incuriosire prima e ottenere, poi, l’appoggio della Fondazione Marco Simoncelli!

Da quell’agosto e per i successivi cinque mesi il gruppo elabora nei minimi dettagli quello che sarà il progetto da far approvare in Fondazione. La Staffetta prende corpo a livello teorico ed è pronta a essere ufficializzata attraverso una charity partnership.

L’iniziativa prevede la consegna di un testimone, nella fattispecie un gilet giallo ad alta visibilità (classico simbolo della sicurezza su strada) e che viene firmato via via, di biker in biker, attraverso il maggior numero di regioni italiane. Di volta in volta, inoltre, si prevedono eventi, incontri, iniziative di varia natura per canalizzare attenzione e aumentare la visibilità dell’idea.

La pianificazione è duplice: una prima definizione strategica, avvenuta attraverso una ragnatela di contatti preallertati che, ognuno nella propria regione di riferimento, ha il compito di individuare un pilota e, possibilmente, di organizzare un rendez-vous di accoglienza.

A questa si accosta una partecipazione alimentata on the go, grazie al passaparola e all’eco che la staffetta, nata in sordina, riesce ad ottenere spontaneamente.

La gestazione lunga porta alla partenza dal Friuli Venezia Giulia il 27 marzo 2016 con l’intento di concludersi in occasione del “WDW”, il World Ducati Week che si svolge, come ogni biennio, nel circuito di Santamonica a Misano.

Marco Albani, socio del Doc-Ducati Club di Prato, parte attiva di questo progetto, rider della staffetta è anche promotore del raduno che si tiene – mentre ha il testimone – presso il 4° Stormo Caccia dell’Aeronautica Militare di Grosseto. Nonostante la pioggia battente che lo sfiacca e lo ammolla come un pulcino, il 24 aprile riesce a coinvolgere 252 persone convogliandole alla base.

La raccolta fondi

Come da accordi con la Fondazione Simoncelli, e per la forte volontà degli organizzatori di non voler essere detentori delle somme raccolte – onestà in primisle donazioni possono efettuarsi direttamente sul conto corrente della Fondazione (citando come causale “Pro staffetta del cuore”).

Poco più di tre mesi di “raid” sono bastati a collettare un’ingente somma che, iconicamente, è stata riportata su un assegno “king size” donato durante l’evento Ducati a Kate (Fretti), la storica ragazza del Sic in un circuito che, tra l’altro, ne porta il nome.

…to be continued!

La “tigna”, il valore e la bontà d’animo dimostrati da questi “brutti ceffi” (alla faccia del detto che i motociclisti sono “brutti, sporchi e cattivi”!) hanno fatto sì che le loro gesta non passassero inosservate. E, anzi, hanno voluto rinnovare e replicare le gesta, infatti poco tempo dopo riusciranno in un’impresa a dir poco eroica: la 32 ore on the road (che consiglio aldamente di leggere).

Riders on the road

Non solo. Siccome a questi qui le cose piace farle per bene… il 21 febbraio 2019 hanno, finalmente, ufficializzato la nascita di una vera e propria associazione a scopo benefico, che è stata chiamata – come da titoletto – Riders on the road.

Gli intenti sono molteplici, quindi adesso non ci resta che aspettare il prossimo progetto e, in my modest opinion, supportarlo!

 

 

 

La 32 ore

Memori del successo de La Staffetta del cuore, nel 2017 i quattro “cavalieri” decidono di replicare l’iniziativa.

Cambiano le modalità, ma l’intento permane: fare del bene.

Acquasanta terme

Durante gli incontri per la preparazione di questa sfida, è arduo individuare un nuovo beneficiario, ma un guizzo pervade la mente dei ragazzi! Proprio l’anno prima, durante una delle tappe, hanno ricevuto il supporto del comune di Acquasanta terme, in provincia di AP. Comune che, durante il terremoto del 2016 – esattamente qualche tempo dopo la Staffetta del Cuore – ha subito enormi conseguenze che hanno coinvolto anche un istituto scolastico.

Memori e grati per l’aiuto dell’anno precedente, Marco Albani (DOC Prato), Antonello Montes (DOC Alessandria e il club FMI Boar’s Nest di Stazzano), Antonio Rossi alias “Yuston” (Desmo Romagna Doc) e Mirko Mancinelli (DOC Marche) decidono di ricambiare il favore e di destinare proprio a quel paese la futura somma racimolata.

Circa un anno dopo il World Ducati Week e la consegna del mega assegno alla Fondazione Simoncelli, parte la seconda “sfida”.

Il record

Questa volta il coinvolgimento di altri personaggi è minore, ma maggiore è lo sforzo fisico: 32 ore no stop in moto, attraverso l’Europa.

La scelta delle tappe è dettata, in primis, dal tempo a disposizione. Il corpo umano non può reggere una fatica prolungata per più di tot tempo, senza patirne e, su due ruote, è decisamente rischioso. La stanchezza, la disidratazione e il sonno solo solo alcune, forse le maggiori, cause di incidente già in condizioni normali. Pretendere troppo da se stessi diventa insensato e poi, se per caso anche solo uno dei membri avesse avuto un problema a causa dell’inadeguatezza della progettazione come avrebbero potuto proseguire con il proprio intento?!

Non era possibile, pertanto, allungare di molto il percorso. Ma comunque lo si voleva estendere oltre le 31, record che si vociferava qualcuno avesse già stabilito.

L’itinerario

L’idea iniziale volge il guardo verso est, per un giro in senso orario; tuttavia il clima primaverile rischia di essere ancora troppo tiepido in nazioni quali la Slovenia, l’Austria e la Germania pertanto Albani propone il senso opposto, traversando Francia e Spagna.

Il commiato si stabilisce in Valenza, Piemonte: è da qui che viene Montes ed è da qui che si decide di partire. La tappa francese non può non essere Parigi che, esattamente come Barcellona, avrebbe avuto sicuramente un’eco conclamata. Due grandi capitali non passano inosservate. Barcellona, inoltre, rispecchia esattamente l’idea di una temperatura gradevole! La destinazione finale, invece, è Prato. La Toscana si è rivelata una regione molto aperta e accogliente a tali iniziative e il motoclub di Albani – il DOC pratese – non ha mai mancato di fornirgli il supporto adeguato.

Il percorso e l’arrivo

A dispetto di ogni buona intenzione e delle brevissime tappe, dedicate ad approvvigionamento e rifornimento, il dream team sfora di poche ore la tabella di marcia. 36.5 sulle 32 preventivate.

Nonostante ciò, quanto questi ragazzi fanno ha dell’incredibile e pertanto il disavanzo è sicuramente perdonabile! E, se non altro, hanno avuto l’ardire di mettersi in gioco, anche con il rischio di fallire!

La sera dell’arrivo a Prato una calda accoglienza li ripaga, abbondantemente anticipando la gioia che provano, invece, il giorno della consegna della somma collettata all’Amministrazione comunale di Acquasanta Terme (Ascoli Piceno).

La stessa che li aveva accolti l’anno precedente e quindi, il legame, si rinsalda e scalda ulteriormente gli animi.

A riprova della bontà del progetto, il club Novara Riders ha appoggiato per l’ennesima volta questi ragazzi folli! E il  DOC Desmolanghe, al termine della “32 ore” ha provveduto a consegnare ai piloti un’esagerata fornitura di merendine Kinder, distribuite poi ai bambini di Acquasanta.

Amministrazione che, di concerto con la scuola destinataria dei fondi, ringrazia i piloti con brevi parole, ma molto sentite:

 

“L’amore per la moto riesce, quasi per magia a liberare l’energia imprigionata nel cuore degli uomini,

e a illuminare i sotterranei dell’anima”.

Riders on the road

Riders on the road, infine, nacque! Il 21 febbraio 2019 è stata ufficializzata, anche a livello burocratico, la neonata associazione che non ha certo finito di “fare cose”, anzi. Ha solo iniziato!

Quindi… stay tuned!

Women Motors Bootcamp

“Un evento dalle donne per le donne”

[Dedicato a chi insegue le proprie passioni nonostante gli stereotipi.

Dedicato a voi, dedicato alle donne che con tenacia e pazieza cambiano il mondo ogni giorno.]

Questo è il claim che si legge non appena si apre il sito del Women Motors Bootcamp.

In verità ho trovato tracce di questo evento su Facebook, già mesi fa: se non erro aveva postato qualcosa Liz (Juno Cavalli – la fondatrice di Miss Biker) e, conoscendola, ho dato fiducia al suo link a occhi chiusi, senza nemmeo badarci troppo.

Quindi ho cliccato immediatamente e mi sono ritrovata su un nuovo pianeta!

Ma andiamo per ordine.

Non sapevo nulla del Women Motors Bootcamp fino a che non ne ho letto qualcosa: ero totalmente estranea alla sua preparazione, alla sua ideazione, insomma nulla di nulla! Come, probabilmente, centinaia di altre ragazze. Però sembrava qualcosa di interessante e quindi ho proseguito la lettura.

L’evento si terrà durante il weekend dell’8 marzo – che fortunatamente capita di venerdì – e nessuna data avrebbe potuto rivelarsi migliore di questa! Tra l’altro, non mancate di leggere il resoconto che scriverò per Women on bike!

 

Aeroporto di Boscomantico – Verona

Il WMB si terrà in un aeroporto… strano? Non per forza! Domitilla Quadrelli (founder del camp e con cui ho avuto il piacere di parlare di persona) ha costruito una tre giorni improntata sulle donne – motocicliste e non ancora – e ha scelto l’aeroporto, che sarà teatro di numerose attività. Un’area del genere ben si presta sia per dimensioni che per lo spirito cameratesco e gioviale che una drop zone può regalare. (Ecco l’indirizzo, tra l’altro, per chi non sapesse dove si trova: Via Boscomantico, 6, 37139 Verona VR).

E non solo. A differenza di un classico circuito, in aeroporto cosa si fa se non… volare?

Ecco. Tra le varie attività…

 

Biglietti

I biglietti sono acquistabili direttamente sul sito.

La particolarità di questi biglietti sta nel fatto che un acquisto è valido per tutti e tre i giorni. Quindi si paga una volta sola e si entra ogni volta che ci pare!

Ci sono solo due opzioni tra cui scegliere:

  1. ticket “semplice”, a 49 €
  2. ticket + volo in aereo a 99 € (a tal pro merita sottolineare che, ovviamente, le condizioni meteo non sono direttamente gestite dall’organizzazione del camp… Quindi, se dovesse essere davvero brutto brutto, il volo sul bellissimo lago di Garda sarà soppresso, ma con restituzione della quota versata in anticipo).

 

Activities!

 Il camp non è stato pensato per essere un “semplice” raduno. Nonostante sia statico – a differenza di quelli che organizzano motogiri vari – sarà al contempo dinamico. Perché? Perché l’intento non è quello di mettere insieme un tot di donne a far chissà cosa.

L’intento è quello di regalare delle esperienze, a queste donne. Esperienze diverse tra loro, così da diversificare gli interessi delle partecipanti o di attirarle verso qualcosa di nuovo, magari anche sconosciuto.

A tal proposito, merita una lieve digressione l’annosa questione: patente sì/patente no.

Se avete paura di non poter partecipare perché non avete ancora il famoso pezzetto di plastica rosa o la moto, scrollatevi di dosso ogni cruccio!

Citando direttamente le parole dell’organizzazione:

Tutte le attività sono rivolte sia a motocicliste esperte che a principianti

(essendo su suolo privato anche senza patente A!)

tutte le attività mirano ad aumentare le conoscenze in ambito motoristico, l’obiettivo è farvi divertire ed acquisire sempre più confidenza con moto di diversi tipi, cilindrate ed usi.

A tal pro, infatti, è stata stretta una collaborazione con #donneinsella, famose ormai per l’avviamento alla moto anche di ragazze inesperte e alle prime armi, in soli pochi giorni. Donne in sella si avvale di istruttori qualificati – con i quali ho avuto il piacere di fare un giro durante un evento che si è tenuto a Bologna l’anno scorso).

PS. L’organizzazione conferma che sarà sua premura fornire anche abbigliamento e protezioni adattatti.

Oltre a questo, ecco la lista di tutte le attività proposte – e chissà che non ne vengano fuori delle altre… dato che spuntano potenziali partnership ad ogni ora!

Moto

09:30
Registrazione e briefing

10:00 -18:00
Avviamento alla motocicletta, by Donne in Sella

10:00 -18:00
Corso propedeutico al flattrack, by Marco Belli

10:00 -18:00
Corso di meccanica e manutenzione, by ScuolaMoto offerta da Pakelo Lubrificants

10:00 -18:00
Corso di saldatura al TIG, by Saldatrici Arroweld

10:00 -18:00
Orientamento al Moto Rally, RoadBook e teoria dell’enduro by Lady Enduro Project

10:00 -18:00
Test Rides Moto + Tom Tom Rides

Aereo

Ogni 30 min
Voli turistici in aeroplano sul il Lago di Garda, by Aero Club Boscomantico (riservato a chi ha acquistato il biglietto da 99 €)

Ogni 40 min
Lanci con paracadute in tandem, by Skydive Verona (riservato a chi prenota, ma ad un costo aggiuntivo e con possibilità di farsi riprendere in volo. Lasciatevelo dire da chi lo ha fatto più volte… il paracadutismo è qualcosa di stu – pen – do!!!)

Auto

Ogni 15 min
Corsi di drifting in auto

Difesa personale

Ogni 30 min
Corso di difesa personale per donne con esercizi di Krav Maga, by Krav Italia

 

Photo contest

Il WMB non è un evento creato solo per “fornire” qualcosa. L’idea è anche quella di renderlo coinvolgente! E quindi è nato anche un piccolo concorso fotografico, così da permettere a tutte di essere protagoniste in ogni forma del camp.

Lo svolgimento è davvero semplice: ogni ragazza può partecipare scattando le proprie foto e postandole sui propri social quelle che ritengono le più indicate a raccontare il Women Motors Bootcamp, contrassegnandole con l’hashtag #wmbootcamp.

Le 12 foto più meritevoli – e qui non si valuterà la qualità dell’immagine con un occhio esperto. Non è una scuola di fotografia! – verranno premiate, omaggiando le 12 fotografe con alcuni premi messi a disposizione dai vari sponsor:

1 Navigatore TomTom Rider da moto (valore 350 €)
1 Interfono Sena (valore 285 €)
1 Giacca Dainese 72 (valore 400 €)
1 Casco AGV (valore 350 €)
4 Gioielli Rouille (valore 250 €)
1 Experience di Flat Track offerto dalla DiTraverso School (valore 350 €)
1 Corso di meccanica presso ScuolaMoto offerto da Pakelo (valore 1800 €)
1 Paio di leggins da moto Exagonn 66 con protezioni

 

 

Parcheggio

Data l’enorma richiesta, l’organizzazione ha adibito una zona apposita a parcheggio, situata all’interno dell’evento!

Come indirizzo per il parcheggio potete utilizzare come riferimento il Ristorante Pizzeria Boscomantico.

 

 

Trasporti

Mezzi Pubblici
L’aeroporto di Boscomantico dista 15 minuti dalla stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova. Purtroppo non ci sono collegamenti veloci in autobus. La soluzione ideale dalla stazione è il taxi.

Per il ritorno, oltre al taxi potrebbe essere bello che qualche nuova compagna automunita vi scortasse, consolidando un potenziale e nuovo rapporto di amicizia!

 

 

E i maschi?

E i maschi… stanno a casa! Tralasciando i pochi che appartengono all’organizzazione o in partnership, questo evento è stato creato dalle donne per le donne. Il che, a mio avviso, ha importanza sotto vari aspetti. Innanzitutto, aiuterà sicuramente a consolidare quella solidarietà femminile di cui tanto si parla. E poi, non è forse vero che tanti dei nostri timori derivino proprio dalla presenza o dagli sberleffi di tutti quegli uomini letteralmente stronzi – ups! Non si dice! – o invidiosi o insicuri? Beh. E noi ci coalizziamo, ci prepariamo e ci rafforziamo. Pronte a stupirli o, addirittura, a ignorarli. Tiè! 😀

 

 

E alla fine… ?

Fine attività, trasferimento al Ristorante Pizzeria Boscomantico per l’aperitivo per chi volesse restare!

 

 

La S Romagnola

Sabato sera ho deciso di andare a mangiare fuori.

Nonostante il raffreddore, ero in giro e certa che non mi sarei mossa da casa tutta la domenica – l’intenzione era infatti di “pigrottare” come se non ci fosse un domani, ho sfruttato la “scia” dell’entusiasmo!

Il mio compagno voleva portarmi in un ristorante di pesce molto buono, per farmelo provare. Però l’unico posto libero era per le 9/9:30 di sera (‘sta cosa che i locali fanno i doppi turni per stipare più gente, a me porta un poco via la pazienza. Se arrivi presto, rischi di ingozzarti ma forse in quel caso si può contare sulla velocità del servizio! Se arrivi dalle nove in poi, mangi tardissimo e se prosegui la serata va pure bene, altrimenti vai a letto con il cinghialino Brioschi dritto sullo stomaco, che ti aspetta già sotto le coperte).

Fortuna ha voluto che al mio ragazzo sia venuto in mente un altro posto che aveva disponibilità sul presto e, mi dispiace per il primo, abbiamo prenotato senza esitare.

Ti piace il bollito?

Sì, ragazzi. Sì! Decisamente oserei dire, quindi la scelta è stata fatta proprio col lumino.

Poco prima di arrivare, dato che eravamo anche fin troppo in anticipo, abbiamo fatto due passi, ma due, per il Borgo di San Giuliano a Rimini. Non credo che si possa definire Rimini una città stupenda, nonostante ciò conserva delle chicche che vanno viste, godute e ricordate!

Tra queste, appunto, “Sangiu”.

Camminando camminando si rischiava di tardare e allora ho rimandato la visita ad altra volta, pronta a strafogare il possibile!

Il locale

Il locale è bello!!!

Si entra in una veranda coperta e riscaldata, dalle dimensioni giuste per non percepire il sovraffolamento. Temendo il freddo per il mio raffreddore, ho declinato preferendo star dentro pentendomi, perché il clima era perfetto e a me piace molto guardare fuori.

Dalla veranda si accede al ristorante vero e proprio: ci si trova il bancone davanti, che sbarra l’accesso ai locali privati. Quindi ci circumnaviga in pratica questa zona ritrovandosi nella prima sala. Il mio tavolo era stato predisposto ai piani superiori, pertanto siamo stati accompagnati dal personale fin su. Tutti gentilissimi e molto sorridenti (beati loro!).

La stanza in cui ho cenato è più ridotta rispetto alle precedenti e a me sta bene: si crea un clima conviviale anche con gli altri commensali, restando tuttavia intimo anche con i propri compagni di cena.

In verità, la prima cosa che mi ha colpita è l’arredamento. Io voglio conoscere l’architetto che ha messo su quel locale! Un posto caldo, accogliente e moderno! Se ne capissi di interiore design, ve lo descriverei. Siccome non ne sono capace mi limito a dire che ha delle pareti con mattonelle a vista, altre con una colata di pittura come se dai vertici venisse giù dell’acqua o della vernice… Forse oserei dire come fosse una vecchia fabbrica dell’800? Beh, io vi linko il sito e ve lo guardate da soli!

Us megna!

Si mangia!

Se Rumegna deve essere, parliamo romagnolo!

Effettivamente questo ristorante ha improntato la sua cucina sulla tradizione e io ho approfittato dell’occasione per sperimentare proprio i piatti forti.

Saltando gli antipasti mi sono concessa un primo a metà con il mio commensale. Ero indecisa tra i cappelletti e i passatelli, entrambi in brodo – potrei ammazzare per un buon brodo! – e ho infine scelto i secondi perché più leggeri, specialmente in vista del secondo.

Che poi, meno male che erano per uno da dividere, perché la zuppiera in cui ci sono stati serviti conteneva una porzione sicuramente abbondante!

Il secondo, come detto, sapevo già cosa sarebbe stato: un bel carrello di bolliti tra cui scegliere vari pezzi. Cappone, magro, cappello del prete, lingua, coda e una o due altre cose che non ricordo.

Messi a raggiera, seviti con del purè appena fatto, nel mezzo e accompagnate da tre tipi di salse diverse, portate in altrettanti vasetti.

Mettiamola così: per spegnere una chiacchierona non ci vuol poco!

Quindi ho mangiato la mia porzione con gusto e la ripromessa di tornarci ancora, spesso.

Anche il vino era buono! Un rosso corposo che ben si prestava ad accompagnare la ciccia.

Se sgarro doveva essere, non ho resistito al dolce: non amo molto le rivisitazioni dei dessert, nonostante tutti mi sembrassero ottimi. Quindi sono andata sul sicuro: crema di mascarpone accompagnata da pâtisserie; non essendosi sprecati nemmeno con questo, ci siamo fatti fare una confezione da asporto per la colazione, tanto erano gustosi sia i biscotti, che le meringhe e la crostata!

Ora, io cosa posso dirvi di più?

Spero di incontrarvi lì, perché è appena diventato uno dei miei posti preferiti!

 

Amici in moto – Andrea is back!

Andrea è il primo ragazzo a raccontarmi un po’ il suo rapporto con le moto. Dopo un’intensissima prima parte, ecco qui la seconda!

Per leggere di me, di Cristina o di Flo, invece, cliccate pure sui nostri nomi!

La Buell…

Dopo questo ho compiuto un gesto di follia: una Buell x1 a traliccio del ‘99. Un desiderio che avevo sin da ragazzo e che è maturato sino a realizzarsi. Una moto unica, carattere, genio e sregolatezza. Le “good vibration” del motore Harley imbrigliate in una ciclistica rivoluzionaria. 

Quando premevo il pulsante di avviamento sentivo come una botta di adrenalina e tutto il mondo intorno a me cominciava a vibrare. Ho goduto quando parcheggiando le persone si avvicinavano cercando di capire di che cosa si trattasse , quando sul passo quelli davanti si scansavano per per paura di essere investiti da un trattore, ma purtroppo ho anche imprecato quando in un paio di occasioni mi ha lasciato a piedi sul più bello. Dopo un inverno passato a prendermi cura di lei e conoscerci meglio siamo entrati in sintonia e dal quel momento in poi ogni uscita è stata un piacere.

E, infine, la Triumph!

Ho venduto la mia “traliccia” dopo due anni perché, nuovamente, erano cambiati il mio modo di andare in moto e il tempo a mia disposizione. Mi sono reso conto che l’utilizzo che facevo della Buell non era proprio adeguato ad una moto di vent’anni e che necessitava di una manutenzione piuttosto dispendiosa e molto frequente. Avrei dovuto tenerla come seconda moto ma non avrei comunque avuto tempo da dedicarle. E siamo giunti a Lei, la numero uno della lista, al marchio che mi ha affascinato più di tutti, la Triumph Speed triple, ovviamente a fari tondi.

Al primo giro che ho fatto mi sono domandato perché ho aspettato così tanto tempo prima di prenderla. Un motore fantastico, tre cilindri che sgambettano in sintonia, forse un pochino rotondetta ma a noi uomini le curve piacciono. Un sound inconfondibile che pare il muggito di una mucca che pascola nelle incontaminate Alpi svizzere, una ciclistica non proprio agilissima che, comunque, ti asseconda e ti tranquillizza a dovere.

So che ci amiamo alla follia, sebbene ancora ognuno voglia far prevalere il suo carattere! Quando troveremo il giusto compromesso sono certo che sarà come raggiungere il nirvana.

Ho già cominciato a metterci le mani e a farle la manutenzione così entrambi sappiamo bene da quando è cominciata la nostra storia.

Queste sono le moto che hanno fatto parte della mia vita da motociclista, ognuna ha lasciato il segno e dei piacevoli ricordi. Per abitudine ogni volta che ho comprato una moto mi sono sporcato le mani perché credo sia importante conoscere bene la propria compagna di viaggio. Da quando ho comprato la Shadow nel duemila, il mio garage non è mai rimasto più di una settimana senza una moto parcheggiata: in alcuni frangenti ho acquistato la moto con quella venduta ancora in casa. Detto ciò spero di non aver annoiato nessuno con questa marea di ricordi buttati lì alla rinfusa e soprattutto mi scuso se posso esserti sembrato un po’ fulminato… anzi no, niente scuse:

se sei un motociclista sono certo che la “pazzia” sia nel tuo DNA quindi ce la intendiamo alla grande!

Amici in moto – Flo

Flo è la terza ad avermi regalato due parole sul perché abbia scelto la sua moto.

(I primi li potete trovare qui: me, Cristina, Andrea)

Ho iniziato da poco a raccogliere testimonianze perché mi incuriosisce sapere cosa muova i miei compagni nei loro acquisti e così, alla fine, eccomi qua!

Ho deciso di comprare la moto e di imparare a guidarla in un giorno, a 31 anni suonati.

Avevo 1000 € a disposizione, pertanto ho preso la prima disponibile… così, è entrata nella mia vita la Rossa: Mary Red. La mia Bandita del ’96, 599cc di ignoranza e gomme dure e lisce come il marmo che non ho potuto neanche cambiare.

Ecco come è cominciato tutto: con il mio migliore amico che l’ha guidata fino ad un parcheggio; poi mi ha spiegato cosa dovessi fare (non sapevo neanche che ci fosse un freno posteriore!) e sono partita.

Me la sono sentita mia? Mai! Ma ho imparato, eccome.

Da lì ho provato da monocilindrici a pochi ronzini a tre cilindri con un intero branco sotto, forse quest’ultima è stata la mia preferita in termini di ciclistica e motore, ma mai mi ha soddisfatto in pieno.

 

La diagnosi: niente più moto

Non ho fatto in tempo a godermi gli anni spensierati che due anni fa, purtroppo, ho ricevuto una notizia che mi ha raggelata. Non avrei potuto più guidare. Le vibrazioni sarebbero state nocive, troppo. Altrettanto dannosi sarebbero stati i movimenti delle mani per raggiungere e per utilizzare le leve. Idem dicasi per il peso della moto… Quindi, per non farmi mancare nulla, ho ereditato da mio padre (vivo, è vivo!) “Paco”! Una Aprilia Caponord ETV, tanto per rispecchiare le indicazioni che mi avevano dato.

 

Paco

Come Pachiderma. Non ero ancora una grande esperta e le condizioni delle mie mani non aiutavano, veramente. La “tigna” però ti fa fare cose assurde. Ti fa andare avanti, portando a superare i tuoi limiti senza nemmeno accorgertene per poi voltarti e realizzare di aver superato ostacoli inimmaginabili.

Ho condotto un mezzo di dimensioni spropositate su strade impensabili, condividendoci per due anni tanti km, anche in solitaria. Addirittura un giorno, on my way to Greece, son volata in terra sulla superstrada scivolando per diversi metri.

Ricordo ancora le mulattiere che ho incontrato in seguito, sbarcata sull’isola, che ho dovuto salire e scendere nonostante un po’ di timore dovuto all’incidente.

 

La mia prima Honda

Dopo questa esperienza ho venduto l’Aprilia, sicura di aver trovato la mia moto. “Tonno” – una Honda Vigor, per l’esattezza! Ne ero tanto innamorata che mio marito, come regalo di nozze, è riuscito a comprarmene una a sorpresa!

Eppure, per la seconda volta, non ho fatto in tempo a pensarlo che… che i dolori si sono intensificati. Forti, sempre più forti mi sembrava mi impedissero di muovermi. Non so se patissi più nelle mani o nell’animo, tanto da pensare – addiritura – di dover abbandonare la mia passione. Definitivamente.

 

Honda NC750X e il cambio DTC

Mentre mi crogiolavo nei miei pensieri, qualcuno mi ha messo una pulce nell’orecchio. Mi si consigliava di provare il cambio DTC della Honda, trovando in me disappunto e disgusto. In realtà ero totalmente ignara di cosa fosse, tuttavia continuavo a rispondere

piuttosto mi faccio il Booster 100.

Testona sì, fino a un certo punto. Così mi sono incuriosita e ho iniziato a leggere e a documentarmi. Insomma, ho studiato così tanto che alla fine mi sono (auto)convinta. E l’ho provata.

 

Il test drive

Il mio approccio non era, sinceramente, molto propositivo!
Ero attanagliata da tanti dubbi stupidi tipo: “ma cercherò la leva della frizione?”, “mi confonderò e farò qualche cavolata?”, “cadrò in rotonda non potendo scalare?”.

Eppure, niente! Non è successo niente di tutto ciò!

La NC750X del 2016 che ho provato è intuitiva, ti anticipa in tutto: quando realizzi di dover scalare hai già sentito un “clac”, che lei l’ha fatto da sola e ti basta accennare l’impostazione corretta per l’ingresso in curva che lei, da brava, fa tutto da sola.

Me ne sono innamorata subito. Al primo minuto di guida, al primo tornante e avrei continuato a guidare per ore, riassaporando quel gusto che avevo ormai perso… Scesa, avevo i lucciconi.

Vibrazioni assenti; la posizione dei gomiti è rilassata: sono distesi quanto basta perché i nervi non mi si acciaccino, ma nemmeno troppo da stancare le spalle e conseguente perdita di sensibilità – che spesso era una sensazione – che invece si riproponeva puntualmente con tutte le altre moto.

Solo chi ha una grande passione può comprendere come, poter ritornare a viverla, possa ridonare il sorriso… E io addesso ne ho uno a “millemila” denti!

La vita è davvero bizzarra. Ti porta a provare qualcosa per necessità e poi realizzi che quel qualcosa, da te tanto osteggiato, non solo si rivela la scelta migliore ma anche una scelta felice!

E ora? Ora non mi resta che riuscire a comprarmela…!

Virgen de la Nieves

(La partenza da Granada è necessaria, e ne ho parlato già qui).

A meno di soste estemporanee, volendo risalire la vetta con alacrità, si può puntare verso Pradollano – frazione di Monachil.

Pradollano

Tanto per aiutare il navigatore nelle sue funzioni, almeno. E, proprio verso questo, la strada si ingrandisce. Sicuramente più nuova, a volte a due carreggiate e tre corsie, addirittura.

“Roba da piegone da ginocchio a terra” insomma!

Pradollano non è nulla di che, anzi… Non aspettatevi una cosina dipo Ponte di Legno o Folgarida, ecco! Più che bella è comoda, permettendo di villeggiare nel centro del parco nazionale della Sierra, potendo anche beneficiare dei vari corsi di attività invernali, escursioni e quant’altro a disposizione dei turisti.

La zona è prettamente sciistica: durante il mio raid estivo la neve mancava così come la marmaglia di turisti, rendendo la località desertica – e permettendomi di tagliare una fetta di strada percorrendo una zona del paese che, sinceramente, non ho ben capito se si potesse prendere in quel verso! Tant’è che a dicembre,  viceversa, quella via mi è stata totalmente interdetta.

Tuttavia la Spagna mi pare abbastanza diligente nell’indicare i percorsi, perciò con bretelle più o meno lunghe, superare la frazioncina per raggiungere il Veleta è davvero agevole, potendolo evitare senza problemi – e molto felicemente, oserei dire. Provate voi a entrare con un mezzo in un centro commerciale di domenica, a ridosso di Natale. Ecco!

Lungo la via non solo indicazioni, ma un altro virtuosismo iberico è la smisurata quantità di punti panoramici! A volte mi capita di non sapere più se godermi la strada, le curve o la vista, fermandomi di tanto in tanto.

L’ultima volta, grazie al clima invernale, sono riuscita a posteggiare e a dilettarmi in scivoloni e palle di neve, su pendii davvero poco scoscesi e molto ampi, tanto per non ritrovarmi a farlo nella calca della vetta.

Calca che, in realtà, era irrisoria.

Nonostante a settembre, quando anche per una sola foto ho dovuto elemosinare la carità cristiana di un turista greco, fosse semidesertico, a dicembre tuttavia non c’era un boom tale da rendere fastidiosa la permanenza.

Certo: bisogna mettere in conto di essere comunque in una località turistica, però probabilmente son solo stata fortunata. O, in realtà, gli spazi sono talmente ampi da non aver realizzato quante auto si sarebbero incolonnate poi, al rientro!

PS. Se incrociate automobili variopinte, tendenzialmente nere e bianche, con geometrie definite e a volte surreali, sono test. Nessun ente governativo o setta strana, solo prototipi testati sulla via!

O mia bella Madunina…

La sommità? Beh… giungendovi, sulla destra, c’è un piazzale sconnesso con alcune casette in legno dal tetto spiovente: qualche bar (se cercate caffè, scordatevelo!), negozio di souvenir… nulla di entusiasmante. Ancor meno quelli dall’altro lato della strada. Strada interrotta da una sbarra che delimita l’area carrabile e rende accessibile l’ultima parte del tragitto ai soli pedoni.

Si tratta di una piacevole passeggiata, comoda su una strada ben asfaltata e non in eccessiva pendenza. Giungervi non è faticoso, nemmeno in abbigliamento tecnico. Pertanto non fatene una questione religiosa quanto “turistica”: merita davvero.

La Virgen de la Nieves altro non è che un “monumento”: un altare sito ai piedi di una sorta di arco ogivale fatto in pietra, sul quale è stata collocata una Madonnina. Il tutto, come appena descritto, si erge su altezze impressionanti che permettono anche di godere di panorami a perdita d’occhio, decisamente fuori dal comune e spettacolari.

Come mancare una tappa caratteristica del luogo? Fatto 30…

Fatto 30 s’era fatto pure tardi e io dovevo raggiungere Antequera. La città dei Dolmen, dove avrei patito non poco per le viuzze strette, storte e dalla pavimentazione improponibile. Quattro ore di viaggio verso ovest, per poi raggiungere Ronda, Gibilterra e proseguire per il resto del periplo.

Stay tuned!

El Pico de Veleta

Qualcuno ormai lo sa: tra settembre e ottobre ho vagabondato in giro per l’Europa “di sinistra”, altresì definita occidentale, dalle persone normali.
Il Roadbook l’ho studiato parzialmente in anticipo e, parzialmente, in itinere.

Tra le mete sicuramente in lista, però, la Sierra Nevada.

E Sierra Nevada fu!

Ce l’ho in mente da quando ero piccina e, nella mia totale ignoranza del mondo spagnolo, congiunta alla volontà di coniugare fasi più “culturali” a momenti prettamente ludici, su e giù per curve divertenti non potevo marcare il Veleta.

Nonostante l’annoso dibattito sul suo essere realmente la vettà più alta di tutta l’Europa continentale (per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  Mulhacéne Picco d’Aneto), la sfida era in atto e la curiosità, pure..

Tanto per indulgere in un po’ di sana divulgazione: il Pico del Veleta svetta dall’alto dei suoi 3367 metri s.l.m., di cui una sola parte è carrabile, fin massimo all’osservatorio. V’è una vetta ulteriore raggiungibile unicamente a piedi – nonostante, se non erro, questa sia una novità che i motociclisti di lungo corso scoprono insieme a me. C’è chi millanta di aver percorso l’ultimo tratto per poi discendere dall’altro lato – e che comunque consiglio perché conduce alla Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

Granada

Per raggiungere la Sierra Nevada si parte da Granada, cui anche Tenco dedicò una canzone.

Granada, la città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! -; città piena di contaminazioni moresche, ma contraddittoria nelle sue declinazioni anche Cristiane. La Cattedrale, in primis, cui si staglia, attigua, la Cappella Reale – nella quale, purtroppo, è impossibile scattare fotografia alcuna ma ove è seppellito Filippo IV di Francia, detto “il Bello” che grande ruolo ebbe nella persecuzione dei Cavalieri Templari (di cui parlerò prossimamente).

Ora, dato che della città ho già detto qualcosa qui e volendo tornare in Sierra…

La via per il Pico

Due i percorsi. Personalmente suggerisco una prima tappa a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo uso di Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil.

Il panorama inizialmente urbano muta via via. Dapprima periferia, poi la natura si rammostra in tutto il suo rigoglioso splendore fin quando, superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada si riduce: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente a bypassare gli altri mezzi.

La carreggiata totale è lievemente più grande di una normale corsia, ecco! La “fatica” è però ben ripagata: intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti!
Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre!

La Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”. Un po’ come il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro.

La guida prosegue: per un momento ho creduto di aver smarrito la via, ma così non è. Prima o poi, a conforto, comparirà un cartello con la scritta “Sierra Nevada”: in quel momento, saprete di esserci dentro!

Per completare l’opera, però, tocca arrivare almeno fin… qui!

 

Caminante

Viajante. Viaggiatore.

Il viaggiatore è colui che compie un percorso, non sempre e solo fisico, ogni qualvolta decida di andare oltre.

La presa di coscienza, la fusione con il mondo circostante che, pertanto, diventa suo ed egli ne dievene a sua volta parte integrante.

Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino:
se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
sino estelas en la mar.*

Trovo bellissime queste parole, che ho tatuato tra l’altro su un costato – il sinistro, quello del cuore – .

Cos’è che distingue, pertanto, un viajante da un “semplice” turista?

Me lo sono domandata spesso e non sono certa di essere arrivata ad una risposta. O forse sì, ma sicuramente una risposta mutevole, perfettibile e soggetta a revisioni nel tempo.

Si suol dire che Il viaggio non è nella meta ma nel cammino – o versioni simili – il che si pone in antitesi alla vacanza, per cui ci si trasporta, sterilmente, dal punto A al punto B, possibilmente anche in fretta, perché sta nel punto B il motivo del trasferimento.

Credo che molti confondano il viaggio con mete esotiche, lontane o esperienze quasi inenarrabili eppure un animo sterile, chiuso e poco incline all’osmosi, potrebbe ritrovarsi in luoghi incantati, a contatto con animali fantastici o alle pendici di monumenti e architetture superbe per poi tornare a casa uguale a se stesso. Ricco in foto, magari. Con qualcosa da raccontare, ma nulla più di quanto possa aver letto sulla Lonely Planet – bene che vada. Altrimenti, al massimo, si sarà informato su Google e Wikipedia.

Il che non significa che partire senza un minimo di contezza sia da condannare, anzi! Credo che sia una delle tante declinazioni che si possono dare a un viaggio. Ma, perlomeno, che la contaminazione avvenisse “strada facendo”.

C’è un tarlo che mi becca un po’ nel cervello e che ancora non so come risolvere. Se sia meglio girovagare e cercare, talvolta anche con bulimia, di visitare il possibile sfruttando ogni ora utile del giorno o se, invece, sia meglio prenderla con calma e vedere cosa capita nel frattempo. A ciò, si aggiunge un altro dubbio: quanto valga la pena tornare e ritornare sempre negli stessi posti, approfondendo e/o imparando a conoscerli nei minimi dettagli (anche in preda al: “chissa se ci torno più”) e quanto, invece, sia meglio spaziare letteralmente perché, al massimo, “ci tornerò” o, comunque, c’è anche altro da vedere al mondo.

Non lo so. Forse toccherebbe capirlo empiricamente, volta per volta.

Ci sono persone che pianificano un viaggio nei minimi dettagli addirittura mesi prima – dirò, l’ho fatto anche io spesso – e altre che invece si abbandonano al caso – e ho fatto anche questo -.

Credo che sia un po’ difficile e presuntuoso definire il criterio con cui prepararsi a un viaggio. Certamente ci saranno viaggiatori di lungo corso che potranno ben dire la propria e sicuramente i feedback di chi ha qualcosa da raccontare saranno utili. Per il resto, noi siamo il viaggio. Perché il viaggio penetra. Non è un qualcosa che si fa. Lo si vive, certo. E lo si crea, lo si diventa. Ci si plasma vicendevolmente. Non ci si può definire viaggiatori se si gira, si bighellona senza essere tornati un po’ spagnoli o svizzeri o di qualsiasi posto in cui si sia stati.

Per di più un viaggiatore viaggia per se stesso. Non necessariamente per narrarne anche se… butta via! Chi si annoierebbe al cospetto di chi ha visto cose che nemmeno la fotografia renderebbe. Annusato odori impercettibili e quasi impossibili. Lacerato suole su terreni dal materiale quasi inesistente…

Io il viaggiatore lo immagino un po’ come una persona dalla pelle lievemente ruvida, con un cappello in testa e una tenuta comoda, consona. Perché il viaggiatore sa dove sta andando e va bene, essere spartani è un plus, ma pure non essere scemi e incoscienti lo è.

Taccuino in mano, pronto a ricordare e ad annotare ciò che accade, un po’ alla Moleskine di Hemingway! Qualche ruga che ne segna l’intensità dello sguardo e anche, perché no, qualche patimento lungo alcune delle strade percorse.

Riflessivo, talvolta lento, ma coraggioso. Uno che non si ferma davanti al primo cartello che sbarra l’accesso, perché il viaggiatore è, per prima cosa, curioso. Così non fosse non si metterebbe in moto alla ricerca di non sempre si sa cosa, dall’altra parte del globo. Uno che sa comunicare. Non significa che sia, necessariamente, un poliglotta sebbe non ce lo veda totalmente estraneo alle lingue straniere. Però per me è una persona che sa entrare in contatto con quelle che incontra portando loro anche un po’ di sè e di ciò da cui proviene.

Brizzolato e due dita di barba incolta (perché lo descriva uomo? Perché, se fosse donna, sarei io! Scherzi a parte, femmina sono e subisco il fascino maschile, quindi immaginarlo del sesso opposto mi dà un tono romantico al tutto!).

Mi piace vederlo nella mia mente avvolto in colori caldi, a scrutare orizzonti quasi inesistenti o a barcamenarsi nei meandri di città caotiche.

Perché il cammino è lui e lui lo crea, a sua immagine.

E le mappe? Le cartine? Certo, userà anche quelle per poi vagare con il naso all’insù, scontrandosi incolpevolmente con i passanti.

C’è una cosa che, tuttavia, fa di un viaggiatore un… viaggiatore. Ma ad ognuno il suo, perché non c’è verso di stereotipare certe usanze.

La preparazione

Come ci si prepara a un viaggio? Qual è il modo, il metodo con cui un Caminante entra nello spirito del suo prossimo viaggio… E lo fa prima o dopo aver definito i dettagli? Quanti, quali e come ci si arriva a definirli?

Mi chiedo se un viaggiatore abbia una sorta di preludio spirituale, prima di partire. O se, invece, si butti a capofitto in ogni avventura, gestendo ciò che avviene man mano.

Perché ciò che avviene dopo, forse è più visibile. Si torna, si risponde alle domande curiose, si racconta… e narrando, si finisce sempre per narrare un po’ di sé. La gente chiede cosa sia successo, cosa abbia visto. Io, invece, voglio sapere

Perché

Perché uno, da un momento all’altro oppure dopo settimane, mesi, anni di gestazione, abbia lasciato tutti lì e se ne sia andato da qualche parte. Non importa quanto a lungo e se, la distanza, sia Ravenna – Pinarella.

 

Mentre provo a cercare delle risposte, vi lascio anche la traduzione di questa bellissima poesia:

*Viandante, sono le tue orme
Il cammino e nulla più;
Viandante, non esiste sentiero:
si fa la strada nell’andare.
Nell’andare si segna il sentiero
E, voltando lo sguardo indietro,
si scorge il cammino che mai
si tornerà a percorrere.
Viandante, non esiste sentiero,
solo scie nel mare.

(Machado. Dalla raccolta Campos de Castilla, 
Extracto de Proverbios y Cantares, 1912)